Salgono a sette gli indagati nell’inchiesta sul trapianto di cuore fallito, costato la vita al piccolo Domenico Caliendo. Il decesso è avvenuto sabato 21 febbraio nell’ospedale Monaldi di Napoli, dopo 60 giorni di coma farmacologico. Ai sei medici e paramedici già iscritti al registro, si è aggiunta la professoressa Marisa De Feo, capo del dipartimento di Cardiochirurgia e dei Trapianti del nosocomio partenopeo, unica donna in Italia a ricoprire tale ruolo.
Oltre ai due cardiochirurghi Guido Oppido, responsabile del trapianto, e a Gabriella Farina, dedita all’espianto e al trasporto dell’organo da Bolzano a Napoli, risultavano indagati anche Francesca Blasi, Mariangela Addonizio, Emma Bergonzoni e Vincenzo Pagano. Secondo le ricostruzioni, avrebbero tutti violato le linee guida di conservazione e trasporto del cuore destinato al trapianto, nonché le buone pratiche clinico-assistenziali e chirurgiche.
La vicenda
La tragica storia di Domenico Caliendo inizia lo scorso 23 dicembre. Quel giorno, il bimbo di due anni e quattro mesi, affetto da cardiopatia dilatativa, entra nell’ospedale per sottoporsi al trapianto. L’intervento, però, non va come dovrebbe: il cuore non parte e Domenico non si risveglia, restando per due mesi attaccato all’Ecmo, sistema volto a tenerlo in vita. Le domande affiorano di giorno in giorno, troppe cose non tornano: ben presto il caso si trasforma in un’inchiesta giudiziaria.

Secondo la ricostruzione, il cuore trapiantato sarebbe arrivato all’ospedale danneggiato, perché congelato al momento del trasporto. A quanto sembra, l’organo sarebbe stato erroneamente conservato con ghiaccio secco al posto di quello tradizionale, a temperature incompatibili con la corretta preservazione. Scoperta fatta soltanto dopo l’apertura del contenitore, quando ormai il cuore del bambino era stato espiantato. Il cardiochirurgo non avrebbe potuto far altro che impiantare l’unico cuore disponibile, quello congelato, per non far morire il paziente sul tavolo operatorio.
Le negligenze
Mentre il bambino lotta fra la vita e la morte, proseguono le indagini. Emerge che il team del Monaldi sarebbe partito per Bolzano con un contenitore isotermico, privo di termostato perché non di ultima generazione. Il tutto nonostante l’ospedale partenopeo disponesse di un macchinario all’avanguardia, acquistato nel 2023 e progettato proprio per il trasporto a temperature adeguate, senza l’utilizzo del ghiaccio. Perché usare allora un contenitore tradizionale? Secondo l’inchiesta, il personale dell’èquipe non aveva la formazione tecnica sufficiente per usufruire del box più moderno. Inoltre, al momento dell’arrivo a Napoli, il cuore presentava lesioni biancastre evidenti, probabilmente ustioni da freddo.
Nonostante la serie di negligenze, l’intervento prosegue. Le condizioni del paziente sono estremamente critiche, già poco dopo. Si apre un confronto sulla possibilità di procedere a un nuovo trapianto. L’ospedale Bambino Gesù di Roma si esprime negativamente: lo stato del bambino e la sua emorragia celebrale sconsigliano un altro intervento. Nonostante l’arrivo di un nuovo cuore compatibile, che riapre un flebile spiraglio di speranza, l’epilogo della vicenda è tragico: i genitori danno il consenso alla desistenza terapeutica, avviando le procedure per il fine vita del piccolo Domenico.
La richiesta di incidente probatorio
Dopo la morte del bambino, la procura di Napoli ha inoltrato una richiesta di incidente probatorio all’autorità giudiziaria, per procedere con l’espletamento dell’esame autoptico e con la perizia medico-legale collegiale. La decisione del giudice per le indagini preliminari è attesa nei prossimi giorni. In tale richiesta, la procura chiede che sia verificata la corretta applicazione delle linee guida in relazione al prelievo, trasporto e trapianto del cuore. I consulenti dovranno anche valutare le condizioni dell’organo trapiantato e la correttezza delle procedure. Infine, si verificherà se l’intervento sia stato correttamente eseguito in relazione a modalità, tempi di arrivo e presentazione in sala operatoria dell’èquipe di espianto.

A questo proposito, il legale della famiglia Caliendo, Francesco Petruzzi, ha chiesto una misura cautelare per il cardiochirurgo che ha impiantato il cuore. Secondo l’avvocato, «il trapianto poteva essere rinviato, visto che Domenico non era moribondo». E ancora: «Troviamo folle che all’interno della cartella clinica ci sia scritto proprio del cuore ghiacciato, ma che un ospedale intero abbia taciuto la notizia alla madre».
Il reato: omicidio colposo?
Petruzzi ha inoltre richiesto alla procura di aggravare l’ipotesi di reato, da omicidio colposo in omicidio volontario con dolo eventuale. Dolo comportato, secondo la difesa, dalla «condotta omissiva portata in essere dopo la fallita operazione e dal fatto che, fino al 6 febbraio non sia stato fatto praticamente nulla per valutare delle ipotesi di terapie alternative». L’avvocato ha infatti spiegato che «qualora venisse provato che chi non ha posto in essere una valutazione alternativa, costituendo sin da subito un’èquipe interdisciplinare, l’abbia fatto per cercare di non far emergere e quindi occultare i fatti, ha accettato il rischio che il bambino, nel momento in cui fosse arrivato il cuore, non potesse essere più trapiantabile e, di conseguenza, andare incontro all’evento morte». E qui si configurerebbe l’omicidio volontario.

L’accento è puntato sulle omissioni e sui fatti accaduti nei 45 giorni successivi al trapianto, prima che il caso di Domenico destasse l’attenzione dei media. In particolare, Petruzzi sottolinea come, fino a quel momento, non fosse stata fatta nemmeno una Tac celebrale. In ogni caso, per valutare ogni aspetto, i consulenti avranno a disposizione la cartella clinica completa, la denuncia presentata dalla famiglia e il verbale di sequestro del box utilizzato per il trasporto dell’organo cardiaco.
Gli ospedali coinvolti
Al momento, al registro degli indagati gli inquirenti hanno iscritto solo medici dell’ospedale partenopeo. Infatti, nonostante il ghiaccio secco sia stato fornito in sala operatoria dal personale altoatesino, eventuali responsabilità sull’utilizzo restano circoscritte all’èquipe napoletana. Ad essa era infatti affidato anche il compito di vigilare, controllare e esaminare con cura il contenuto del box prima di mettersi in viaggio per il ritorno al Monaldi.
Inoltre, l’aggiunta di ghiaccio secco a Bolzano avviene dopo la scoperta, da parte dei medici napoletani, di non avere refrigerante a sufficienza per custodire l’organo. Da qui la necessità di chiedere ai colleghi altoatesini un’integrazione. Nonostante la differenza con il normale ghiaccio tritato sia ben marcata, nessuno dei sanitari si accorge dell’errore. In ogni caso, l’inchiesta non esclude un successivo coinvolgimento anche di operatori di Bolzano.
Una vicenda tragica, quella del piccolo Domenico, cosparsa di misteri ancora da risolvere. In attesa dello svolgimento delle indagini, alla famiglia non resta che chiedere giustizia: «Vogliamo la verità».