MORTO IL GIUDICE CORRADO CARNEVALE, SOPRANNOMINATO ‘AMMAZZASENTENZE’

“Quante sentenze ha ammazzato, presidente?” “Per ammazzare qualcosa, bisogna che quel qualcosa sia vivo”. Conosciuto ai più come il ‘giudice ammazzasentenze’, Corrado Carnevale è stato il più giovane presidente della Corte di Cassazione. Morto lo scorso 4 febbraio a Roma, è stato uno dei protagonisti della magistratura tra gli anni Ottanta e Novanta. Indagato e poi assolto per concorso esterno in associazione mafiosa, fu un magistrato in costante contrasto con il pool antimafia di Palermo per l’annullamento di centinaia di condanne in procedimenti per mafia e terrorismo.  

Chi era il giudice Carnevale, l’‘ammazzasentenze’

Corrado Carnevale, magistrato simbolo di una delle fasi più controverse della giustizia italiana, si è accreditato nella memoria collettiva con il soprannome di ‘ammazzasentenze’ per le sentenze che ha annullato per vizi di forma o errori procedurali. Nato a Licata (AG) nel maggio 1930, Carnevale è entrato nella cronaca nazionale per la sua figura controversa, dibattuta, divisiva, spigolosa, convinta di essere “vittima di una persecuzione giudiziaria e politica”. Dopo la laurea in giurisprudenza all’università di Palermo (con il massimo dei voti e un anno di anticipo), partecipa al concorso in magistratura e lo vince come primo classificato. Uditore giudiziario, giudice di tribunale, consigliere di Corte d’appello, consigliere di Cassazione, presidente di sezione della Corte suprema: tutti avanzamenti di carriera raggiunti dal 1953 al 1972. 

Corrado Carnevale
Il giudice Corrado Carnevale, Presidente della Prima sezione penale della Corte di Cassazione 1985-1993

A 52 anni Carnevale era già consigliere della Cassazione, il più giovane della Repubblica; è arrivato a presiedere la Prima sezione penale, posizione dalla quale pronunciò alcune delle sentenze più delicate e significative della storia repubblicana. Tra i casi che trattò i processi relativi alla strage di piazza Fontana, gli ergastoli per l’uccisione di Rocco Chinnici e del maresciallo Vito Ievolella. Tutti casi relativi a mafia, terrorismo, criminalità organizzata, grandi delitti politici, che hanno portato Carnevale a sentenze dall’esito divisivo tra i suoi stessi colleghi (più garantisti che formalisti). Da qui il marchio di ‘giudice ammazzasentenze’. 

L’attività professionale di Carnevale

Non ci sono mezze misure verso il personaggio: o lo ami o lo odi. Tra chi ne stimava l’attività professionale, verso Carnevale c’è il ricordo del principio ispiratore del lavoro giudiziario: la presunzione di innocenza. Un giurista puro, dotato di memoria prodigiosa e conoscenza minuziosa dei codici. Dal 1985 e per i successivi otto anni, quando Carnevale era presidente della Prima sezione penale della Cassazione, il collegio annullò o rinviò a nuovo giudizio centinaia di sentenze. Non si trattò quasi mai di assoluzioni nel merito, quanto piuttosto di annullamenti per vizi procedurali, difetti di motivazione, inosservanza delle norme di legge, valutazione ritenuta scorretta dagli indizi o dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. 

Una linea interpretativa – quella adottata da Carnevale – fondata sul formalismo giuridico e sul garantismo del diritto, che produsse effetti controversi. Vennero annullati gli ergastoli dei fratelli Michele e Salvatore Greco (condannati per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici), cancellate le condanne per la strage dell’Italicus, azzerate decine di condanne della banda della Magliana. Tra 1991 e 1992 arrivarono gli annullamenti più clamorosi: revocati i provvedimenti cautelari a carico del boss Francesco Schiavone, cancellati ergastoli in processi di mafia calabrese e siciliana, annullate custodie nei confronti di esponenti dei clan Moccia e Magliulo. Contestato il ‘teorema Buscetta’, la ricostruzione dell’organizzazione unitaria di Cosa nostra resa possibile al pool antimafia palermitano dalla collaborazione del pentito Tommaso Buscetta

Lo sceriffo e l’ammazzasentenze

Per Carnevale, la mafia è una sommatoria di bande, non un organismo unitario. Da qui lo scontro frontale con il pool antimafia di Palermo e più direttamente con il giudice Giovanni Falcone, il ‘giudice sceriffo’ contro l’‘ammazzasentenze’. «Falcone – sottolineò l’ex giudice al trentennale della strage di Capaci – inizialmente è stato amato, poi quando si accorsero che forse la sua campagna ideologica non era tutta disinteressata ma ispirata dal desiderio di fare carriera, allora nell’ambiente cominciò a decadere. Aveva i suoi esaltatori e i suoi critici, come per qualunque persona. Ma quello che vorrei dire è che Falcone è stato esaltato al di là dei suoi meriti effettivi». Falcone divenne simbolo di una giustizia che Carnevale considerava politicizzata ed esposta al consenso mediatico. «Mi rifiuto di essere un combattente anche contro la mafia, il mio compito non è quello di lottare ma di giudicare» dichiarò Carnevale.

Giovanni Falcone
Il magistrato Giovanni Falcone

Il braccio di ferro mediatico tra i due si concentra nel 1991 quando Falcone (dal ruolo di direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia) propose al ministro della Giustizia Claudio Martelli una modifica ai criteri di assegnazione dei processi in Cassazione. Falcone temeva che l’‘Ammazzasentenze’ potesse ribaltare l’esito del maxiprocesso di Palermo. Venne così introdotto un meccanismo di rotazione per regolare le assegnazioni dei processi: non più in funzione della materia ma con turnazioni automatiche e casuali. Il punto di tensione più alta si raggiunse l’11 febbraio 1991. Quel giorno, la prima sezione penale della Cassazione dispose la scarcerazione di quarantatrè imputati del maxiprocesso – quaranta dei quali boss mafiosi – per decorrenza dei termini di custodia cautelare. L’opinione pubblica rimase sotto shock. I mafiosi parlarono dell’ordine del ministro Martelli di riportare i boss in carcere come di un ‘mandato di cattura del governo’. 

Concorso esterno in associazione mafiosa

Nel 1993 iniziò un altro protagonismo di Carnevale nelle aule di giustizia. Entrò infatti nel mirino delle procure che – seguendo le dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia – indagarono sulla sua figura di magistrato ‘avvicinabile’, inserito in un circuito che coinvolgerebbe esponenti politici e vertici mafiosi. Era lo stesso “processo del secolo” che tra 1994 e 2003 vedeva coinvolto Giulio Andreotti.

Carnevale entra nelle lista degli indagati nel processo Andreotti. La Stampa, 30 marzo 1993. Fonte: Centro studi sociali contro le mafie San Francesco

La condanna arrivò nel 2001: concorso esterno in associazione mafiosa. Sei anni di carcere e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Furono poche le voci che pubblicamente si alzarono in difesa di Carnevale. Una di queste era di Marco Pannella, che parlava di “condanna ignobile”. Circa un anno dopo la condanna, arrivò l’assoluzione piena da parte delle sezioni penali riunite della Cassazioni perché ‘il fatto non sussiste’. Le prove a carico di Carnevale furono giudicate insufficienti per dimostrare la volontà del giudice di favorire la mafia e la criminalità organizzata. Tornò in servizio solo nel 2007 alla sezione civile della Cassazione, dove restò fino alla pensione nel 2013.

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