SUICIDA IN CARCERE BERNARDO PACE. ERA UNO DEI PENTITI DI HYDRA

Bernardo Pace

Era tra i custodi di arcaici segreti, quelli che portano dritti al cuore del mandamento di Castelvetrano. La notizia del suicidio di Bernardo Pace, detto ‘Tino da Trapani’ – avvenuto nel pomeriggio del 16 marzo nel carcere di Torino – trasforma il profilo del pentito in quello di un uomo circondando dalla solitudine del traditore. E la fragilità che l’ha portato a togliersi la vita lo ha spogliato dell’aura del boss intoccabile, trascinandolo nel baratro. Perché Pace si è tolto la vita proprio ora, mentre il processo Hydra entrava nella sua fase cruciale?

TINO DA TRAPANI E LA PAURA DI MORIRE DOPO IL PENTIMENTO  

“Tino da Trapani”. Così tutti conoscevano Bernardo Pace. Trapanese classe 1964, è cresciuto all’ombra di un potere che non ammette repliche come quello del mandamento di Castelvetrano (storicamente legato a Matteo Messina Denaro e a Paolo Aurelio Errante Parrino). Nelle scorse settimane aveva iniziato a collaborare con i pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane nell’ambito dell’inchiesta Hydra; a gennaio 2026 era stato condannato con giudizio di primo grado in rito abbreviato a 14 anni e 4 mesi. 

Era arrivato al carcere ‘Lorusso e Cutugno’ di Torino dopo il trasferimento dal carcere milanese di Opera, avvenuto il 21 febbraio 2026 due giorni dopo la decisione di rompere con il passato e iniziare a parlare. Il suo suicidio nella cella al piano terra del padiglione E è un buco nero che si apre a poche ore dall’inizio del processo ordinario di Hydra. 

Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino
Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino

Il fascicolo delle indagini è stato aperto per “istigazione al suicidio” per consentire i necessari approfondimenti e ricostruire la dinamica. La prima versione – già smentita – lo voleva strangolato con i lacci delle scarpe. Al ritrovamento, infatti, aveva stretto intorno al collo un grosso cavo. Al momento non sono emerse circostanze particolari ma gli investigatori non azzardano certezze rispetto alle ragioni del suicidio.  

Pace era un uomo solo, detenuto in regime di isolamento, schiacciato tra la condanna pesante e il marchio di collaboratore. Il suo non è stato il suicidio di un vinto dalla legge. Si tratta piuttosto del suicidio di un uomo che ha sentito il fiato sul collo di quel passato che non si cancella con un verbale. La sua morte apre un interrogativo acuto: Pace ha parlato troppo o ha capito che non avrebbe mai potuto dire abbastanza per sentirsi al sicuro? 

IL CONTRIBUTO DI PACE AI VERBALI

Aveva descritto le dinamiche nazionali del sistema, fatto luce sull’impero dorato di Messina Denaro (del quale era stato braccio finanziario a Milano), prometteva di andare oltre Castelvetrano e illuminare le relazioni segrete tra mafie. Era il Tommaso Buscetta dei nostri giorni, pronto a portare a galla un mondo sommerso, pericoloso sia per sé sia per i magistrati che hanno registrato le sue parole nei verbali. 

Ai magistrati Cerreti e Ferracane, ‘Tino’ confidò di temere per la sua incolumità, di non mangiare per paura di essere avvelenato. Doveva resistere altri tre mesi, poi sarebbe stato trasferito in una località protetta. Viste le sue condizioni di salute (aveva un cancro terminale), il Tribunale della libertà stava decidendo se mandarlo a casa per passare gli ultimi anni di vita vicino a moglie e nipoti. 

Incontri consorzio lombardo

Durante il primo verbale per Hydra, ha fatto riferimento anche all’omicidio del giudice Alberto Giacomelli (ucciso a Trapani nel 1988 con un colpo alla nuca). In quell’occasione Pace venne indagato, posizione poi archiviata, perché mandante fu ritenuto essere Totò Riina.  

HYDRA: L’INCHIESTA SUL CONSORZIO MAFIOSO LOMBARDO

L’unione fa la pericolosità”. Questa potrebbe essere la sintesi – per quanto superficiale – di Hydra, l’inchiesta avviata nel 2020 dalla Procura di Milano dall’ipotesi di esistenza di un sistema mafioso lombardo. La Lombardia non solo è capace di far convivere Cosa nostra, Camorra e ‘Ndrangheta: è in grado di farle collaborare. Ovviamente, ognuno esplicando e valorizzando la propria capacità mafiosa. Così, il tessuto economico lombardo e le possibilità di business, riescono a creare una zona franca dove vecchie e nuove rivalità tra Sicilia, Calabria e Campania vengono messe da parte a favore di un obiettivo comune: il profitto

Il pubblico ministero Alessandra Cerreti
Il pubblico ministero Alessandra Cerreti

Stando all’impianto accusatorio dei Pm Cerreti e Ferracane, il sistema mafioso lombardo si basa su una struttura confederativa, «un’associazione mafiosa alla quale aderiscono rappresentanti delle tre mafie sul territorio lombardo, e solo sul territorio lombardo, che hanno deciso di mettersi insieme per fare business autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale di Cosa nostra, della Camorra o della ‘Ndrangheta» ha chiarito Cerreti durante la requisitoria del 12 gennaio 2026. 

Il 12 gennaio 2026 – dall’aula bunker del carcere di Opera – sono arrivate le prime condanne da parte del Gup Emanuele Mancini. Oltre 500 anni di carcere complessivi per i 62 imputati ammessi al rito abbreviato, e 11 reati contestati a vario titolo (tra i quali associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, traffico e spaccio di droga, detenzione abusiva di armi, frode fiscale). 

Il 19 marzo 2026 partirà il dibattimento del processo ordinario. 45 i coimputati rinviati a giudizio. 

Martina Carioni

Classe 2000, nata nella campagna cremasca, dopo un percorso di studi tra comunicazione e marketing, inciampo nel giornalismo. Attenzione verso il territorio e la sua componente sociale sono temi che accompagnano il mio interesse professionale. Scrivo di politica interna, con propensione verso il giornalismo investigativo.

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