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Il reportage
Diario dalla Via degli Dei: il mio viaggio di 130 Km da Bologna a Firenze
Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
Il reportage
Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
Inizia il cammino
Il primo timbro del cammino viene posto qui, al Santuario di San Luca di Bologna
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Diario dalla Via degli Dei: il mio viaggio di 130 Km da Bologna a Firenze
Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
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Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
Le colline romagnole
La vista sulle colline romagnole dalla prima tappa, Sasso Marconi
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Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
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Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
Tra i campi
L'ingresso di un'azienda agricola, tra Sasso Marconi e Brento
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Diario dalla Via degli Dei: il mio viaggio di 130 Km da Bologna a Firenze
Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
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Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
A colpo d'occhio
In lontananza il Parco Eolico del Monte Galletto, vicino a Madonna dei Fornelli
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Diario dalla Via degli Dei: il mio viaggio di 130 Km da Bologna a Firenze
Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
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Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
Verso La Futa
Dei ragazzi con gli zaini cominciano la salita verso il Passo della Futa
Il reportage
Diario dalla Via degli Dei: il mio viaggio di 130 Km da Bologna a Firenze
Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
Il reportage
Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
Il cimitero germanico
La vista dal Cimitero Germanico della Futa, dove riposano 30.000 soldati tedeschi
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Diario dalla Via degli Dei: il mio viaggio di 130 Km da Bologna a Firenze
Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
Il reportage
Da piazza Maggiore a piazza della Signoria. 6 giorni di salite e discese, con uno zaino in spalla, tra campi e boschi, alla scoperta dell'Appennino
Tra boschi e campi
La vista sulle colline toscane, dopo il Passo della Futa
La via degli dei
“ChatGpt, cosa non devo assolutamente dimenticare nello zaino per 6 giorni di trekking?”. A tre giorni dalla partenza la domanda è stata fatta a chiunque, anche all’intelligenza artificiale. La paura di dimenticare qualcosa è tanta e lo zaino che si rompe mentre si fanno le prove non ha aiutato. E’ il giorno prima della partenza: la corsa a comprare uno zaino nuovo e le prove interminabili: sarà troppo pesante? Ho preso tutto? I preparativi per 130 Km di trekking sono forse la parte più complicata del viaggio. Ma ormai mancano poche ore, la Via degli Dei mi aspetta.
130 chilometri di trekking, zaino in spalla, tra Bologna e Firenze, attraversando l’Appennino. Questa è la Via degli Dei. Sentieri che incrociano storia, piccoli borghi e tradizioni. La Via degli Dei è chiamata così dall’antico nome che, nel dopoguerra, indicava la strada provinciale 59, che nell’Appennino bolognese percorre una dorsale i cui toponimi ricordano divinità pagane: Monte Adone, Monzuno (Mons Junonis) Monte Venere, Monte Luario (della dea Lua).
Questo nome è stato ripreso dagli ideatori del percorso attuale, tra cui Domenico Manaresi detto Mingàn che nei primi anni ’90 del secolo scorso costituì l’associazione Du pas e na gran magnè, che in dialetto bolognese sta per “due passi e un’abbuffata”. E così con alcuni amici camminatori e buongustai bolognesi si mise in viaggio, da piazza a piazza. Oggi sono circa 20.000 le persone che ogni anno percorrono questo trekking e quest’anno ne faccio parte anche io. La partenza in piazza Maggiore e l’arrivo, dopo sei giorni di cammino, in Piazza della Signoria. Due città diverse tra loro, Bologna e Firenze, collegate da una montagna, la vera protagonista di questo viaggio, che entra a fondo nel cuore e nel tessuto urbano dei due capoluoghi: l’Appennino tosco-emiliano.
Tappa 1: da Bologna a Brento

Il cammino parte da Bologna, dove sono arrivata la sera prima della partenza. La città ti accoglie con la sua anima vivace e giovane. Nelle piazze ci sono gli allestimenti per una rassegna di film estiva, Il Cinema Ritrovato, con le pellicole restaurate dalla Cineteca di Bologna. Per non tradire lo spirito del Mingàn, si inaugura anche il lato gastronomico della Via degli Dei con le immancabili tagliatelle al ragù bolognese. Poi subito a casa perché per il giorno dopo la sveglia è puntata alle 6:00. La prima alzataccia è quella più dura. La colazione è sul balcone che si affaccia su un murale con la scritta “Solidarietà e Democrazia”. Poi si parte.
I primi chilometri hanno una sola costante: lo zaino. Si tira ogni cinghia, la si allenta, lo si sposta. Il pensiero di fare chilometri e chilometri con 7 Kg sulle spalle sembra impossibile. Ma poi arriva la salita per arrivare al Santuario di San Luca e allo zaino non pensi più perché davanti ci sono i quasi 500 scalini che portano a questo incredibile Santuario. Quassù incontro quelle che sarebbero state le costanti di questo cammino. Numero uno, le salite: quella per San Luca – dopo il porticato che è il più lungo in Europa – raggiunge il 18% di pendenza. Numero due, le persone. Appena arrivata in cima una signora, su una sedie a rotelle, applaude e fa i complimenti, felice per il mio primo traguardo. Per sapere dove poter fare il primo timbro alla credenziale del cammino chiedo a una suora che sta sgusciando attraverso una porta sul retro dell’altare. Lei risponde con accento sudamericano. A Paolo Sorrentino questa scena sarebbe piaciuta. Una ragazza mi saluta con il primo «Buon cammino» di questa avventura. Ce ne saranno tanti altri.

Il cammino prosegue con la prima discesa, verso il Reno. Il caldo comincia a farsi sentire e la natura rispecchia la mancanza di acqua. Tutto è secco e arido, l’ombra è poca, le persone ancora meno. Si sente solo il rumore dei propri passi. Tutto cambia quando ci si avvicina al letto del fiume, in pochissimo ci si ritrova in un bosco fitto, verde e rigoglioso, la vicinanza al Reno rende tutto completamente diverso. C’è anche lo spazio per un breve incontro con un capriolo. Nel pomeriggio il chilometraggio più lungo di tutta la Via degli Dei si fa sentire: sono più di 30Km per arrivare alla fine della prima tappa, Brento. Le ultime ore sono caratterizzate dalla paura di fare troppo tardi, ci si ferma poco nonostante la stanchezza. Al Bed&Breakfast si giunge quando il cielo comincia a scurirsi e le gambe iniziano a pesare.
Tappa 2: da Brento a Madonna dei Fornelli
Brento è una località che conta all’incirca 200 anime, stando larghi. La notte la passo in un B&B dove la sera dell’arrivo sono accolta da una signora bionda dall’accento indecifrabile tra il tedesco e l’est europeo. È la padrona di casa, la prima persona che conosco durante questo viaggio. La mattina invece, alle 6:00, è suo marito a farmi trovare un tavolo imbandito per la colazione, con le prime luci dell’alba e una vista incredibile sui monti. Lui, capelli grigi a spazzola, occhiali tondi senza montatura, sembra quasi americano, ma l’accento è perfettamente romagnolo. Si parla della casa, sua da 40 anni. I figli si sono trasferiti verso Bologna, ma lui preferisce stare lì. Si chiacchiera delle città, di come si vive a Milano. «Eh sì, Milano ha tante cose da fare, ma è complicata. È diversa anche da Bologna. Sai, alcuna stampa di destra cerca di screditare Bologna, ma qua non ha mai funzionato. Se vogliono prenderci davvero devono farlo per delle proposte sensate, non con questi giochi. Noi non abbiamo mai creato divisioni, tra provincia e centro, e per questo si sta meglio che a Milano, secondo me».
Il cammino del secondo giorno comincia con una deviazione che fa guadagnare 2 chilometri in più: il sentiero principale è bloccato da una frana, avvenuta mesi fa, ma i cui lavori sono iniziati solo ora, dicono i padroni di casa. La direzione di oggi è Madonna dei Fornelli, il cui nome nasce dalla presenza di carbonari che anticamente vi bruciavano la legna, oppure dal il ritrovamento di fornaci romane, a seconda delle diverse tradizioni. Sul tragitto incrocio la Linea Gotica, l’immensa linea difensiva costruita dai tedeschi per fermare l’avanzata degli Alleati verso la Pianura Padana. Reticolati, trincee e bunker sfruttavano gli Appennini per circa 300Km. Gli alleati liberarono prima Firenze e poi vennero bloccati Monterumici, dove passa la Via degli Dei. L’ultimo baluardo tedesco fu il Monte Adone, che si erge sopra Brento, conquistato tra il 15 e il 18 aprile del 1945, per poi entrare a Bologna e liberare in pochi giorni tutta Italia.

A metà giornata si raggiunge Monzuno, ai piedi del Monte Venere. Il caldo si fa sentire anche lì, nonostante siamo a 600 metri sul livello del mare. Le persone sedute ai tavolini dell’unico bar nell’unica piazza si lamentano: «Non si può neanche andare in piscina. Hanno chiuso anche quella a Sasso Marconi, il “Paradiso”» «Ah davvero?» «Ma va, quella è chiusa già da due anni». Scopro così che Milano e Monzuno hanno delle cose in comune… Dopo un panino veloce si riparte. L’orologio segna le 13, non l’orario perfetto per camminare, ma la paura di fare tardi spinge a rimettersi in moto. Il tratto di strada seguente è segnato da un fatto che caratterizzerà tutte le tappe successive. Circa al chilometro 45 di questo cammino, arriva l’incubo di ogni pellegrino: le vesciche ai piedi. Nei giorni successivi saranno un problema costante, una sfida che si aggiunge, tra dolori, bendaggi improvvisati, cerotti e un odio profondo per le scarpe. Ma si va avanti: la vista dagli Appennini è troppo bella.
In questa tappa si fa conoscenza con due ragazzi. Loro vengono dal Lago Maggiore, è il loro terzo trekking. «Come primo cammino La Via degli Dei è un battesimo di fuoco», dicono. Eh sì, e il fuoco lo si sente soprattutto dal caldo. A Madonna dei Fornelli l’hotel è senza aria condizionata. Probabilmente non sono abituati a 34 gradi. In pizzeria, quella sera, si rincontrano i ragazzi del Lago Maggiore, anche loro sembrano provati e stanchi. Almeno non si è da soli… La notte è difficile, le vesciche fanno male, il ventilatore puntato sul letto dà un sollievo pressoché minimo. Sembra impossibile fare ancora quattro tappe. Il morale è basso, molto basso.
Tappa 3: da Madonna dei fornelli a Passo della Futa
Il terzo giorno segna la metà del cammino. I pensieri spariscono, si cammina e basta. Ci si distrae poco, la fatica delle due tappe precedenti si fa sentire. Hai solo una voce in testa che continua a dirti «Cammina, cammina, cammina». Solo la natura regala conforto: questa tappa è quasi completamente immersa nel bosco più fitto. I campi ampi e aperti, che si perdono a vista d’occhio vengono sostituiti dai colori del bosco. Filtrano pochi raggi di sole, gli alberi sono verdi e la terra è di un rosso vivo. La tappa è per fortuna una delle più brevi, solo 15Km, perché il fatto di essere a metà – solo a metà? Già a metà? – è quello che pesa di più. I checkpoint toccati lungo il cammino sembrano fatti apposta per dare sollievo: si entra ufficialmente in Toscana e dopo quasi 4Km dal confine si raggiunge la cima del monte Le Banditacce: siamo a quota 1200 metri, è il punto più alto della Via degli dei. A segnalarlo è una scritta a terra e una campanella legata ad un albero: «Hai raggiunto il punto più alto della Via degli Dei! Suona la campana per festeggiare il traguardo».

Questa tappa incrocia anche un altro pezzo di storia antica. Si incontrano infatti i resti della Flaminia Militare, costruita in epoca romana per collegare Bologna ad Arezzo, attraverso Fiesole. Una strada che permetteva di spostare merci e eserciti, e controllare i territori evitando i fondovalle. I romani impiegarono circa 25 quintali di arenaria per ogni metro della Flaminia. Un altro esempio della storia racchiusa e nascosta dagli Appennini: uno scrigno ad alta quota. Il riposo al termine di questa tappa è in un camping affollatissimo di famiglie, dove si mischiano accenti toscani e emiliano-romagnoli. I bambini corrono in costume e i genitori cercano il fresco all’ombra dei camper.
Tappa 4: da Passo della Futa a San Piero a Sieve
Il quarto giorno. Ora dovrebbe essere in discesa, la metà è stata superata. Questo è il pensiero con cui mi sveglio, alle 5:30, mentre anche il sole si sveglia con me. Il tempo di ritirare i panni stesi, lavati la sera prima al lavatoio del camping, una colazione veloce e si riparte. Il primo checkpoint è sicuramente uno dei più particolari. Il Cimitero Militare Germanico della Futa. Una distesa verde dove riposano più di 30.000 soldati tedeschi caduti sulla Linea Gotica durante la Seconda Guerra Mondiale. Un prato che si estende fino a una struttura che si staglia verso il cielo. Visto così, deserto e con quell’aria fresca del mattino, ha un che di surreale.

Oggi sono circa 24 i chilometri da percorrere. Meno salita e più discesa. È la prima volta che succede. Ma presto ci si rende conto che la discesa non è meno complessa della salita. La ripidità è elevata, il sentiero è composto solo da sassi, sembra di fare parkour più che trekking. Il peso dello zaino che scarica sulle ginocchia si sente e un nuovo dolore si aggiunge alla lista. Dopo poco più di tre ore si arriva al passo dell’Osteria Bruciata, che nasconde una curiosa storia.
Si narra di un’antica Osteria i cui i locandieri, sfruttando la stanchezza dei viaggiatori che si fermavano lì, li uccidevano per derubarli. Poi, per liberarsi dei corpi, servivano le loro carni come pasto agli ospiti successivi. Questo macabro rituale continuò fino a quando un frate che si fermò all’Osteria capì cosa stava accadendo e portò la prova alle guardie del vicariato di Sant’Agata, che arrestarono i malfattori e diedero alle fiamme l’Osteria. È una leggenda, sì, ma qualche anno fa furono ritrovati dei resti di mura e un pavimento con tracce d’incendio. Chissà se in fondo non ci sia qualcosa di vero…
La mia pausa pranzo non sarà quindi all’Osteria Bruciata, ma proprio a Sant’Agata, un paesello di circa 700 abitanti nel cuore del Mugello. I proprietari dell’Osteriola dove si fermano i pellegrini -l’unica presente in paese- accolgono tutti con una toscanità che ti fa finalmente capire di essere nella patria del Chianti. Una spontaneità fatta di “C” aspirate e battute: «Torna a trovarci… In macchina però!». Il pranzo è ottimo, ma l’umore è più basso che mai. La fortuna vuole che al tavolo vicino ci sia un gruppo di quattro signori di Viareggio di circa 60 o 70 anni, incontrati anche il giorno precedente, che stanno percorrendo come me la Via degli Dei.

Scambio con loro qualche battuta, qualche consiglio sul resto della tappa. Sono allegri, felici. Parlo della mia costante paura di non arrivare in tempo, di vivere il viaggio con l’ansia. La signora Elisabetta, detta Betti, mi confida che anche per lei è così e che è normale. «Ma è tutto così bello quello che si incontra in cammino, vale la pena goderselo!». Ci salutiamo, e poco dopo, quando mi rimetto in cammino il gruppo riappare da una stradina parallela. Il destino vuole che facciamo il resto della tappa insieme. È quella che si dice essere una manna dal cielo. Si chiacchiera e si ride, continuo a stupirmi della loro vitalità, la mia ammirazione per questo gruppo di amici cresce sempre di più. La signora Betti traina il gruppo con energia. Ad un certo appunto mi avvicino all’altro signore, Mario, e dico: «Che bel passo che ha!» «Eh sì, pensa a me, che sono cinquant’anni che cerco di starle dietro».
Il pomeriggio prosegue così. Si commenta con rabbia la nuovissima distesa di asfalto appena gettata proprio sul tratto che porta a San Piero a Sieve. Una colata nera e bollente che fa aumentare di almeno 5 gradi la temperatura percepita. Si cerca sollievo camminando in fila indiana in quel piccolo tratto laterale rimasto sterrato. Si parla del fatto che non si possa passare nel bosco perché parte di una riserva di caccia. Racconto di quella volta che da piccola avevo tirato delle uova contro un capanno da caccia nei campi vicino a casa mia, perché profondamente arrabbiata con i cacciatori, ridendo per questo mio gesto di strana ribellione. «E’ giusto ribellarsi, anche ingenuamente. Bisogna sempre ribellarsi», mi dice Mario. Ora abbiamo percorso più di 20 chilometri, a fine tappa saranno ben più di 24. Anche oggi sono di più di quelli segnati nella guida. Scopro di alloggiare nello stesso Bed&Breakfast del gruppo di Viareggio. Dunque arriviamo insieme alla meta, e il morale torna alto come al primo giorno.
A cena si provano i tipici tortelli del Mugello e il cameriere porta al tavolo una planimetria della Via degli Dei: «Stai a fa’ questa roba qui eh», dice. Poi rivela che quella famosa campanella in cima a Le Banditacce l’ha messa proprio lui. Era andato in macchina quel giorno stesso a sistemarla. Per me sono passati due giorni di cammino da quando l’ho suonata.
Tappa 5: da San Piero a Sieve a Olmo

Il penultimo giorno comincia nel modo migliore possibile: con la colazione preparata dai fantastici host dei B&B. E’ incredibile la gentilezza di queste persone che accolgono in casa loro i camminatori della Via degli Dei. Fanno di tutto per rendere il soggiorno rilassante. La colazione è una grande tavolata, ci siamo svegliati tutti alla stessa ora. Insieme a me e al gruppo dei signori c’è un ragazzo di Roma, che mangia uno yogurt e scappa veloce. La sua tappa finale è Fiesole, dove abita sua nonna da cui starà a fine cammino. Noi ce la prendiamo con calma, ma a fine colazione ci si divide, il gruppo di Viareggio si fermerà a Vetta le Croci, io dovrò andare più avanti fino ad Olmo. Ci si saluta: «Buon Cammino, ci vediamo in cima a Monte Senario!». E così sarà.
Questa è l’ultima grande salita e forse la più tosta di tutto il cammino. Però l’umore è finalmente alto, nonostante le vesciche facciano male e le gambe pure, ormai si sa che dopo qualche chilometro non si sente più niente. Da san Piero a Sieve si passa accanto un’incredibile tenuta Medicea e si percorrono sentieri con vista sul Mugello. Si passa poi in mezzo ai boschi, dove comincia la salita. La scalata al Monte Senario è ripida, sembra infinita. Ma in meno di cinque ore percorro quasi 16 chilometri e 800 metri di dislivello. Sono in cima a Monte Senario, dove c’è il Santuario, eretto nel 1234 da sette nobili fiorentini, fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria.
Accanto al Santuario ci si riunisce con quasi tutti i pellegrini incontrati finora. Ci sono i ragazzi che stanno pernottando in tenda, che frequentano il Politecnico di Milano. Si pranza con loro. Poi un altro signore, che sta rifacendo la Via degli Dei una seconda volta, che incontro a intermittenza dalla seconda tappa. Si lamentano tutti delle vesciche e delle scarpe. Il signore, con uno stoicismo rassegnato, dice: «E un’altra unghia è andata, è la seconda!». I ragazzi si tolgono le scarpe e si sdraiano per terra come me. È bello vedere che abbiamo tutti gli stessi problemi, e tutti la stessa soluzione: continuare a camminare. Poco dopo arriva una signora sui cinquant’anni con una scatola in mano. «Ciao ragazzi, vi posso disturbare?». Nella scatola ha dei panini alla finocchiona, il salume tipico della zona. Le sono avanzati e ci chiede se li vogliamo. «Se non vi offendete, ovviamente». È un’altra manna dal cielo. Arrivano anche i signori di Viareggio, stanchi e provati dalla salita, ma felici come sempre. Dovevamo incontrarci quassù d’altronde, e sono stati di parola. Io parto poco dopo e ci salutiamo per l’ultima volta. Buon cammino Betti, Mario, Ines e Gianluca.
Il resto del viaggio è nuovamente su distese di campi. Sembrano immensi. Si attraversano su stretti sentieri. Il sole è alto e caldo. Cappellino, zaino e bastoni, in mezzo a distese verdi e gialle. Mi immagino di vedermi dall’alto, un punto minuscolo in mezzo alle colline toscane. La vista è incredibile. Dopo 21Km si arriva a Olmo. C’è un solo Hotel dove pernottare e infatti si rincontrano il ragazzo di Roma e il signore che percorre la Via per la seconda volta. Con quest’ultimo si fa una sorta di baratto in mezzo al corridoio dell’hotel: «Ah stai andando a stendere?» «Sì, ci sono le mollette?» «Ho finito le poche che c’erano, ti do le mie. Tu hai per caso dell’acqua ossigenata» «Sì certo, è proprio qua». Il cammino, d’altronde, è anche questo.

La terrazza dell’hotel su cui si cena regala una bellissima vista dalla quale si scorge Fiesole e si può immaginare Firenze. È incredibile pensare di essere qui. Ormai manca poco, il traguardo è vicino. Ci si rilassa un po’. Mi rendo conto che l’ansia dei primi giorni è sparita. Le ultime tappe sono riuscita a godermele, a riposare dopo pranzo, fermarmi ad ammirare e assorbire il paesaggio. Rallentare. Questa sera un buon bicchiere di vino non me lo toglie nessuno.
Tappa 6: da Olmo a Firenze
È l’ultima tappa. È dura. Le vesciche protestano più degli altri giorni. Si va avanti solo per il pensiero di essere all’ultimo giorno, a tratti i bastoni da trekking mi sostengono come stampelle. In cammino sembra non andare avanti. I chilometri non diminuiscono, il passo è lentissimo. C’è anche una salita, per arrivare a Poggio Pratone. Sembra la più lunga di tutte, ma siamo solo a 700 metri. Si arriva in cima, dietro c’è Firenze, ma ancora non si vede. Poggio Pratone, come il nome suggerisce, è una distesa di prato con una vista a 360 gradi. Immagino la meta al di là dagli alberi e mi affiora alla mente L’Infinito di Leopardi, ma con una variazione: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo -su Firenze- esclude”.
È tempo di discesa. Ora si va solo giù. Da Poggio Pratone e Firenze si perdono circa 650 metri di quota. La discesa è diventata più antipatica della salita. Le ginocchia protestano per il peso dello zaino. Ma arrivati a Fiesole si apre la vista su Firenze: la cupola del Brunelleschi spicca sulla distesa di case ed edifici. Quella è la meta. Il pensiero vola indietro, plana su tutti i chilometri trascorsi, fino all’inizio, fino a Bologna. È incredibile, sono arrivata fin qua con solo uno zaino sulle spalle. Negli ultimi chilometri la coda degli Appennini si fonde con la periferia della città. Si è finalmente a Firenze.

Si passa piazza del Duomo e ci si dirige a Palazzo Vecchio, dove finalmente la credenziale della Via degli Dei verrà completata dall’ultimo timbro. Mancano poche centinaia di metri quando appare una ragazza che mi salta davanti dicendo: «Scusami per Bologna da che parte?». È la coppia incontrata ancora prima di Monzuno, durante il secondo giorno. Loro sono giunti a Firenze la sera prima perché hanno bruciato una tappa, completando il cammino in soli cinque giorni. Ora si godono Firenze senza i chili aggiuntivi dello zaino. Immagino sorridendo come tutte le persone incontrate fino ad ora stiano completando, una dopo l’altra, in luoghi e momenti diversi, la loro sfida personale, il loro cammino, mentre dentro Palazzo Vecchio mettono l’ultimo timbro: “Traguardo raggiunto”.
La vita nella città ti travolge immediatamente, come se non ne fossi mai uscito. Code di turisti fuori dagli Uffizi, comitive di viaggi organizzati, stranieri che mangiano schiacciate toscane e cappuccino a ogni ora del giorno. Firenze è sempre la stessa, caotica e splendida, sospesa tra il sociale e l’arte silenziosa. La cena è in un pub sotto casa, il più vicino possibile. Un paio di birre e la partita dei mondiali al proiettore. La quotidianità non cambia mai, la città ti inghiotte nel suo gioco di specchi e spersonalizzazione.
Di nuovo una in mezzo a tanti. Nessuno dentro questo pub in penombra, tra hamburger e birre alla spina, sa che ho appena percorso più di 130Km a piedi, da Bologna a Firenze, sul crinale e tra i boschi degli Appennini, nonostante il caldo, le vesciche e l’ansia. Nessuno sa che ho appena portato a termine il mio cammino. E in fondo, è giusto così.