Rockefeller Foundation: il peso della disinformazione sulla salute pubblica

La pandemia da Covid-19 ha mostrato l’importanza dell’accesso a informazioni accurate, tempestive e attendibili. La cattiva informazione e la disinformazione hanno persuaso molte persone a non vaccinarsi e la sanità pubblica non è stata capace di rispondere in maniera adeguata.

Lunedì 14 febbraio 2022 la Rockefeller Foundation, che finanzia numerosi progetti di ricerca in diversi campi, ha organizzato un incontro per discutere su come tutelare la salute e il benessere pubblico contro la disinformazione. Moderati da Bruce Gellin, capo della strategia globale per la salute pubblica della fondazione statunitense, si sono alternati diversi esperti:

  • Vivek H. Murthy, medico e viceammiraglio del servizio sanitario pubblico degli Usa;
  • Anna Harvey, presidente del Social Science Research Council;
  • Claire Wardle, fondatrice di di First Draft News;
  • Sergio Cecchini, responsabile dell’ufficio dell’OMS in Africa;
La disinformazione sui social

Durante la pandemia da Covid-19 la disinformazione ha avuto un impatto globale sulla salute e sul benessere di molte persone. In realtà, già quindici anni fa l’insicurezza economica aveva aumentato la credibilità delle informazioni non attendibili. Ora la tecnologia ha permesso una condivisione di queste informazioni in modo ancor più veloce e sofisticato, e gli algoritmi stessi aumentano il meccanismo che permette la diffusione di notizie false. Queste non sono precedute dal fact checking, ovvero il controllo della loro veridicità. Proprio per questo motivo, i ricercatori si trovano in difficoltà: non sono in grado di attuare il social listening, ossia la capacità di monitorare ciò di cui si discute online.

Il Covid-19

Paradigmatico è il caso Facebook. Il social di Zuckerberg si basa sul profitto degli azionisti, che privilegiano il numero di click, anteponendolo al benessere pubblico. Anche WhatsApp e Telegram sono canali che diffondono molto facilmente fake news, perché accessibili a tutti. Al contrario, i mezzi di comunicazione ufficiale usati dal mondo scientifico, come Twitter e la CNN, non sono molto seguiti dal pubblico. La stessa Claire Wardle ha dichiarato: «I complottisti danno una facile spiegazione del perché la tua vita faccia schifo».

Il ruolo dei giornalisti

«Bisogna abbattere le etichette, bisogna dare più contesto». Questo è il compito dei giornalisti. Negli ultimi cinque anni, questa categoria professionale è stata presa di mira, perché non in grado di riempire il vuoto informativo dato dalla complessità del processo scientifico. Non sono stati capaci di contestualizzare sufficientemente la diversità dei dati, spesso sovrapposti, creando confusione e incertezza e hanno presentato punti di vista troppo discordanti tra loro.

La disinformazione

«Nel caso del Covid-19 il controllo sulla qualità dell’informazione è arrivato troppo tardi. Servono dei movimenti per formare i giornalisti su come affrontare la disinformazione senza rischiare di alimentarla ed essere tempestivi per evitare che questa diventi uno “zombie rumour”, dilagante e contagioso», ha detto Sergio Cecchini, responsabile dell’ufficio dell’OMS in Africa. Proprio in questo continente, complesso e articolato, le malattie infettive sono la norma. Nel 2021, ad esempio, la Guinea ha dovuto affrontare contemporaneamente il Covid-19 e un focolaio di Ebola. Il Covid-19, dunque, è un’amplificazione di qualcosa che era già stato sperimentato su scala più piccola.

Le possibili soluzioni
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Il National Institutes of Health

Il National Institutes of Health (NIH) ha stanziato 50 miliardi di dollari per finanziare diverse ricerche, che aumentino l’alfabetizzazione sanitaria digitale. In particolare, si rivolgono ai tre soggetti in campo per combattere la disinformazione: i cittadini, che devono supportare la comunità scientifica; i medici e gli infermieri, che devono usare le loro conoscenze per condividere informazioni accurate; le piattaforme digitali, alle quali è richiesta una maggiore trasparenza.

Il Mercury Project, invece, sta provando ad indentificare le cause della disinformazione, progettando e sviluppando interventi randomizzati su larga scala. Il progetto si basa su un assioma della scienza comportamentale: gli essere umani sono animali sociali, che si sentono più al sicuro in compagnia degli altri. Proprio i social network incentivano a seguire il «branco». L’obiettivo è cambiare quello che vedono e pensano le persone nei loro ambienti informativi, così da modificare le loro convinzioni e i loro comportamenti.

Ad esempio, in Kenya si sta testando un corso via sms. Come funziona? Per otto giorni vengono inviate alle persone delle pillole di contenuti per imparare a controllare le proprie emozioni, spesso manipolate online, che fanno diminuire il proprio senso critico. Se sarà efficace, il corso verrà ampliato ad altri paesi.

Dunque, secondo le parole dei diversi esperti, il comune denominatore per combattere la disinformazione è l’educazione, che richiede tempo e collaborazione.

 

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