Il ritorno di Tommy Shelby nell’ultimo atto Peaky Blinders: The Immortal Man

Mentre gli aerei della Luftwaffe bombardano le fabbriche di Birmingham, Tommy Shelby è in campagna, esausto, con gli occhiali da vista e i capelli sbiaditi dal grigio argenteo della vecchiaia. Scrive nella stanza vuota del suo rudere fiumi di parole sulla vita da gangster. Si è lasciato alle spalle il cameratismo da strada, ora non capeggia più nessuno. Vive solo con i suoi fantasmi.

La trama

Il prologo malinconico di Peaky Blinders: The Immortal Man è una sintesi vivida e ambiziosa, ma perde tutta la sua forza teorica quando la gangster story si lega al genere bellico. Nella Germania della Seconda guerra mondiale il governo nazista costringe i prigionieri del campo di concentramento di Sachsenhausen a stampare milioni di sterline false. La talpa nazista John Beckett (Tim Roth) si accorda col figlio di Tommy, Duke – suo erede a capo dell’organizzazione – per immettere il denaro nei circoli inglesi e far collassare l’economia.

L’ombra sbiadita di Oppenheimer 

Il capitolo finale della saga mostra un antieroe disilluso, divorato dal senso di colpa e spinto a vestire i panni del fuorilegge. Ritorna con gli Shelby, per lui è l’ultima occasione di sfogare vecchi istinti e porre fine a questioni irrisolte: si scontra col figlio, lotta nel fango, striscia nei cunicoli claustrofobici e vive i traumi di guerra dal bagliore di una luce. Ha gli occhi vitrei, ghiacciati dal blu freddo delle pupille. Cillian Murphy conserva ancora lo sguardo perso di Oppenheimer.

Tommy Shelby
Tommy Shelby (Cillian Murphy) dopo lo scontro nel fango col figlio Duke (Barry Keoghan)

Tom Harper tenta di trattenere la stessa ambiguità etica e strutturale del film di Nolan, ma non ci riesce. La contradditorietà tematica dei proiettili, esplosi per porre fine agli scontri degli Shelby, ricalca solo superficialmente quella della bomba atomica come deterrente per le guerre. Anche le visioni sembrano quelle di uno scienziato folle che fa i conti con le sue ‘creazioni’, ma le promesse di una stratificazione drammatica sono solo urlate. L’enigmaticità di Tommy Shelby perde spessore narrativo quando riacquisisce frettolosamente lo status di criminale. La rappresentazione spinosa del gangster decadente, in là con gli anni e al termine della carriera deflagra in pochi secondi. Si spegne. Basta qualche stacco di montaggio, una musica frenetica e trionfalista per assistere nuovamente alla sua infallibilità.

Oltre al feticcio Murphy/Oppenheimer da sfruttare come riciclo iconografico, c’è anche un Tim Roth poco incisivo nella parte del traditore nazista. È un personaggio monolitico, senza spessore psicologico e dal carisma quasi impalpabile. La sua ostilità è inesistente e offre ben poco, se non qualche scontro privo di tensione e l’urlo iniziale «Heil! Fucking Hitler» che resta perso nel vuoto della sua banalità.

Passaggi di testimone

Leonard Cohen cantava: «Is this what you wanted? / to live in a house that is haunted/ by the ghosts of you and me?». É questo quello che vuoi Tommy? Quello che era un fuorilegge spregiudicato ora vive in una catapecchia, perseguitato dai fantasmi di coloro che amava e che sono morti a causa sua. Queste visioni non sono le uniche presenze che aleggiano sul film.

Tommy Shelby
In foto a sinistra Duke (Barry Keoghan) e a destra Tommy Shelby (Cillian Murphy)

Ci sono l’abbigliamento, le armi, la sfrontatezza, ma anch’essi sembrano degli spettri dei vecchi fasti di Peaky Blinders. C’è una patina impolverata che ricopre ogni dettaglio, come quando realizzi che la casa dei nonni non ha più i colori che vedevi da bambino. Anche il frammento dell’iconica Red Right Hand, che si sente per un attimo quando Tommy Shelby cavalca in città, è eseguito in modo quieto, quasi stanco. Qualcosa manca. È un film ereditario, ricco di passaggi di testimone. Duke Shelby è ora alla guida dei Peaky Blinders, ma non è nemmeno lontanamente paragonabile al padre. Si infila in questioni più grandi di lui per pura sete di soldi e di potere. Grian Chatten, giovane frontman dei Fontaines D.C., raccoglie il ruolo del cantastorie e diventa la voce dominante della colonna sonora. Come Duke non è Tommy, Chatten non è Nick Cave. Ma ne ha davvero bisogno?

Una colonna sonora salvifica

Grian entra in punta di piedi, la sua voce rimane un’eco in lontananza per parecchi minuti nel primo quarto del film. Poi finalmente si prende la scena con Black Dahlia, in cui ripete: «Life is but a dream / and the world’s on fire». La vita effettivamente sembra un sogno tra i fenomeni paranormali e una messa in scena che fa sembrare tutto presente ma immateriale. La violenza però c’è. Le esplosioni e il dramma della guerra in qualche modo coinvolgono nel profondo tutti i personaggi. Sia il mondo esteriore che quello interiore di Tommy stanno bruciando. Da qui in poi è come se Chatten diventasse uno di quegli attori che con la loro performance risollevano anche i film meno convincenti.

Tommy Shelby
Tommy Shelby a cavallo nella cittadina di Birmingham

A heroe’s death, una delle sole due canzoni già edite dei Fontaines D.C. presenti nel film, accompagna la decisione repentina di Tommy Shelby di tornare in azione. La musica riesce ad aggiungere senso a una scena che ne avrebbe molto meno, vista la scarsa continuità con cui ci si arriva. L’eroe è morto e risorto, ora deve chiudere il cerchio.

Sono diversi i momenti in cui la colonna sonora sembra essere l’unico elemento efficace nella costruzione della tensione. È lampante nella lunga sequenza action che accompagna verso il finale. Tutto comincia con una cover di Angel dei Massive Attack, Tommy è il custode da cui dipendono il suo destino e quello degli altri. Le parole «love you» si ripetono maniacalmente. Diventano un loop strumentale che si fa sempre più invadente, fino all’esplosione rock di Medusa.

Un collage forzato

Tom Harper mette in scena una serie di topoi abbozzati che restituiscono solo la superficie delle fonti primarie: c’è il gangster movie in stile Goodfellas con i corpi mutilati e le sparatorie, senza però le brillanti sceneggiature scorsesiane, formidabili per il ritmo incalzante cucito nel montaggio delle immagini. C’è il western della Hollywood classica con i duelli finali e gli scontri ai pub (come quelli dei saloon desolati dei pistoleri), ma non hanno né la forza né l’epicità narrativa delle inquadrature folgoranti di John Ford. C’è anche il genere action, ma le rincorse senza fiato alla Steven Spielberg sono sterili. Senza costruzione di senso.

Tommy Shelby
John Beckett (Tim Roth) nello scontro a fuoco con gli Shelby

Uno dei pochi elementi che mantengono la brillantezza della serie è proprio la pregnanza del linguaggio musicale in quello narrativo. La spinta qualitativa della musica offre una via per evadere dalla strenua ricerca di frasi a effetto. Le scene più slegate acquistano efficacia solo grazie ai livelli di senso aggiunti dai versi di Grian Chatten. È come se al film fossero state incollate diverse etichette e fosse rimasta solo l’impronta scarna ed esangue del loro stile.

Federico Tondo

Nato a Lecce nel 2003. Mi piace scrivere di cinema. Curo il podcast cinematografico "Extra Butter". Sono cresciuto con Hitchcock, Kubrick, Billy Wilder e la Hollywood classica. Non faccio preferenze tra film di genere e film d'autore, né tra quelli popolari e di nicchia. Esistono solo film belli o meno belli. L'obiettivo: lavorare come critico.

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