È morta Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, dopo quattro giorni di agonia conseguenti il tentativo di suicidio avvenuto il 6 settembre. Si sarebbe gettata da una finestra dell’appartamento in cui viveva nei pressi di Roma. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio e disposto il sequestro del cellulare e dell’abitazione.
Denise era una testimone di giustizia, come la madre che raccontò degli affari di via Montello. A 19 anni, come la madre, faceva il primo ingresso in un’aula di giustizia. Aveva 35 anni, come la madre quando venne uccisa dal compagno nel 2009. Era una donna in costante lotta contro la propria famiglia, legata all’ndrangheta. Una vita vissuta nell’ombra, sotto falsa identità, soggetta alle regole del programma di protezione.
IL RICORDO DI DON CIOTTI, FONDATORE DI LIBERA
«È morta una giovane donna coraggiosa e sofferente. Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l’intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio». Inizia così la lettera scritta da don Luigi Ciotti (fondatore e presidente di Libera contro le mafie), e affidata alle pagine del Corriere della sera dell’11 settembre 2026, per ricordare Denise. Era la figlia di Lea Garofalo, una delle prime donne che si ribellò alla famiglia ‘ndranghetista alla ricerca di una vita più giusta. Raccontò alla giustizia le faide tra la famiglia Cosco e i Garofalo.

«Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre», prosegue la lettera. Secondo le prime ricostruzioni, il 6 settembre 2026 Denise avrebbe tentato il suicidio lanciandosi da una finestra dell’appartamento al terzo piano in cui viveva con il compagno e il figlio di tre anni. Dopo quattro giorni di agonia all’ospedale San Camillo di Roma, il corpo della trentacinquenne ha smesso di lottare. L’11 settembre è stata eseguita l’autopsia. Il procuratore capo di Velletri, Carlo Villani, ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio – al momento contro ignoti – e disposto il sequestro del cellulare e dell’appartamento. Si indaga per capire il perchè dietro la decisione di Denise. Con lei, nelle sue ultime ore, c’era il compagno, attualmente sotto choc; quando in grado di parlare, sarà ascoltato dagli investigatori.
LA DECISIONE DI TESTIMONIARE CONTRO IL PADRE
«Qualcosa si è spezzato dentro la sua anima inquieta e sensibile. E qualcosa si sta spezzando anche dentro di noi – continua don Ciotti –, nel corpo vivo delle nostre realtà che hanno provato ad accoglierla e accompagnarla: sentiamo il dolore di una frattura che non si salderà mai del tutto». Fin dalla scomparsa della madre, Denise scelse la parte della giustizia. Quando, nel 2011, di fronte alla Corte d’Assise, testimoniò contro il padre aveva 19 anni. Centinaia di giovani milanesi la supportarono durante l’intero processo Garofalo: corrispondenza epistolare mediata dall’avvocata Enza Rando (già legale della madre e vicepresidente di Libera), presenza in aula, istituzione del presidio Lea Garofalo.
«Denise era una giovane ragazza quando l’abbiamo incontrata per la prima volta, insieme alla mamma Lea Garofalo, che ci aveva chiesto aiuto. Veniva da anni difficili, segnati dai forti contrasti fra i genitori, da trasferimenti e condizioni di vita precarie». Con il volto nascosto da un paravento, nelle aule di giustizia raccontò della madre: «Soffriva, non poteva lavorare. Vedeva che le sue dichiarazioni non avevano portato a niente. Non si sentiva tutelata». Da lì la decisione di Garofalo di abbandonare il programma di protezione e tornare a Petilia Policastro (dove era nata) insieme alla figlia. Era il 2009. Nello stesso anno, a novembre, Carlo Cosco – compagno di Lea e padre di Denise – portò a compimento il suo piano: vendicare il tradimento che la donna fece alla sua famiglia e alla ndrangheta diventando testimone di giustizia.
«SI SENTIVA CONTESA FRA DUE MONDI»
«Dopo la scelta di lasciare il marito e collaborare con la giustizia, sua madre aveva ricevuto gravi minacce, che avevano trasmesso anche a Denise un senso di vulnerabilità e insicurezza». Le ultime immagini di Lea sono state catturate dalle telecamere milanesi dell’Arco della Pace alle 18:37 del 24 novembre 2009.
«Si sentiva contesa fra due mondi: quello infantile degli affetti e quello adulto delle responsabilità e delle scelte» specifica Ciotti. «La sua mamma voleva insegnarle il gusto della libertà, il rispetto per sé stessa e per gli altri. Voleva a ogni costo portarla lontano dall’ambiente tossico e criminale che aveva avvelenato la sua esistenza, per regalare a Denise un futuro più sereno». «Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia – disse ancora Denise – perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita».

«Quel mondo non ha però perdonato Lea, e non si è neppure accontentata di ucciderla. Dopo la morte ha provato a farle l’affronto peggiore: riconquistare la fiducia della figlia, per “rimetterla al suo posto” dentro le maglie strette della famiglia». Denise capì subito che la madre non era scappata: era successo qualcosa e che il padre aveva un ruolo in questa sparizione. Restò con lui, mossa dalla paura. «Non avevo scelta, non volevo fare la stessa fine di mia madre. Avevo capito, ma a mio padre non l’ho fatto capire. Sono stata un anno con loro, ho giocato con i loro figli, pur sapendo che avevano ucciso mia madre».
LA CONFESSIONE DEL PADRE, I FUNERALI DELLA MADRE
«È allora che Denise ha mostrato tutto il suo coraggio – ripercorre don Ciotti –: nel volere guardare in faccia la verità, anche se scoprire che l’omicidio della mamma era opera di suo padre ha rappresentato un ulteriore strazio». «È inconcepibile che mia figlia Denise sia sotto protezione. Da chi deve essere protetta? Io do la mia vita per mia figlia, in qualsiasi momento. Io adoro mia figlia» dichiarò in aula il 9 aprile 2013 Carlo Cosco prima di confessare. «Vi comunico che io mi assumo la responsabilità dell’omicidio di Lea Garofalo».
Fu lui, dopo aver ucciso la donna, ad affidare il corpo ad alcuni dei suoi uomini affinché sparisse ogni traccia. Lo fecero a pezzi e per tre giorni lo diedero alle fiamme in un terreno nella periferia di Monza. Alcuni resti furono ritrovati anni dopo in un tombino anche grazie alla collaborazione di Carmine Venturino, uomo di Cosco ed ex fidanzato di Denise.
«Ha scelto di essere in piazza a Milano il giorno del funerale di Lea: le sue parole cariche d’affetto e riconoscenza, mescolate al pianto, si sono incise nella coscienza di molti» prosegue la lettera. Era il 13 ottobre 2013, Milano. In una piazza Beccaria gremita, Denise osservava tutto protetta da una finestra, in luogo segreto, lontana dalla vista di chiunque. Anche dagli sguardi dei coetanei che da anni la supportavano con messaggi e biglietti. «La mia cara mamma ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia. Ma la vostra presenza qui è un segno di vicinanza a lei e a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a rischiare». La sua voce, rotta dal pianto, salutava Lea.
«Per me è un giorno molto difficile ma la forza me la stai dando tu. Se è successo tutto questo è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti. Ciao mamma». I resti della donna sono stati portati al cimitero Monumentale. In quello stesso luogo, don Ciotti auspica che possa essere portata anche Denise dopo i funerali, che secondo il sacerdote dovrebbero celebrarsi in quella stessa città «che è stata capace di accogliere e dare dignità a Lea».
«IL SUO SOGNO ERA SENTIRSI FINALMENTE LIBERA». DENISE COME RITA ATRIA
«Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato dalla mamma – continua il ricordo di don Ciotti –, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma». Il suo sogno di una vita libera, non più nascosta, non più costretta dietro una finestra come il giorno in cui salutò Lea. Attraverso una finestra ha deciso di liberarsi e raggiungere la madre. La stessa decisione presa da un’altra giovanissima testimone di giustizia, la «picciridda» di Paolo Borsellino, Rita Atria. «Sono storie diverse, naturalmente. Ma pongono la stessa terribile domanda: che cosa facciamo noi, come Stato e come società, per accompagnare davvero chi trova il coraggio di ribellarsi alle mafie?» si interroga l’europarlamentare Sandro Ruotolo.
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«Proprio come Lea – sottolinea il presidente di Libera –, Denise aveva infatti una grande sete di vita, di libertà e di amore: una sete difficile da placare, anche se in tanti abbiamo provato fino all’ultimo a mostrarle appoggio e amicizia». Prima del 2018 Denise aveva vissuto sotto tutela, in una località segreta nel torinese e con falsa identità. Con la fine del programma di protezione, si era trasferita ad Ariccia, lavorando in un ministero della Capitale, sempre seguita dal Servizio centrale di protezione della Polizia Criminale.
CIOTTI: «SCRIVEREMO IL TUO NOME ACCANTO A QUELLO DELLA TUA MAMMA»
«Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma» va avanti la lettera. «Vorremmo dirle “Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi”, ma anche “Grazie del tempo che abbiamo passato insieme, di tutto quello che ci hai insegnato a vedere, sia negli abissi della sofferenza che attraverso la lente limpida del tuo coraggio”». Chi la conosceva, la descrive come una donna «profondamente sofferente, spaccata dal suo passato», impegnata in infiniti e mai riusciti tentativi di ricucire le ferite di una madre uccisa e un padre all’ergastolo.

«Nella sua breve esistenza, Denise ha attraversato di tutto: la violenza patriarcale e mafiosa, il peso dell’abbandono, la tenerezza dell’accoglienza, la rigidità di certe regole che comunque volevano proteggerla, la gioia di diventare a sua volta mamma e la fatica di nuove responsabilità. Questo tutto, a un certo punto, è diventato troppo». Una vita segnata da periodi bui, abuso di sostanze stupefacenti, dal coraggio, dalla fragilità e dal peso di essere figlia di una vittima di mafia, come ricordato da don Ciotti e dall’avvocata Rando. «Denise ha portato sulle spalle un peso inumano. I figli delle vittime di mafia sono doppiamente vittime: spogliati dei loro affetti, strappati alle proprie radici e costretti a ricostruirsi un’esistenza sotto un’altra identità, lontani dai propri luoghi e dentro vite che non si sono scelti».
Nel ricordare Denise, la componente della Commissione parlamentare antimafia, solleva un monito: «serve un sostegno umano, psicologico e sociale» per accompagnare chi sceglie di mettersi contro le mafie.
«E già lo sai – conclude don Ciotti – che scriveremo il tuo nome, accanto a quello della tua mamma, nel lungo elenco del 21 marzo: perché non c’è dubbio che siete entrambe vittime della stessa violenza, ma anche protagoniste della stessa ribellione. Insieme, vi ricorderemo vive».