Quando il 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, le prime immagini arrivate dalle agenzie di stampa mostravano i fumi sulle raffinerie di Teheran e i missili sulle infrastrutture militari. Difficile immaginare, guardando quelle foto, che a qualche migliaio di chilometri di distanza un agricoltore del South Carolina avrebbe scritto al presidente Trump per avvertirlo di una minaccia alla sicurezza nazionale. Eppure la guerra in Iran ha prodotto, accanto alle sue vittime dirette, un’altra crisi silenziosa: quella dei fertilizzanti.
Il Golfo Persico, la fabbrica dell’azoto del mondo

Per capire perché un conflitto nel Golfo Persico si trasformi così rapidamente in un problema per chi semina frumento in Lombardia o soia nel Mato Grosso, bisogna comprendere la chimica che sta alla base di quasi tutto ciò che mangiamo. I fertilizzanti azotati — urea in testa — si producono a partire dall’ammoniaca, sintetizzata attraverso il processo Haber-Bosch: gas naturale bruciato ad alta pressione in presenza di idrogeno. Si tratta di un processo interamente dipendente dal metano: anche l’idrogeno necessario per sintesi proviene dalla raffinazione del gas naturale. Il Medio Oriente non è soltanto il cuore dell’energia fossile mondiale; è, per questa ragione strutturale, il principale produttore di fertilizzanti azotati del pianeta. Circa il 70% della produzione mondiale di ammoniaca dipende da questo processo, il restante 30% è prodotto a partire dalla rigassificazione del carbone. Il settore assorbe circa 170 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno — il 20% della domanda industriale globale — e 75 milioni di tonnellate equivalenti di carbone. Il Golfo Persico, con i suoi grandi giacimenti, è quindi il luogo più economico e logisticamente più favorevole per questo tipo di produzione.
Le conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz sono state immediate. Circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti fermo. Non solo: come era già avvenuto con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, gli effetti si sono moltiplicati lungo tutta la catena produttiva globale.
L’effetto cascata: dall’India al Bangladesh, fino all’Egitto

Il vero problema è che produttori di fertilizzanti in paesi anche lontani si ritrovano senza le materie prime necessarie. Privati delle forniture di gas naturale del Qatar, impianti produttori di fertilizzanti in India, Bangladesh e Pakistan hanno dovuto rallentare le proprie linee di produzione. L’Egitto ha perso le importazioni di gas da Israele e ha dovuto rivolgersi al mercato del GNL, con prezzi in rapida ascesa, come ha riportato il Carnegie Endowment for international peace.
Ma non è solo il gas naturale a mancare. Il danno si estende anche al fosforo, altro nutriente fondamentale per i raccolti: i paesi del Golfo producono circa il 20% dei fertilizzanti fosfatici mondiali, e circa un quarto dello zolfo globale, che è in larga misura un sottoprodotto della combustione di petrolio e gas. Lo zolfo — più precisamente l’acido solforico — è indispensabile per trasformare la roccia fosfatica in un composto che le piante possano effettivamente assorbire. La crisi, insomma, non è limitata all’azoto: rischia di compromettere l’intera catena dei nutrienti.
Il prezzo dell’urea esplode alla vigilia della semina
Il prezzo di riferimento dell’urea, il fertilizzante più diffuso al mondo, è salito di circa il 30% nell’arco dell’ultimo mese. Un aumento che arriva nel momento nel momento della semina, quando c’è meno tempo per trovare alternative. L’impatto, però, è tutt’altro che uniforme tra i paesi. Gli Stati Uniti, terra di gas abbondante, producono autonomamente circa tre quarti dei fertilizzanti che consumano, mentre la Cina ha un’autosufficienza ancora superiore. Nonostante questo, gli agricoltori statunitensi hanno visto il prezzo dell’urea nel porto di New Orleans salire di oltre il 25% dalla fine di febbraio, spingendo il presidente dell’American Farm Bureau Federation a scrivere una lettera accorata al presidente Trump, avvertendo che questo “shock produttivo” costituisce una minaccia alla sicurezza nazionale.
L’Italia si trova in una posizione più esposta. Nel listino della Borsa Merci del 12 febbraio 2026, l’urea si scambiava già a livelli storicamente elevati. Il paese non registra carenze fisiche di prodotto, ma resta strutturalmente dipendente dall’import. L’Italia rappresenta una quota inferiore al 10% delle importazioni UE da Russia e Bielorussia, ma la quasi totalità dell’urea impiegata nel paese arriva da Nord Africa e Medio Oriente — le stesse aree ora sotto pressione. Come ha riconosciuto Confagricoltura, i fertilizzanti incidono tra il 15% e il 30% dei costi totali di produzione delle aziende agricole.
I fertilizzanti sintetici: necessari, insostituibili, e pericolosi da eliminare
Di fronte a prezzi così elevati e a una dipendenza tanto marcata dall’estero, la tentazione di immaginare un’agricoltura senza fertilizzanti chimici potrebbe sembrare comprensibile. Ma l’esperienza recente ha mostrato con drammatica chiarezza dove porta quella strada. Lo Sri Lanka ne è l’esempio più estremo: il presidente aveva preso nel 2021 la decisione di vietare i fertilizzanti sintetici come l’urea e l’ammoniaca. L’agricoltura locale è collassata, e con essa il suo governo.
L’ammoniaca è il punto di partenza di tutti i fertilizzanti minerali azotati, ed è l’anello di congiunzione tra l’azoto presente nell’aria e il cibo che finisce sulle nostre tavole. Circa il 70% dell’ammoniaca prodotta nel mondo viene trasformata in fertilizzanti. Secondo alcune stime di studiosi citati dal Carnegie Endowment, senza fertilizzanti sintetici la popolazione globale sarebbe la metà di quella attuale. Non si tratta di un’esagerazione: è la misura concreta di quanto la nostra realtà sia dipendete da questi composti chimici.
Il paradosso ambientale: inquinanti necessari

Rinunciare ai fertilizzanti è quindi impossibile, ma rimane un ultimo nodo da sciogliere: il loro impatto ambientale. La produzione di ammoniaca genera emissioni dirette di CO₂ pari a circa 450 milioni di tonnellate l’anno — un’impronta equivalente alle emissioni totali del sistema energetico del Sudafrica. Ancora più significative sono le emissioni indirette: principalmente legate alle reazioni chimiche che avvengono quando i fertilizzanti vengono applicati ai terreni. Si stima siano circa 170 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno.
La crisi attuale, paradossalmente, mette in luce anche gli sprechi del sistema alimentare che questi fertilizzanti sostengono. Circa il 20% del cibo destinato al consumo umano viene sprecato senza essere mai mangiato. Quasi il 40% delle terre coltivabili mondiali è usato per produrre mangimi animali, con un’efficienza calorica drammatica: una mucca richiede 50 calorie di mangime per produrre una caloria di carne bovina. Un terzo del mais statunitense viene impiegato per produrre etanolo per i trasporti, con benefici ambientali quanto meno controversi.
Le tecnologie per produrre ammoniaca con emissioni vicine allo zero esistono — elettrolisi con energia rinnovabile, cattura e stoccaggio del carbonio — ma rimangono molto più costose rispetto alla produzione tradizionale. E soprattutto non sono ancora disponibili su scala commerciale.
La crisi dei fertilizzanti del 2026 somiglia molto a quella del 2022, ma questa volta il contesto è ancora più fragile. Anche se lo Stretto di Hormuz dovesse riaprirsi presto, il riavvio della produzione e del trasporto di fertilizzanti e delle loro componenti potrebbe richiedere settimane — tempo che gli agricoltori dell’emisfero nord non hanno. I consumatori stanno già pagando di più per la benzina. Gli effetti più preoccupanti — quelli al supermercato — devono ancora arrivare.