Un paesaggio crepuscolare, una reggia sfarzosa e la nebbia che avvolge gli alberi come un velo bianco aprono l’ultimo, spregiudicato, film di Iñárritu. Poi dal tendaggio di una finestra che si alza come un sipario scopriamo che quello scenario suggestivo è incorniciato in un rettangolo. In una rappresentazione. Perché in Digger di recita si tratta. Una sequenza apparentemente realistica diventa menzognera con un semplice cambio di prospettiva: pensavamo fosse realtà e invece era finzione, vedevamo una finestra e invece era un quadro.
L’interpretazione di Tom Cruise
Barocco, sfacciato, irregolare eppure sempre orientato al racconto della società, graffiante col potere ma allo stesso tempo mai lusinghiero con lo spettatore, Digger è un film che vive di eccessi. Tom Cruise (Digger) è un magnate di una compagnia petrolifera che ha fatto esplodere una centrale nucleare in Groenlandia pur di estrarre il petrolio: il cratere di ghiaccio che si è staccato da quell’esplosione si dirige con ogni probabilità verso l’Europa e spetta a lui, insieme ai vertici del governo americano, arginare il problema. Invecchiato da un trucco prostetico che lo deforma rendendolo pallido e ingrassato, Digger incede e incespica tra i militari e il Presidente alla ricerca di una soluzione. Ballonzola qua e là senza meta in un mondo che proprio a causa sua sta andando in fiamme.

C’è una scena nel film che mostra il personaggio interpretato da Tom Cruise mentre si cambia nei camerini di un teatro. Con lui, insieme agli specchi che lo moltiplicano e lo annullano rimpicciolendolo quasi in progressione geometrica, c’è il poster di Opening Night (La sera della prima) di Cassavetes. Anche lì come qui è narrata la storia di un’attrice (interpretata da Gena Rowlands) che deve recitare per la prima di uno spettacolo mentre il teatro e la vita si sovrappongono: così come per vivere si è costretti a fingere ogni giorno, anche per riprodurre un mondo caricaturale e inverosimile si finisce per scomodare la realtà. Commedia o farsa? Dramma o tragedia? Un po’ tutt’e due.
Il teatro come messa in scena grottesca della realtà
L’autore di Amores perros, 21 grammi, Birdman e The revenant mette in scena la pomposità e la goffaggine del potere alterando anche il modo in cui riprende i personaggi. Li ridicolizza con le inquadrature. Prospettive decentrate, lenti che piegano le immagini, angolazioni che li deformano. In questo mondo sempre più conforme l’unico modo per spiazzare è dire la verità. Digger lo fa. La spala in faccia alla gente. La mette in pubblica piazza in Tribunale, a processo. Investe il pubblico con una centrifuga di fatti, numeri, ammissioni, colpe. E loro si sfogano: urlano e inveiscono contro il magnate. Lo aggrediscono. Lo puniscono e lo accusano.

Ma Iñárritu con questo film non vuole solo ridicolizzare un uomo che fa di tutto per il suo tornaconto personale scaricando su di lui tutte le responsabilità. Perché se i magnati prosperano e si arricchiscono è anche colpa nostra. È colpa nostra che non rinunciamo a nessun privilegio offerto e in cambio ci svuotiamo di ogni responsabilità, interpretando la parte del cittadino modello sempre pronto a trovare qualcuno contro cui scagliarsi. Domanda e offerta, nulla più. Per quel pubblico che lo giudica tutto finisce in aula. Fuori – Digger lo sa – non accade più nulla. Una volta finito lo spettacolo sembrano tutti indifferenti rispetto alla realtà che c’è là fuori. Forse, a loro conviene. A noi conviene. Lì il film cessa di vivere sullo schermo, ci graffia e ci parla mostrandoci che, in fondo, quegli spettatori anestetizzati siamo noi.