FESTIVAL DEL GIORNALISMO

 Gli Epstein file raccontati dalle vittime: «È difficile avere giustizia perché chi abusa non è un uomo potente, ma di potere»

Dalle nostre inviate

“Se voi o qualcuno che conoscete è stato vittima di violenza sessuale, alzatevi in piedi”. In una stanza di 500 persone, più della metà si alza in piedi. “E se voi o qualcuno che conoscete è stato aggredito da qualcuno che conosceva, non da uno sconosciuto, potreste alzare la mano?”. Più di 100 mani si sollevano. “E infine, se voi o qualcuno che è stato aggredito ha denunciato il fatto, restate in piedi”. Le persone in piedi si decimano, quasi tutti, in silenzio, si rimettono seduti.

LE VITTIME DI EPSTEIN AL FESTIVAL DEL GIORNALISMO

Ci troviamo al Festival del giornalismo a Perugia e a porre le domande è Jess Michaels, una sopravvissuta all’abuso sessuale da parte dal defunto pedofilo Jeffrey Epstein nel 1991. Con la moderazione della conduttrice Annette Young, l’attivista Jess Michaels, avvocata specializzata in tratta di esseri umani e sostenitrice delle vittime Elizabeth Stein e le giornaliste Monique El-Faizy e Lucia Osborne-Crowley si sono interrogate sull’effettiva rilevanza che le testimonianze di donne e ragazze rivestono nell’era post-#MeToo.

Parla per prima Jess Michaels, che guardando la platea che ha di fronte non può che esprimere la sua emozione. “Tutte queste persone sono venute qui non solo per ascoltare le nostre storie, ma anche per sapere come possiamo fare meglio a livello di società. Questo rappresenta un cambiamento culturale in ogni settore e penso che, in questo senso, il giornalismo stia facendo passi avanti”. Inizia così a raccontare la sua storia. “Mi chiamo Jess Michaels. Sono una vittima di Jeffrey Epstein”. Una delle ragioni per cui Jess racconta la sua storia è per far sapere a tutto il mondo ciò che ha tormentato lei e molte donne per anni. E soprattutto ciò che i media hanno taciuto per molto tempo.

L’INCONTRO TRA JESS ED EPSTEIN

“Ho conosciuto Jeffrey Epstein tramite un compagno, mentre lavoravo come ballerina professionista. – dice Jess – Ho viaggiato in tutto il mondo, ho avuto molto successo nella mia carriera e nella mia vita. Ero indipendente e crescevo in una carriera notoriamente competitiva come la danza professionale”. é stato poi la compagna di stanza a parlarle di Epstein e a insistere affinchè si incontrassero. dopo mesi in cui le veniva raccontato di questo “uomo incredibile” i due si incontrano.  “Mi sono presentata a lui. – afferma Jess – Sono andata a un colloquio di lavoro in un edificio sulla Madison Avenue nel giugno del 1991”. è stata nell’occasione del secondo incontro che è avvenuta la prima violenza sessuale. Non ne ha parlato per molti anni. Poi ha iniziato a lottare per avere giustizia e verità, diventando una voce attiva contro Epstein e la sua complice, Ghislaine Maxwell.

“Una delle ragioni per cui oggi parlo della mia esperienza è perché quando è successo (l’abuso, ndr) mi sono “congelata”: non ho urlato, non ho combattuto, non sono scappata. – dice Jess – E nel 1991, per come intendevamo le leggi, il consenso era determinato da quanto una persona resisteva. Pensavo fosse colpa mia”. Ma specifica Jess: “Questi non sono uomini potenti, ma solo uomini di potere”.

ELIZABETH STEIN E IL RACCONTO DEL TRAFFICO SESSUALE

Alla voce di Jess, si aggiunge quella di Elizabeth Stein, vittima di traffico. “Ho incontrato Ghislaine Maxwell e Jeffrey Epstein nel 1994. – racconta lei – All’epoca ero all’ultimo anno di college ed ero molto ambiziosa: avevo già iniziato la mia carriera professionale mentre studiavo”. Elizabeth ha incontrato Ghislaine attraverso il suo lavoro in un ristorante a New York City  e il suo processo di “adescamento” è stato molto più veloce di quello di Jess.

“Il giorno in cui ho incontrato Ghislaine abbiamo fatto acquisti insieme. – continua Elizabeth – Mi offrivo spesso di portare i pacchi nei loro hotel o nelle loro case, ma avevo una regola: li portavo solo al concierge o al portiere, non entravo mai in uno spazio privato. Il giorno in cui l’ho incontrata, mi chiese di portare i pacchi in un hotel vicino e, quando arrivai dal concierge, mi disse che voleva incontrarmi al bar”.

In quel momento qualcuno ha introdotto Elizabeth nello spazio privato. “Hanno immediatamente normalizzato il contatto sessuale al nostro primo incontro, ma non mi sono sentita come se mi avessero aggredita – racconta –. All’epoca, la definizione di violenza nello Stato di New York doveva includere la penetrazione e all’aggressione iniziale non è successo. Questo ha causato un’involuzione durata anni, un blocco della mia vita”. Per tre decenni ha vissuto con questa vergogna, pensando di essere diventata amica di persone con cui non avrebbe dovuto avere nulla a che fare e “di aver ottenuto ciò che meritavo”.

DOVE HANNO SBAGLIATO I MEDIA?

Quelle di Jess e di Elizabeth sono storie personali, che però sono conosciute pubblicamente. Ma come hanno raccontato la vicenda i media e cosa avrebbero potuto fare meglio? Jess esprime la sua insoddisfazione perchè “nel 2008 questa discussione è stata insabbiata e nel 2019 è durata solo cinque settimane prima di essere nuovamente messa a tacere”. Il processo Maxwell, inoltre, non è stato adeguatamente coperto dai media secondo Jess. “È solo nel 2025 che siamo state invitate a una discussione come questa, perché l’altra cosa che vedevo era che tutti parlavano di noi ma non con noi”. 

Specifica Elizabeth: “Una cosa che cerco di spiegare ai giornalisti è che questa è la loro carriera, ma è la mia vita. Come vi sentireste se le persone vi chiedessero di entrare nei dettagli delle esperienze più angoscianti e terrificanti della vostra vita, facendovele sperimentare ancora e ancora e ancora?”. Un problema che, per Elizabeth, non riguarda il singolo giornalista, ma il modo in cui vengono istruiti. “Siete addestrati a seguire la notizia, a usare le vostre risorse, a trovare le fonti e ad arrivare in fondo alle questioni. – dice Elizabeth – Ma siamo esseri umani e penso che questa storia debba essere guardata da un punto di vista umano. Gli abusi succedono perché abbiamo paura di parlarne e vivono nel silenzio”.

LUCIA OSBORNE-CROWLEY, LA PRIMA A PARLARE CON E PER LE VITTIME

Proprio per far luce sull’ambito professionale, è intervenuta la giornalista Lucia Osborne-Crowley, che è stata la prima a interessarsi attivamente e a portare all’attenzione dei media il caso di Ghislaine Maxwell. Le ragioni sono due: “La prima è che sono cresciuta in un ambiente di abusi familiari, rimanendo intrappolata in quella situazione”. Aggiunge: “Sapevo, dai riscontri ricevuti dal mondo, che noi come società non capiamo questo problema e screditiamo le vittime, le ignoriamo e le mettiamo a tacere”. Così quando ha saputo che ci sarebbe stato un processo, Lucia ha pensato che doveva esserci. “Se comprendiamo meglio i problemi, possiamo intervenire e proteggere le persone da un male che a volte dura per tutta la vita”.

Il secondo motivo è che “gran parte dei media stava coprendo la vicenda in un modo che ho trovato sorprendente e deludente, sensazionalizzando i colpevoli. – racconta Lucia – Volevo davvero provare a creare un giornalismo che fosse concentrato sulle vittime, sulle loro storie e sulle loro vite raccontate con le loro parole perché è così che comprendiamo il problema e possiamo affrontarlo”. Parlando con i giornalisti ammessi nell’aula principale del processo, Lucia ha capito che “che avevano pregiudizi contro le vittime di violenza sessuale, ma erano loro a scrivere i commenti e i pezzi che la gente leggeva ogni giorno. Alimentavano i miti sullo stupro e i pregiudizi contro le vittime; perciò ho voluto produrre qualcosa che non fosse così”.

AMY WALLACE, LA GHOSTWRITER DI VIRGINIA GIUFFRE

Ma le vittime di Epstein sono migliaia. A parlarne è anche Amy Wallace, scrittrice e giornalista che si è sempre distinta per la capacità di mettere al centro della sua narrazione gli esseri umani. L’ha fatto anche con Virginia Roberts-Giuffre, di cui ha curato l’autobiografia, perché non voleva solo parlare degli abusi, ma voleva raccontare chi era quella ragazza e la donna che era diventata. Soprattutto voleva «fare chiarezza sulle  implicazioni per i sistemi patriarcali della società in cui viviamo le ragioni per cui questo tipo di “malattia” viene perpetrata e volontariamente non affrontata» afferma ElizaAnyangwe, la moderatrice dell’incontro

A pochi giorni dal primo anniversario dalla morte di Virginia, la testimonianza di Amypermette di dialogare con chi di solito sta “dietro le quinte” e che ora è diventata molto più visibile. Anche perché la prossima settimana ricorre proprio l’anniversario della morte di Virginia. “Collaborare con lei, aiutarla a dare forma e forza alla sua storia era fondamentale” dice Amy. Virginia era già conosciuta come vittima di una serie di uomini che minacciavano costantemente la sua sicurezza fisica e legale.

Durante il primo incontro tra Amy e Virginia “è come se ci fosse stato un click tra di noi. – dice la ghostwriter – Ricordo che quel giorno, quando le chiesi di raccontarmi di , mi rispose descrivendo le cose peggiori che le erano successe. Lo fece come se fosse abituata a farlo, quasi a comando. Ma non era ciò a cui mi riferivo, volevo conoscerla”. Virginia voleva costruire un rapporto di fiducia, una relazione umana. “Nonostante tutto il dolore e la vergogna, – afferma Amy – Virginia voleva che questo libro aiutasse gli altri sopravvissuti a non sentirsi soli e a non provare più vergogna”. 

IL RUOLO DEL MOVIMENTO METOO

Forse, azzarda la moderatrice, un cambiamento può avvenire con il movimento #meToo. Secondo Jess “le persone sono un po’ più consapevoli dei casi di violenza sessuale che accadono. Ma penso che gli uomini abbiano una loro definizione di cosa sia lo stupro e la coercizione. E questo è parte del problema”. Ci vorrà molto impegno prima di poter cambiare la narrativa culturalmente, ma ogni passo avanti è importante. “Il movimento Me Too è una base su cui costruire. Non un traguardo, ma un punto di inizio. Si tratta di cambiare gli atteggiamenti”. Concorda la giornalista Lucia: “Con il Me Too abbiamo iniziato a dire “è successo anche a me”. Ed è stato un momento cruciale. Ma deve essere l’inizio di un cambiamento culturale più profondo”.

Uno dei problemi più grandi è che le vittime vengono ancora considerate come non credibili. Cambiare questa cultura è la prossima sfida contemporanea. “Negli Stati Uniti il sistema è insultante. – denuncia Amy – Fare i nomi di questi uomini significa mettersi in pericolo fisico. Virginia voleva farli, ma ha dovuto fare delle scelte per proteggere i suoi tre figli adolescenti”. Aggiunge: “Se volessero davvero rilasciare i file, dovrebbero proteggere i nomi dei sopravvissuti e dei bambini, non quelli dei potenti”. 

“Dobbiamo superare i miti radicati e falsi sulle vittime, a cui il mondo è molto attaccato. – urla Lucia – Chi è fortunato da non essere toccato da questa violenza preferisce credere in un mondo fantastico dove queste cose non accadono. Noi non abbiamo scelta: dobbiamo vivere nel mondo reale perché è successo a noi”.

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

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