Marcelle Padovani: «Falcone, la mafia voleva farlo fuori e lui lo sapeva»

marcellepadovani

Marcelle Padovani conserva ancora un ricordo nitido del 23 maggio 1992. La passeggiata al calar del sole, poi il ritorno a casa e quella telefonata inaspettata. «Ero in campagna, camminavo, alle 19.30 suona il telefono fisso. Era Walter Veltroni: voleva che scrivessi due righe su Falcone», racconta la giornalista dall’altro lato della cornetta. La storica corrispondente italiana del Nouvel Observateur confessa di non aver subito capito il motivo di quella richiesta da parte dell’allora direttore de L’Unità. Così chiede spiegazioni. «Falcone? Ma Walter, non ce n’è bisogno». Poi, la notizia dell’attentato.

Nel giorno del 28esimo anniversario della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone con la moglie e i tre agenti della scorta, Marcelle Padovani parla con MasterX dei suoi legami con il giudice antimafia. La giornalista francese lo conosceva bene. Nel 1991, Padovani lavora con lui alla stesura del libro “Cose di Cosa Nostra”: «Ci siamo visti, lui leggendo quello che scrivevo si convinse che poteva fidarsi di una giornalista».

 

Marcelle, che cosa resta oggi di Giovanni Falcone?

Prima di tutto, Falcone ha lasciato una interpretazione della mafia di Cosa Nostra. Un’analisi e un certo numero di linee di combattimento che sono tutt’oggi contemporanee. La sua lezione, il suo esempio sono di una validità totale anche per i magistrati odierni.

 

Quanti di loro seguono le orme del giudice antimafia?

La lezione di Falcone deve essere contestualizzata, non è un modello per tutte le mafie perché lui conosceva Cosa Nostra nel 1991. Allora la camorra e la ‘ndrangheta non erano grandi protagoniste, oggi invece sono diventate maestre per il crimine organizzato e controllano molto più di quanto faccia la mafia siciliana. Oggi ci sono magistrati che ne sanno di più di Giovanni Falcone ma per un motivo semplice e storico.

 

Ci dica.

All’epoca di Falcone queste mafie ancora non erano operanti in modo così plateale, ecco. Tanti magistrati hanno il rigore, l’austerità e il rifiuto del protagonismo come aveva Falcone. Di quelli che conosco, io direi Giovanni Melillo, Franco Lo Voi e Giuseppe Pignatone. Nomi importanti che per serietà, efficacia e non per popolarità mi sembrano quelli che più assomigliano al giudice.

 

Per quale motivo?

Falcone non era protagonista, né uno che si imponeva nei talk show e sui media. È sempre stato di una discrezione assoluta. Io ho fatto fatica ad avere un appuntamento con lui, ho impiegato mesi per parlarci. Era il 1988 quando si iniziava a parlare di Buscetta. Ci siamo visti, incontrati, abbiamo parlato a lungo, molto liberamente. Lui leggendo quello che scrivevo si è convinto che si poteva fidare di una giornalista. Ma nell’insieme era molto diffidente.

 

Nel 1991 arriva la pubblicazione del libro. L’anno dopo, la strage. Cosa ricorda di quel 23 maggio?

Ero in campagna, camminavo, sono tornata a casa verso le 19.30, non avevo guardato la televisione, né sentito la radio. Suona il telefono e sento una voce che mi dice: “sono Walter Veltroni ho bisogno che tu mi faccia rapidamente qualche riga su Falcone”. Così io gli rispondo: “ma Walter, non c’è motivo!” E lui: “Come no? Ma tu non sai?” Poi, mi ha raccontato l’attentato.

 

Non immaginava che cosa era successo.

Io l’ho saputo da lui e sinceramente devo riconoscere che mi è caduto il telefono dalle mani, non me l’aspettavo. Non è che non me l’aspettassi, voglio dire, ero sorpresa. Le minacce c’erano, obiettivamente Cosa Nostra voleva fare di tutto per eliminare quell’uomo, era ovvio, e lui lo sapeva. Più volte ne avevamo parlato, Falcone aveva messo in conto di essere eliminato. Della sua morte, molto verosimile, ne parlava.

 

Anche con il pentito Tommaso Buscetta.

Sì, lo stesso Buscetta gli aveva detto: “signor giudice mi faranno fuori prima a me”. Invece hanno fatto fuori Falcone, Buscetta è morto nel suo letto.

 

Con il coronavirus aumentano i prestiti d’usura. Come rilanciare oggi la cultura dell’antimafia?

Quello che ritengo importante in questo momento difficile non è tanto la cultura della legalità ma la cultura della diffidenza nei confronti di chi offre partecipazioni e tanti soldi, anche in contanti, a: piccoli commercianti, imprenditori, padroni di bar e trattorie in situazioni di grandissima difficoltà. Vedi arrivare l’oro della provvidenza ma non ti rendi conto che quelle persone si stanno impadronendo della tua proprietà.

 

Che cosa dovrebbe fare lo Stato?

Più campagne di informazione, di finanziamento, di inserimento e di aiuto per tutto quel piccolo mondo che oggi è la prima preda delle mafie.

Virginia Nesi

LAUREATA IN COMUNICAZIONE A FIRENZE E CON UN MASTER IN GIORNALISMO DELL'UNIVERSITÁ SAN PABLO DI MADRID. HA IMPARATO NELLA REDAZIONE DI EL MUNDO, QUOTIDIANO CON IL QUALE CONTINUA A COLLABORARE. APPASSIONATA DI POLITICA ESTERA E SOCIETÁ, HA VINTO IL PREMIO "WALTER TOBAGI 40 ANNI DOPO"

No Comments Yet

Leave a Reply