Negli ultimi anni, la percezione del successo nel mondo della musica è cambiata radicalmente. Se un tempo la popolarità di una canzone era legata ai passaggi radiofonici o alle vendite fisiche, oggi tutto passa attraverso la capacità di diventare virale sui social media, in particolare su TikTok. Tuttavia, quello che il pubblico percepisce come un fenomeno spontaneo e organico è spesso il risultato di un’operazione ingegneristica, sofisticata e soprattutto costosa. Al centro di questo dibattito è finita l’agenzia americana Chaotic Good Projects, i cui fondatori hanno recentemente svelato i retroscena di quella che definiscono la gestione della narrazione per gli artisti di serie A.
Il caso Chaotic Good Projects e la gestione del successo

Durante il festival South by Southwest (SXSW) e in una discussa intervista a Billboard, Jesse Coren e Andrew Spelman, i vertici della Chaotic Good, hanno spiegato come la loro azienda non si limiti a promuovere musica, ma a fabbricare veri e propri momenti di hype. L’agenzia vanta collaborazioni che toccano i nomi più altisonanti del pop e della cultura digitale, citando nel proprio portfolio figure del calibro di Dua Lipa, Justin Bieber, i Coldplay, Travis Scott e persino icone dei social come Charli D’Amelio. Il loro obiettivo primario è trasformare una canzone in un trend globale utilizzando una strategia definita inorganica, dove la crescita non nasce dall’apprezzamento spontaneo degli utenti ma viene indotta artificialmente per forzare la mano agli algoritmi delle piattaforme.
La meccanica del trucco: phone farms e social proof

Il core di questa strategia sta nell’utilizzo massiccio di cellulari e account fittizi coordinati. L’agenzia dispone di vere e proprie phone farms, ovvero stanze piene di centinaia di smartphone che gestiscono contemporaneamente migliaia di profili diversi. Attraverso questa rete, vengono pubblicati video a ripetizione che utilizzano lo stesso brano musicale, sfruttando la legge dei grandi numeri per intercettare l’algoritmo di TikTok e finire nei feed degli utenti reali. Una volta che un video raggiunge il pubblico vero, entra in gioco il fenomeno della riprova sociale: l’utente reale, vedendo un contenuto che ha già migliaia di visualizzazioni e commenti pre-impostati è psicologicamente portato a pensare che quel brano sia già una hit (o una hit del passato che sia popolare in quel momento) sentendosi quindi invogliato a interagire, condividere e salvare il suono a sua volta.
Manipolazione dei media tradizionali e live
L’operazione di “abbagliamento” del pubblico non si ferma allo smartphone ma si estende ai media tradizionali e agli eventi dal vivo. Secondo quanto emerso dalle testimonianze dei manager, l’agenzia è in grado di influenzare anche la percezione di programmi storici come il Saturday Night Live. Questo avviene sia pagando figuranti e claque per sostenere fisicamente l’artista durante le performance, sia inondando i post social legati all’evento con migliaia di commenti fake per far sembrare l’esibizione un trionfo virale senza precedenti. L’agenzia applica una dinamica simile alla vendita dei biglietti per i tour mondiali: qui i manager creano campagne specifiche per generare l’illusione di una domanda altissima, scatenando nel pubblico reale la FOMO, ovvero la paura di restare esclusi da un evento apparentemente imperdibile.
@alvisesalerno Sono senza parole. #zaralarsson #justinbieber #childishgambino #coldplay #billboard ♬ audio originale – Alvise Salerno
Il tramonto della democrazia digitale
Fino a qui niente di nuovo, ma sentirlo dire direttamente da chi opera queste logiche mette sul banco una situazione completamente diversa. È un’ammissione di colpe che seppur sul lato tecnico si possano attuare a livello etico non è quello di cui la musica, intesa come arte, ha bisogno. Queste rivelazioni mettono profondamente in crisi il mito dei social media come spazi democratici dove il talento emerge naturalmente. La realtà descritta dai manager di Chaotic Good suggerisce come l’algoritmo non sia in realtà il giudice imparziale come lo abbiamo sempre concepito, ma uno strumento che può essere comprato proprio dal denaro e dagli artisti che possiedono ingenti capitali.
Poiché queste campagne hanno costi esorbitanti, si viene a creare una frattura netta tra l’élite delle Major, che può permettersi di mantenere il dominio delle classifiche con investimenti milionari e gli artisti indipendenti che rimangono invisibili nonostante la qualità della loro musica. La competizione si trasforma sempre di più in una battaglia di Davide contro Golia, dove l’unica via di scampo per i musicisti emergenti sembra essere il ritorno alla costruzione di una fanbase autentica attraverso i concerti dal vivo e il legame umano, l’unico elemento che la tecnologia inorganica non può ancora replicare con perfezione, e forse mai potrà farlo.