IL GIORNO DEL RICORDO: “DOBBIAMO RACCONTARE LE VITTIME DELLE FOIBE”

Il 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Una ricorrenza che, da 22 anni, dalla sua istituzione il 30 marzo 2004, nasce per conservare e rinnovare la memoria di una tragedia. Il vero e proprio esodo dalle terre istriane, fiumane e dalmate nel secondo dopoguerra.

Una vicenda che riguarda la storia nazionale e centinaia di migliaia di italiani. Come ha ricordato più volte il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per decenni è stata coperta da “un muro di silenzio e di oblio”, confinata ai margini della storia ufficiale, quasi assente dai libri di scuola, fino a un necessario percorso di riconoscimento istituzionale.

Che cosa si ricorda

Per comprendere il significato del Giorno del Ricordo bisogna guardare alle coste dell’Adriatico, terre di confine dove per secoli lingue e culture si sono intrecciate. Dopo il 1918, con la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, quei territori passarono all’Italia. Durante il ventennio fascista furono interessati da un processo di italianizzazione che colpì le comunità slave. Come nel resto del paese, anche qui il regime impose repressione, censura e controllo politico. Il quadro mutò radicalmente con la fine della Seconda guerra mondiale.

Josip Broz Tito, politico e maresciallo jugoslavo, leader della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia dal 1945 al 1980, l’anno della sua morte

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e il crollo del regime di Mussolini, l’Istria e la Dalmazia vennero occupate dai partigiani jugoslavi guidati da Tito, aprendo una nuova stagione di violenze. Non fu solo una vendetta politica contro i fascisti, ma un attacco sistematico a chiunque rappresentasse l’identità italiana e un ostacolo al progetto rivoluzionario jugoslavo.

Foibe

Le foibe, profonde cavità naturali diffuse soprattutto in Istria e in Friuli Venezia Giulia, divennero la tomba invisibile di migliaia di persone. Utilizzate come luoghi di esecuzione, tra le vittime non vi furono solo esponenti del fascismo, vi finirono funzionari pubblici, carabinieri, preti, ma anche cittadini comuni, donne e anziani. Le esecuzioni erano atroci. Le vittime venivano legate tra loro con il fil di ferro, bastava un colpo di pistola al primo della fila perché il peso del corpo trascinasse tutti gli altri nell’abisso, spesso ancora vivi.

Un metodo non solo economico, ma fatto per seminare terrore. Sebbene le vittime accertate siano circa mille, le stime parlano di una cifra che oscilla tra i 3.000 e i 5.000 uccisi, molti dei quali mai recuperati. A causa della conformazione della cavità, molti dei corpi rimangono ancora oggi sepolti, contribuendo ulteriormente a una lunga rimozione di quanto accaduto. I sopravvissuti furono infatti pochissimi e le conseguenze giudiziarie, per quanto fatto, praticamente inesistenti.

Esodo

Se i numeri delle foibe restano oggetto di dibattito, più chiari sono i numeri dell’esodo. Tra il 1943 e il 1956 circa 350.000 italiani furono costretti ad abbandonare Istria, Fiume e Dalmazia. Una fuga che non fu determinata solo dal timore delle violenze, ma anche da una sistematica politica di discriminazione fatta di confische, licenziamenti, arresti e limitazioni. Decisivo fu il cosiddetto “diritto di opzione”, introdotto dopo il Trattato di pace del 1947, che impose una scelta: restare nella propria casa, rinunciando alla cittadinanza italiana diventando jugoslavi, oppure mantenere l’identità nazionale ma dover fuggire. La maggioranza scelse l’esilio.

Si stima che tra i 250.000 e i 350.000 italiani (giuliani, istriani, fiumani e dalmati) siano emigrati dalle loro terre d’origine cedute alla Jugoslavia comunista di Tito

Ad attenderli in Italia, però, non trovarono sempre braccia aperte. Troppo italiani per la Jugoslavia, ma troppo poco per un’Italia politicamente spaccata, l’accoglienza per gli esuli fu glaciale. Spesso additati come fascisti, le sistemazioni momentanee progettate per loro, diventarono dei veri e propri campi profughi destinati però a rimanere casa per molto più tempo del previsto.

L’incontro a Montecitorio

«Dobbiamo costruire, attraverso il loro sacrificio, un percorso di pace. L’Europa ha unito Paesi che per decenni e secoli sono stati in guerra tra loro: questo è il risultato positivo che abbiamo costruito. Dobbiamo fare in modo che questo percorso prosegua anche nei Balcani». Sono le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani, in occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo tenutesi a Montecitorio. Oltre a lui, presente anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, e il presidente del Senato, Ignazio La Russa.

Al parlamento, numerosi gli interventi dedicati alla memoria delle vittime. Tra questi, la testimonianza di Toni Concina, presidente onorario dell’Associazione Nazionale Dalmati Italiani, e la proiezione di un estratto del documentario “Il marciatore”, tratto dal libro autobiografico di Abdon Pamich, campione olimpico italiano ed esule istriano.

La memoria che continua a vivere

Ma la memoria delle foibe non si esaurisce nella sola giornata del 10 febbraio. In Italia sono numerose le associazioni che lavorano quotidianamente per preservare e trasmettere una storia a lungo rimasta in ombra. Tra queste c’è Dalmati Italiani nel Mondo, fondata nel 1963, impegnata da oltre sessant’anni nel raccogliere e tramandare le testimonianze degli esuli e dei sopravvissuti.

«L’obiettivo è il racconto: custodire le testimonianze dirette e trasmetterle a chi oggi può tornare in quelle terre solo come visitatore», spiega uno dei membri dell’associazione. «Il lavoro sulla memoria passa dalle scuole, dagli eventi pubblici e da una narrazione condivisa». Anche in Istria e in Dalmazia continuano a vivere comunità italiane che testimoniano una presenza in territori che oggi appartengono alla Croazia e alla Slovenia.

Memoriale delle vittime della foiba di Basovizza in provincia di Trieste

Il Giorno del Ricordo è una ricorrenza relativamente recente, ma richiama una storia complessa che richiede ancora oggi uno sforzo di comprensione capace di andare oltre le semplificazioni e le strumentalizzazioni. Le foibe non sono uno slogan, sono una tragedia storica che ha lasciato segni profondi e duraturi nelle vite delle persone e delle comunità coinvolte.

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