Letizia Battaglia, un viaggio tra gli scatti di «una Palermo che puzza»

Si è da poco conclusa la mostra a Palazzo Reale a Milano dedicata alla famosa fotoreporter Letizia Battaglia. A cura di Francesca Alfano Miglietti, la mostra, intitolata Storie di strada, ha accolto circa 20mila visitatori in meno di 45 giorni. Tra le numerose opere esposte, più di 300 immagini tratte dal suo portfolio di lavori, per una stagione che va dal 1974 al 1993, con scatti più conosciuti e altri inediti.

Entusiasmo e combattimento. Queste le parole che facilmente si accostano al lavoro della fotoreporter e che, non a caso, rappresentano quello che è stato il suo approccio alla vita e, di conseguenza, alla fotografia.

Letizia, riconoscibile per il suo frizzante caschetto rosa, è diventata fotografa per caso e molto in fretta. Con una carriera giornalistica alle spalle, si è ritrovata a far parte di qualcosa di talmente grande da non poter più tacere. Così è arrivata a realizzare le sue immagini, sicuramente bellissime, ma tecnicamente imperfette, testimonianza di una società logorata dalla mafia, dal dolore e dalla corruzione, in uno scenario decadente quale la Palermo degli anni ’80.

Letizia Battaglia, autrice degli scatti della mostra Storie di Strada
UNO STILE TECNICAMENTE IMPERFETTO

Realtà e bellezza possono essere identificate come le parole chiave della produzione della Battaglia, la quale ha sempre cercato di rappresentare la vita senza omissioni, costrizioni o correzioni. Letizia ha realizzato, e realizza tutt’ora, scatti immortali, senza prestare attenzione a tecnica o luce. La fotoreporter, infatti, non ha mai studiato fotografia, ma dal giorno in cui si è trovata in mano la macchina fotografica non è più riuscita a separarsene.

I protagonisti dei suoi scatti hanno influenzato, direttamente o indirettamente, la sua vita. I soggetti preferiti sono sempre stati senza dubbio donne, bambini e Palermo. Letizia ha infatti dichiarato di non aver mai fotografato un uomo, almeno non un uomo in vita.

La fotoreporter è stata una grande femminista che ha sempre cercato di tirare fuori l’anima delle sue donne, nude o vestite che fossero, permettendo loro di risultare eteree e candide come dee.

Tra i protagonisti delle sue foto anche i sorrisi di bambine tristi incontrate per strada. Sono soggetti che si ricollegano alla sua vita, quella di una donna che ha visto e vissuto  la violenza in prima persona, un fatto che le ha permesso di guardare il mondo con occhi diversi.

Foto di Letizia Battaglia

Letizia Battaglia, con i suoi bianchi e neri, cerca sempre di far emergere l’emozione e la verità nuda della strada: «Il bianco e nero è più intimo, elegante… E solenne!» ha dichiarato. Ma soprattutto, con l’uso del bianco e del nero riesce a mascherare l’eccessiva quantità di sangue raccontato nei suoi scatti: «Tutto quel rosso sarebbe stato terribile» scherza. La sua è una documentazione del vivere con approccio diretto. È uno sguardo sveglio e attento che ha saputo cogliere l’umanità in tutte le sue molteplici sfaccettature.

Scatto di Letizia Battaglia
IL RACCONTO DI UN PERIODO BUIO TRA LE STRAGI DI COSA NOSTRA

«Non ricordo il primo uomo che vidi a terra morto. Però ricordo tutti gli altri, e sono tanti». Racconta Letizia Battaglia nel documentario Amoreamaro. Venti minuti circa in cui la fotografa siciliana ripercorre gli anni di una Palermo che lei stessa definisce «malata e piena di problemi». Una Palermo fatta di guerre di mafia, di spari, morti e sangue, ma al tempo stesso una città dalla quale Letizia Battaglia non riesce a staccarsi: «La amo moltissimo, ma mi fa arrabbiare. Qui ci sono un sacco di contraddizioni di questo vivere, non ci sono pace e serenità. Ma sono morbosamente attaccata a questa città, perché ho ancora molte cose da fare».

Etichettata come la fotografa della mafia, ha immortalato per il quotidiano palermitano L’Ora, il periodo compreso tra gli anni ’70 e ’80, quando per le strade si assisteva a vere e proprie stragi. «I Corleonesi erano scatenati in quegli anni – ricorda Letizia – in un giorno capitavano anche cinque omicidi. E questo significa uno stress terribile. Ci si sente devastati». Ed ecco che poi, nel 1979, lungo la strada verso casa, trova un gruppo di sei persone ferme attorno ad una macchina. Insieme al suo team si ferma, prende l’obiettivo e scatta alcune foto. Dentro all’auto il corpo del Presidente della regione Piersanti Mattarella, ucciso da poco. «Dentro la macchina c’erano ancora la figlia e la moglie immobili» ricorda la Battaglia.

Omicidio Mattarella – Foto di Letizia Battaglia

«All’inizio morirono persone che non conoscevamo. Poi i politici più bravi, quelli che tentavano di cambiare le cose». Ed è così che la fotografa palermitana rievoca Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci. «Ho amato tanto Falcone – aggiunge- era un orgoglio che noi avessimo un giudice così nella nostra terra. Per la nostra dignità avevamo persone che rappresentavano la nostra voglia di giustizia. Ma vennero tutti ammazzati. Tutti». Il lavoro della fotoreporter non è quindi più sintetizzabile alla mera trasposizione su pellicola di quanto stesse avvenendo nelle strade, ma è una vera e propria denuncia contro uno Stato che lei stessa sente lontano. Uno Stato che vede quel popolo solo come «un bacino di voti. E la mafia portava i voti a Roma». Perché, tra le parole della Battaglia, si riscopre la volontà dei suoi concittadini di allontanarsi da una situazione che nessuno ha voluto né cercato, ovvero quella di un dominio mafioso che si radicava, e si radica tutt’ora, nella società, liberandosi di tutti coloro che cercano di fermarla.

La sua fotografia non risparmia nessuno. Ha visto la morte negli occhi di ragazzi di strada, innocenti, criminali e personaggi pubblici. E ha visto lo stesso dolore negli occhi dei parenti di queste persone. Ed è così che ricorda la madre di Peppino Impastato, morto il 9 maggio 1978 per mano del clan di Cosa Nostra. La stessa madre del giornalista proveniva da una famiglia di mafiosi, eppure, come ricorda Letizia Battaglia, non ha mai smesso di pregare per la giustizia, non per la vendetta. «Ha sfasato un poco questa idea che dalla mafia non si esce. Dalla mafia si esce», ricorda la fotografa con dolcezza nei confronti della donna. La sua era una costante ricerca della bellezza, frenata però da una realtà che tentava continuamente di nasconderla, attraverso una situazione di tensione che in quegli anni aleggiava tra la società e l’amministrazione e che è sfociata poi in una serie interminabile di omicidi per mano dei vari clan mafiosi. «Non potevo riprendere la bellezza se sotto c’era un morto o un ragazzo che spacciava», dice la Battaglia.

Sul luogo dell’assassinio di Peppino Impastato – Foto di Letizia Battaglia

Nelle sue fotografie ha immortalato anche Cesare Terranova, giudice e presidente antimafia di Roma, la cui morte era stata promessa da Luciano Liggio, corleonese. Il corpo di Terranova è stato fotografato dalla Battaglia con una mano posizionata dolcemente sul sedile del passeggero, come a proteggere quello che portava con sé.

Un altro soggetto è stato Leoluca Bagarella, trafficante di droga, assassino e mandante, recentemente tornato a far parlare di sé per aver aggredito un agente nel carcere in cui è rinchiuso. «Ero così vicina e lui era così furioso che sferrò un calcio. Caddi all’indietro ma la foto l’avevo già scattata – e aggiunge – . Io ho bisogno di essere vista, di essere sputata in faccia magari, ma devo essere alla pari. Perché non siamo alla pari se tu sei in manette. Quindi almeno io mi faccio vedere».

E ancora, ha immortalato gli omicidi Arceri, Costa e il processo ad Andreotti. Ha messo anche in mostra alcuni dei suoi maggiori lavori nella zona di Corleone, in una vera e propria denuncia alla mafia, portando così alla luce del sole tutte le vittime che questa stava facendo.

«Ho dovuto fotografare tante situazioni scomode, ogni volta che uscivo mi dicevo “ora mi sparano”. Poi ti abitui, ti adatti e lo accetti», sottolinea Letizia Battaglia nel documentario. Perché un po’ di paura è inevitabile. Guardare in faccia la morte non è una cosa leggera, ma lascia un’angoscia profonda difficile da lavare via. «Io la notte sognavo di bruciare i miei negativi». Ma al posto di fare un gesto così drastico e definitivo, Letizia Battaglia ha deciso di riutilizzare tutti quei frame per distruggerne il significato, spostando il punto su un altro soggetto: «Dal morto ammazzato al pube di una donna, – posta davanti ad un’immagine stampata in dimensioni reali– perché mi devo togliere questi dolori».

«Guardare una fotografia è come guardare un paesaggio ghiacciato fuori da una finestra che non ci appartiene. Tutto ciò che vediamo non ci appartiene e siamo a conoscenza del fatto che tutto quello che vediamo è reale e non è altro che uno sguardo congelante sulla memoria»
Letizia Battaglia

 

 

Giulia Taviani

22 anni, nasco a Verona, mi sposto a Milano ma sogno Bali. A quattro anni ho iniziato a scrivere poesie discutibili, a 20 qualcosa di più serio. Collaboro con Master X e con Periodico Daily. Ho scritto di cinema, viaggi, sport e attualità, anche se sono fortemente attratta da ciò che è nascosto agli occhi di tutti.

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