Nel 2024, per la prima volta nella storia, un cittadino spagnolo guadagna in media più di un italiano. Un margine ridotto, ma che segna una distanza tra i due Paesi. Nel 2015 la Spagna era lo Stato dello spread alle stelle, della disoccupazione al 25% e delle banche da salvare. Oggi invece si è aggiudicata l’appellativo di “nuova locomotiva d’Europa” segnando un distacco netto con l’Italia.
Il cambiamento
Italia e Spagna sono Paesi fratelli: stessa vocazione turistica, stessa agricoltura mediterranea e stesso tessuto produttivo con piccole e medie imprese. Soprattutto simili per un punto di congiuntura economica negativa: la crisi del 2012, che ha evidenziato le fragilità dei due Stati. Madrid però ha saputo rinnovarsi. I dati Eurostat e le previsioni della Commissione Europea evidenziano una situazione chiara per l’Eurozona: una crescita dell’1,3%, in cui si inserisce da una parte la scarsa crescita del PIL di Paesi come la Germania e dall’altra lo sprint della Spagna con la crescita del PIL nel triennio 2025-2027 sempre al di sopra del 2%. Il Pil italiano nello stesso periodo aumenta della metà. Madrid starebbe così vivendo un periodo di crescita legata alla sua economia, ai dati occupazionali e agli investimenti. Inoltre, rispetto agli altri Paesi Europei starebbe gestendo in modo più ottimale la crisi energetica legata alla guerra in Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Un cambiamento inaspettato che rende la Spagna il modello a cui l’Italia dovrebbe ispirarsi secondo molti economisti.
Una politica che regge

A livello politico la Spagna negli ultimi 15 anni è stata caratterizzata da una stabilità interna. Due governi dal 2011 ad oggi con a capo prima Mariano Rajoy e poi Pedro Sanchez, rispettivamente del Partito Popolare e del Partito Socialista Operaio. Due schieramenti politici opposti, ma una linea di governo sorprendentemente continua, soprattutto nelle fasi più complesse per il Paese. Per esempio quando Sanchez arriva al potere nel 2018 non demolisce la riforma del lavoro varata nel 2012 da Rajoy, ma la integra. Il presidente popolare, per far fronte alla crisi, aveva introdotto una riforma del lavoro con un doppio scopo: introdurre una maggiore flessibilità e ridurre i vincoli ai licenziamenti. Sei anni dopo Sanchez aumenta il salario minimo, che passa da 736 euro a 1221 euro mensili e rafforza i contratti a tempo indeterminato.
Il cambio in Italia
Mentre Madrid si muoveva su una linea comune senza bruschi cambiamenti ai vertici, l’Italia nello stesso periodo ha avuto sette presidenti del Consiglio e otto Governi. Mario Monti dal 2011 al 2013, il governo di Enrico Letta fino al 2014 e poi due anni guidati da Matteo Renzi. E ancora due anni con a capo Paolo Gentiloni, dal 2018 al 2021 Giuseppe Conte e nel periodo pandemico il governo di Mario Draghi. Per poi stabilizzarsi nel 2022 con Giorgia Meloni. Quindici anni segnati da un’oscillazione ideologica completa, da sinistra a destra, passando per due governi tecnici e una coalizione gialloverde. Ogni cambio di leader ha portato con sé nuove priorità, ritocchi fiscali e correzioni al mercato del lavoro. Il Jobs Act di Renzi nel 2015, l’abolizione dei voucher con Gentiloni nel 2017, l’anno successivo il Decreto Dignità di Conte e il Decreto Lavoro di Meloni nel 2023. Quattro interventi sul mercato del lavoro in otto anni, spesso in contraddizione tra loro. Ma anche cinquanta modifiche fiscali tra il 2018 e il 2023.

I numeri
Le conseguenze della stabilità o dell’instabilità dei Governi si misurano in numeri. Grazie ai provvedimenti di Rajoy e Sanchez, in Spagna la disoccupazione è scesa di 10 punti percentuali. E con la stabilizzazione degli occupati sono cresciuti di pari passo i consumi delle famiglie e del Pil, permettendo alla Spagna di avere un mercato del lavoro dinamico. In Italia, invece, il numero dei disoccupati è diminuito di 6 punti percentuali, ma rimane alto il tasso di persone inattive (34,1%), ovvero che non hanno un lavoro e non lo cercano, e delle donne che non hanno un’occupazione (46%).
La questione migratoria
Oltre al tema politico, un aspetto che differenzia Spagna e Italia è l’immigrazione. Madrid ha un vantaggio geopolitico che Roma non può replicare: conta di un legame speciale con i Paesi dell’America Latina per lingua e tradizioni. Proprio per questo gli immigrati sudamericani possono ottenere la cittadinanza spagnola dopo due anni di residenza legale. Un tempo ben ridotto rispetto ad altri stranieri che riescono ad ottenerla dopo 10 anni. Inoltre, le imprese possono richiedere lavoratori extracomunitari con procedure semplificate e gli accordi bilaterali con Cile e Perù garantiscono flussi regolari di manodopera qualificata.

Stando ai dati dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, i governi Rajoy e Sanchez hanno portato a quasi un raddoppio del numero di immigrati: dal 2014 al 2024 gli stranieri regolari in Spagna sono passati da 136 mila a 248 mila con un piano strategico da 100 milioni di euro per la loro formazione e integrazione. Non solo più cittadini stranieri, ma anche di un livello di istruzione più alto. Ben il 29% di loro è laureato, mentre in Italia solo il 12% degli stranieri lo è. Per Roma la questione migratoria è più spinosa. Le divergenze tra i partiti non consente di gestire in modo efficace gli stranieri che arrivano nella Penisola e il dibattito si spacca sul piano ideologico, senza portare a miglioramenti reali.
A livello demografico
L’immigrazione va di pari passo con la questione demografica. Secondo i dati di Eurostat, l’Europa entro il 2100 perderà quasi il 12% della popolazione come conseguenza della denatalità. Ciò vuol dire che tra meno di un secolo il continente europeo non avrà solo meno cittadini, ma anche più vecchi e solo la metà di essi in età di lavoro. Oggi sul podio degli Stati più popolosi ci sono Germania, Francia e Italia. Ma proprio il nostro Paese potrebbe andare incontro a un futuro meno prosperoso con la crescita dell’aspettativa di vita e il calo del tasso di natalità. E nel 2060 la Spagna potrebbe sorpassare l’Italia per numero di abitanti. Come? Proprio grazie alla regolarizzazione degli stranieri. Con il sistema di accoglienza, nell’ultimo decennio la popolazione spagnola è cresciuta di 3 milioni di abitanti, mentre quella italiano è diminuita di 1,7 milioni.
Le scelte energetiche
Infine un punto fondamentale per la crescita spagnola è legata alle sue risorse e ai suoi investimenti esteri. Fino al 2018 l’Italia manteneva prezzi dell’elettricità più competitivi della Spagna. Poi otto anni fa Madrid ha fatto una scelta per trasformare il sistema energetico: ridurre del 75% il peso di gas e carbone nella formazione del prezzo dell’elettricità e aumentare la capacità tra fotovoltaico ed eolico. Oggi solo un quarto dell’energia elettrica proviene dai combustibili fossili, mentre la parte più grande da fonti rinnovabili e nucleari. Per quanto riguarda invece gli investimenti esteri, Madrid negli ultimi 10 anni ha attratto 304 miliardi di euro da Paesi terzi, generando 72 mila nuovi posti di lavoro. E ancora una volta supera Roma, che si ferma a 191 miliardi e 40 mila posti. Il divario quindi non è casuale: è la somma di stabilità politica, misure lavorative che funzionano, un sistema di regolazione dell’immigrazione efficace e un cambiamento energetico strutturale.