IL GIOCO VALE L’ORO? PERCHÉ LE CITTÀ NON VOGLIONO OSPITARE (DA SOLE) LE OLIMPIADI

C’era una volta la corsa ai Cinque Cerchi. Una competizione diplomatica, economica e d’immagine che vedeva le metropoli mondiali lottare a colpi di dossier per aggiudicarsi il titolo di città olimpica. Oggi, quello scenario sembra appartenere a una tramontata era geologica. L’assegnazione dei Giochi olimpici, da onore è diventata una condanna economica, tra costi fuori controllo, cattedrali nel deserto e collasso burocratico. Perché ospitare il più grande evento sportivo del pianeta è diventato un rischio che nessuno vuole più correre? 

IL MITO DEL RITORNO DELL’INVESTIMENTO ECONOMICO 

Per decenni, il Cio (Comité international olympique, Comitato olimpico internazionale) ha venduto un sogno: i Giochi come volano di sviluppo. La realtà dei numeri, però, ha presentato un conto salatissimo. Secondo gli studi più recenti – tra i quali quello della business school dell’università di Oxford -, ogni singola edizione dei Giochi Olimpici dal 1960 ha registrato un superamento dei costi. Il cost overrun arriva anche al +156% del costo medio, con un over budgeting cresciuto esponenzialmente nel corso dei decenni. 

Il problema non è solo l’inflazione, ma la natura stessa del progetto. Quando una città vince la candidatura, firma un assegno in bianco. I costi per la sicurezza, le infrastrutture tecnologiche e la gestione dell’accoglienza sono sistematicamente sottostimati nei dossier preliminari per rendere la proposta appetibile all’opinione pubblica. 

Solo una volta ottenuti i Giochi, la realtà emerge: Sochi 2014 è costata oltre 50 miliardi di dollari (contro gli inizialmente previsti 12 miliardi), Rio 2016 ha lasciato uno Stato in bancarotta, e Tokyo 2020 – complice la pandemia – ha visto i costi triplicati rispetto alle stime.

Certo, gli sponsor non sono mai mancati. Comcast (la società madre di Nbc Universal) nel 2017 ha pagato 7,75 miliardi di dollari per l’esclusiva televisiva per il periodo 2022-2032. Il rovescio della medaglia è che solo il 30% dei ricavi televisivi andranno al paese ospitante, il resto se lo prende il Cio. L’ultima città che riuscì ad aggiudicarsi il 69% dei ricavi da diritti televisivi fu Barcellona nel 1992: da allora, il Comitato olimpico ha cambiato le regole, rendendo il modello economico sempre meno sostenibile per la città ospitante.

COME SI DIVENTA CITTÀ OSPITANTE?

Il Cio, formalmente, è il proprietario dei Giochi olimpici e detiene i diritti relativi all’evento; non è dunque il diretto organizzatore ma incarica la città designata ad organizzare i Giochi tramite un accordo chiamato “host city contract” in cui vengono definite le regole da seguire per ‘meritarsi’ la possibilità di ospitare Olimpiadi e Paralimpiadi. 

Comitato olimpico e amministrazioni cittadine si litigano la responsabilità dell’organizzazione: nessuno vuole assumersela. Il tema centrale della diatriba non è  politico, quanto piuttosto economico. I ricavi, infatti, sembrano essere un miraggio ben lontano dalla realtà. 

Solo una città, nelle Olimpiadi moderne, è riuscita a generare utile: Los Angeles, con i Giochi estivi del 1984. I 215 milioni di dollari di utile operativo furono resi possibili dallo sfruttamento di infrastrutture e stadi già esistenti.

Cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Los Angeles 1984
Cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Los Angeles 1984.

Grazie a tale risultato, l’entusiasmo tra potenziali città ospitanti crebbe e, a lungo, il Cio ebbe vasta scelta di progetti ambiziosi. La conseguenza fu budget dedicati sempre più importanti, e progettualità economicamente impegnative da stimare.  

Il primo costo da affrontare è legato alla candidatura: preparazione e presentazione dell’offerta al Cio già valgono milioni tra consulenti, organizzatori e pianificatori. Ottenuto il titolo di edizione, arrivano i costi di costruzione: stadi e palazzetti sportivi, strutture che rispettano gli standard olimpici, villaggi olimpici per atleti e team…

A tali costi diretti, vanno aggiunti i costi indiretti. Lavori infrastrutturali, spazi verdi con nuove destinazioni, ecosistema da riadattare, costo dei capitali che sarebbero potuti essere allocati in modo diverso. 

Il finanziamento di un evento di tali dimensioni e complessità richiede risorse pubbliche e private ingenti, spesso bilanciate da un equilibrio fragile. Buona parte dei fondi arriva direttamente dal Comitato olimpico, che reinveste i ricavi (derivanti in buona parte da vendita di diritti televisivi e accordi di sponsorizzazione) dei Giochi nell’organizzazione dell’edizione successiva. 

Grafico degli investimenti del Cio per l’organizzazione dei Giochi estivi
Grafico degli investimenti del Cio per l’organizzazione dei Giochi estivi.

Dall’altra parte, il rovescio della medaglia, sono i benefici incerti. I pagamenti diretti provengono principalmente dalla vendita dei diritti di trasmissione e dai ricavi della vendita dei biglietti. Difficili da stimare sono anche i ricavi relativi al turismo indotto dall’evento sportivo per antonomasia. Misurare l’impatto economico dei Giochi significa rispondere a una domanda: cosa sarebbe successo, in quella città, in quegli anni, se le Olimpiadi non ci fossero state? 

L’INCUBO INFRASTRUTTURALE E IL LABIRINTO BUROCRATICO

Il vero tallone d’Achille è la progettualità. I requisiti tecnici imposti dal Cio sono particolarmente rigidi e richiedono infrastrutture iperspecializzate. Il risultato? Dopo le tre settimane di gloria olimpica, le città si ritrovano con stadi di atletica da 80mila posti o canali di canottaggio artificiali che richiedono milioni di euro di manutenzione annua senza avere un reale piano per l’utilizzo sociale o sportivo locale. È l’eredità dei ‘white elephants’, gli elefanti bianchi: strutture mastodontiche con impianti iper-specializzati che marciscono nelle periferie. Organizzare un’Olimpiade significa creare una città nella città, gestita da comitati organizzatori che spesso operano in deroga alle leggi ordinarie.

Alcune delle strutture dei Giochi olimpici e paralimpici abbandonate. La pista da sci di Sarajevo 1984, la piscina principale di Atena 2004, il villaggio olimpico di Berlino 1936, il centro olimpico di slalom di canoa e kayak di Atene 2004.
Alcune delle strutture dei Giochi olimpici e paralimpici abbandonate. La pista da sci di Sarajevo 1984, la piscina principale di Atena 2004, il villaggio olimpico di Berlino 1936, il centro olimpico di slalom di canoa e kayak di Atene 2004.

Commissari straordinari, sovrapposizioni tra enti locali e governo centrale, e procedure d’urgenza creano un corto circuito che gonfia i prezzi e allunga i tempi. La burocrazia olimpica, oltre che lenta, è vorace: richiede una capacità di gestione del rischio che spesso le amministrazioni locali, già soffocate dai tagli ai bilanci, non possono permettersi.

C’è poi un tema politico prepotente. Nelle democrazie occidentali, il cittadino-contribuente ha iniziato a porsi delle domande: “Perché spendere 15 miliardi per uno stadio quando i trasporti pubblici e le scuole cadono a pezzi?“. La trasparenza, un tempo opzionale, oggi è il muro contro cui si infrangono i sogni di gloria di amministratori e politici. La ‘fuga dalle Olimpiadi’ diventa una rivolta della classe media contro un modello di business che scarica i rischi sul pubblico e tiene i profitti (diritti TV, sponsor) per il privato (il Cio).

IL SOGNO INFRANTO DEL RILANCIO MONDIALE DI RIO 2016 

Il Brasile aveva presentato Rio 2016 come il palcoscenico della sua ascesa globale. Un piano di rebranding ambizioso, per mostrare al mondo una potenza economica moderna e capace di integrare le favelas alle grandi città industrializzate. 

L’iniziale costo stimato del progetto era di 4,6 miliardi di dollari; il conto finale oscilla tra i 13 e i 20 miliardi. Il grande progetto di rilancio mondiale del Brasile è rimasto sulla carta. 

  • L’’Arena do futuro’ (quella che ospitò le competizioni di pallamano e di goalball) doveva essere smantellata per costruire 4 scuole ma ancora nulla è stato fatto. 
  • Il Parco olimpico di Barra (1,18 milioni di metri quadrati) oggi è una distesa di cemento semi-abbandonata, che costa allo Stato milioni di dollari di manutenzione.
  • Il tasso di deputazione della Baia di Guanabara, sede delle gare veliche, è rimasto all’80%, a fronte della promessa del governo di una ripulitura completa. 
Gli impianti sportivi di Rio 2016 dieci anni dopo
Gli impianti sportivi di Rio 2016 dieci anni dopo.

Ci sono poi i temi sociali che circondavano l’edizione di Rio. Le Upp (Pacifying police units), nate per mettere in sicurezza le favelas, sono collassate poco dopo i Giochi, lasciando così spazio a una nuova ondata di violenza. Rio è stata una crisi economica e una crisi di fiducia: il Cio ha dimostrato che per i paesi emergenti, l’Olimpiade agisce spesso come un parassita che drena risorse vitali per infrastrutture civili verso infrastrutture sportive effimere. 

MILANO-CORTINA: LA SCOMMESSA ITALIANA

I Giochi di Milano-Cortina 2026 hanno spento i riflettori lo scorso 22 febbraio. Fondazione Milano-Cortina si poneva due grandi sfide: i primi giochi invernali diffusi (tra Milano, Cortina d’Ampezzo, Bormio, Livigno, Predazzo, Tesero, Anterselva, Verona), e la sostenibilità. “Giochi a impatto 0” era la promessa iniziale. 

Se il dossier del 2019 parlava di investimenti contenuti (1,4 miliardi di euro), i dati più recenti indicano un costo reale complessivo stimato di circa 5/7 miliardi di euro. Di questi, solo il 13% è dedicato a opere direttamente legate ai Giochi, mentre il resto è destinato a legacy – per circa il 70% infrastrutture stradali e ferroviarie -. Tradotto, per ogni euro olimpico, ci sono 6,60€ di finanziamento di opere accessorie.

La costruzione della pista da bob Eugenio Monti a Cortina è diventata il simbolo delle critiche. Nonostante i tentativi di risparmio (circa 42 milioni stralciati da opere accessorie), il costo finale dell’impianto si aggira sui 118 milioni di euro. Per realizzarla sono stati abbattuti oltre 560 larici secolari, sollevando proteste dai movimenti ambientalisti e dall’Unione Europea per l’assenza di una valutazione di impatto ambientale ordinaria.

Tra le strutture costruite per Milano-Cortina, lo stadio del salto di Predazzo, il villaggio olimpico di Porta Romana (pronto ad essere riconvertito in uno studentato che da settembre 2026 ospiterà circa 1.700 posti letto), il palazzetto di Milano Santa Giulia (che da ice hockey arena diventerà palazzetto per ospitare concerti), la pista da bob di Cortina d’Ampezzo.
Tra le strutture costruite per Milano-Cortina, lo stadio del salto di Predazzo, il villaggio olimpico di Porta Romana (pronto ad essere riconvertito in uno studentato che da settembre 2026 ospiterà circa 1.700 posti letto), il palazzetto di Milano Santa Giulia (che da ice hockey arena diventerà palazzetto per ospitare concerti), la pista da bob di Cortina d’Ampezzo.

Nei luoghi di montagna, per consentire lo svolgimento delle gare all’aperto, è stato necessario produrre 1,6 milioni di metri cubi di neve artificiale (equivalenti a 640 piscine olimpioniche riempite di neve). Le conseguenze? Dispendio di energia, prelievo di grandi quantità d’acqua dai fiumi, possibili rischi per l’approvvigionamento locale. 

Le prime stime parlano di vendite dell’88% dei biglietti disponibili, ovvero 1,3 milioni. Il 63% dei questi biglietti ha coinvolto un pubblico proveniente dall’estero. Più della metà dei biglietti (il 57%), è stata venduta a un prezzo inferiore a 100€; il 20% costava tra i 30 e i 40€. 

Secondo il report di Open Olympics 2026, il 57% degli interventi inizialmente previsti (quindi 34) sarà completato tra il 2027 e il 2033. Ventitre cantieri non sono nemmeno stati appaltati. Questo solleva una domanda cruciale: volevamo costruire per i Giochi o stiamo usando i Giochi come scusa per aggirare le normali procedure di appalto?

PERCHÉ I COSTI LIEVITANO SEMPRE?

La risposta risiede nella gestione straordinaria. In Italia, la creazione di Simico S.p.A. (Società Infrastrutture Milano Cortina) ha centralizzato i poteri, ma ha anche creato un diaframma tra i cittadini e la gestione dei fondi. Le procedure d’urgenza – adottate per completare gli impianti in tempo per le competizioni – permettono di derogare al Codice degli appalti, gonfiando i prezzi medi dei materiali e delle consulenze. Come evidenziato da Wired e Il Post, l’asimmetria è totale: il settore pubblico si accolla il rischio finanziario totale, mentre il Cio trattiene per sé le entrate più certe: diritti Tv e top sponsor.

Uno scatto della cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici all’arena di Verona del 22 febbraio 2026
Uno scatto della cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici all’arena di Verona del 22 febbraio 2026.

I Giochi olimpici, più che una festa, sono una prova di resistenza economica. Se Milano-Cortina riuscirà a evitare l’”effetto Rio” – grazie a un riutilizzo privato delle strutture, come il Villaggio Olimpico di Porta Romana che diventerà uno studentato da 1.700 posti letto -, resterà comunque l’amaro in bocca per una montagna, quella dolomitica, sfregiata da opere che, forse, non vedranno mai una reale sostenibilità gestionale dopo il 2026. La domanda per i futuri sindaci e governatori non è più “Come vincere i Giochi?”, ma “Come sopravvivere ai Giochi?“.

Martina Carioni

Classe 2000, nata nella campagna cremasca, dopo un percorso di studi tra comunicazione e marketing, inciampo nel giornalismo. Attenzione verso il territorio e la sua componente sociale sono temi che accompagnano il mio interesse professionale. Scrivo di politica interna, con propensione verso il giornalismo investigativo.

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