Violenza contro le donne: ci vuole più consapevolezza

Sono 104 le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno al 20 novembre 2022. Si muore in famiglia, in luoghi in cui ci si sente al sicuro: 88 femminicidi sono avvenuti in ambito affettivo, 52 donne sono state uccise dal partner o dall’ex. Questi i numeri del report diffuso dal Viminale. Secondo l’Onu, poi, sono almeno 5 i femminicidi commessi ogni ora a livello mondiale. «Fino a quando anche gli uomini non intraprenderanno un cammino di autoconsapevolezza, come hanno fatto le donne, sarà difficile ridurre sensibilmente questi numeri», spiega Cristina Carelli coordinatrice generale della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano (Cadmi), primo Centro Antiviolenza nato in Italia nel 1986.

Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

«Porre fine alla violenza contro le donne, riconoscerne la capacità di autodeterminazione sono questioni che interpellano la libertà di tutti». Queste le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che ricorre il 25 novembre. Denunciare «è un atto che richiede coraggio. Un’azione efficace per sradicare la violenza contro le donne deve basarsi sulla diffusione della prevenzione delle cause strutturali del fenomeno e su una cultura del rispetto che investa sulle generazioni più giovani, attraverso l’educazione all’eguaglianza, al rispetto reciproco, al rifiuto di ogni forma di sopraffazione», ha concluso il capo dello Stato.

Cristina Carelli, coordinatrice generale Cadmi

L’educazione è un punto centrale anche secondo la coordinatrice del Cadmi, che da 23 anni lavora a contatto con le vittime di violenza. Le attività del centro, infatti, si dividono in due categorie: da una parte sostiene le donne nel percorso di uscita dalla violenza, dall’altra cerca di agire sulla prevenzione attraverso progetti che mirano a cambiare la mentalità e ad aumentare la consapevolezza su questi temi.

«I femminicidi sono la punta dell’iceberg. Il problema è culturale e assume tante sfaccettature», sottolinea Carelli. Il Cadmi accoglie ogni anno circa 500 donne. Il centro antiviolenza le aiuta a percorrere il cammino verso la libertà fornendo supporto legale, psicologico e di consulenza per entrare nel mondo del lavoro, rendersi autonome. Oltre al centro, ci sono nove case rifugio, che presto diventeranno dieci. Ogni anno circa 30 ospiti vengono aiutate a studiare, trovare un lavoro, emanciparsi, realizzare i propri progetti di vita.

Le forme di violenza più comuni

«Il maltrattamento fisico c’è, ma non è l’aspetto prevalente. La maggior parte delle donne che si rivolgono a noi sono vittime di violenza psicologica ed economica. Molte, per esempio, quelle indebitate o che hanno sottoscritto cambiali sotto imposizione dei partner. Altre subiscono il controllo su quanto spendono per sé stesse o per i figli e non hanno accesso alle carte di credito», aggiunge la coordinatrice.

Il 53,8% delle vittime di femminicidio è nel Settentrione del Paese, dove c’è un livello più alto di benessere economico e una diffusione maggiore di servizi dedicati alle donne maltrattate. Una prova del fatto che manca la cultura profonda di come dovrebbero essere delle relazioni sane in tutti i contesti: «Anche gli uomini benestanti e più istruiti applicano forme di controllo morboso nei confronti delle partner. Il fenomeno riguarda tutti gli strati della società e tutti coloro che si sentono in diritto di abusare del proprio potere, tra i quali c’è pure quello economico».

Alcuni cambiamenti

I giovani danno speranza. In 23 anni Carelli ha potuto toccare il cambiamento. Le ragazze vivono le relazioni affettive con molta più consapevolezza rispetto alle loro madri. Se una volta era frequente sentire la storia di donne che uscivano dalla violenza solo dopo decenni di sopportazione dei maltrattamenti, oggi le vittime ne escono molto prima: «Le nuove generazioni sono più informate e spesso ci consultano per capire se quello che stanno vivendo si può definire violenza o no. Ci conoscono, sanno che cosa facciamo. Questo per noi è un grande risultato».

Quello che invece necessita ancora oggi di un cambiamento è il versante dell’accoglienza. «Purtroppo, quando denunciano spesso non vengono assistite nel miglior modo possibile. Subiscono quindi una doppia vittimizzazione da parte di Forze dell’Ordine, tribunali e ospedali, che cercano le cause della violenza nei comportamenti delle donne anziché in quelli degli uomini. Questo è ancora un grosso problema in Italia e per risolverlo dovremmo condividere un’idea chiara di cos’è la violenza», puntualizza.

Le iniziative

 Il 25 novembre è diventato un’occasione per accrescere la consapevolezza della collettività. Diverse le iniziative a Milano e in tutte le grandi città italiane, così come in gran parte dell’Occidente. Il 26 novembre a Roma anche il corteo nazionale dell’associazione transfemminista Non Una Di Meno, con lo slogan: “Basta guerre sui nostri corpi. Rivolta transfemminista”.

Elisa Campisi

SONO GIORNALISTA PRATICANTE PER MASTERX. MI INTERESSO DI POLITICA, ESTERI, AMBIENTE E QUESTIONI DI GENERE. SONO LAUREATA AL DAMS (DISCIPLINE DELL’ARTE DELLA MUSICA E DELLO SPETTACOLO), TELEVISIONE E NUOVI MEDIA. HO STUDIATO DRAMMATURGIA E SCENEGGIATURA, CONSEGUENDO IL DIPLOMA TRIENNALE ALLA CIVICA SCUOLA DI TEATRO PAOLO GRASSI.

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