Al Niguarda trapiantati 13mila cm² di pelle su quattro ragazzi ustionati

Corpi da ricostruire, sofferenze da alleviare. E una lotta contro il tempo. La tragedia di Crans-Montana ha costretto il mondo a guardare da vicino il lavoro di medici e infermieri che curano i grandi ustionati. Solo al Niguarda sono stati trapiantati sui ragazzi 13 mila centimetri quadrati di pelle per provare a dar loro un futuro. Ma come funziona esattamente la macchina messa in piedi da chirurghi e specialisti?

Ustioni e pelle per coprirle

«Quando si parla di ustioni del 40 o del 50%, si intende in relazione alla quantità di pelle totale presente nel corpo» dice Marcello Zamparelli, responsabile dell’unità di Chirurgia Plastica e Centro Regionale Ustioni Pediatrico dell’Ospedale Santobono Pausilipon di Napoli. «Che in uomo si stima sia circa 1,7 metri quadrati»

Significa che quasi metà della superficie corporea non è più in grado di svolgere la sua funzione protettiva. Un’estensione che rende impossibile la guarigione spontanea e obbliga i medici a intervenire rapidamente con coperture cutanee, spesso ripetute nel tempo.

Il chirurgo Marcello Zamparelli

Il trapianto di pelle in questi casi è l’unica soluzione e la pelle donata si rivela essenziale. «Mediamente per trattare un’ustione che copre il 10-15% del corpo sono richiesti dai 500 ai 1000 centimetri quadrati – dice Marta Tosca, responsabile del reparto Banca dei tessuti e terapia tissutale del Niguarda di Milano – poi dipende dalla profondità e dall’area interessata».

Che nel caso dei ragazzi coinvolti nell’incendio del “Le Constellation”, trasferiti al Niguarda, è evidentemente molto più vasta. Per ciascuno dei quattro feriti è stato infatti utilizzato il triplo dei centimetri quadrati solitamente necessari nel caso di ustioni dell’entità indicata dalla dottoressa.

Le donazioni e il processo prima dell’uso

«La pelle a disposizione della Banca proviene dalle donazioni di pazienti che hanno dato il diritto ai clinici, nel momento del decesso, di utilizzare la loro cute», spiega Giovanni Sesana, anche lui responsabile del reparto.

«I prelievi possono essere fatti solo da cadavere – aggiunge Marta Tosca – perché da un donatore vivente i quantitativi di cute prelevabili senza creare lesioni sono pochissimi. Per questo è una modalità che non viene presa in considerazione”. Una volta che la cute arriva in laboratorio «ciascun lembo viene misurato ragionando in centimetri quadrati, suddivisi in sotto unità e poi preparati al congelamento», afferma Tosca.

Giovanni Sesana e Marta Tosca insieme al resto dello Staff

Nel mentre vengono realizzati dei controlli di qualità, che sono indispensabili per poter decidere se mantenere nel laboratorio quella cute. La pelle asportata subisce una serie di lavorazioni per essere purificata, ma ci sono casi in cui la contaminazione rende impossibile il suo utilizzo. «Al termine dell’elaborazione viene posta in quarantena, in attesa dei risultati di questi controlli – prosegue Tosca – poi si decide se renderla idonea per il trapianto oppure eliminarla».

Due metodi di conservazione

«La cute viene conservata principalmente secondo due modalità – specifica il dottor Zamparelli – in glicerolo, un conservante, oppure a -80 gradi con la tecnica della criopreservazione. Che permette di conservare i tessuti a temperature bassissime per sospendere le funzioni biologiche e preservarle nel tempo». Proprio nelle criobanche, più semplicemente grossi frigoriferi che preservano la pelle, gli istituti possono conservarla fino a due anni e scongelarla quando i clinici ne fanno richiesta.

Il percorso della pelle donata, quindi, è lungo e altamente controllato. Dal momento del prelievo, ogni fase è regolata da protocolli stringenti che servono a garantire la sicurezza del ricevente. Una volta arrivata in laboratorio, la cute viene trattata come un vero e proprio tessuto biologico. Misurata, suddivisa, catalogata e sottoposta a una serie di verifiche.

Il complesso dell’Ospedale Niguarda di Milano

L’aspetto positivo è che «la cute non viene rigettata, quindi non c’è una necessità di compatibilità fra donatore e ricevente», spiega ancora Sesana. «Questo perché la pelle, dopo essere stata lavorata, viene resa idonea per ogni tipo di paziente, qualsiasi sia la sua caratteristica dal punto di vista dell’immunocompetente».

Una copertura temporanea

Nemmeno la differenza di età tra donatore e paziente è un ostacolo per l’intervento, com’è accaduto per i trapianti per i ragazzi coinvolti nell’incendio a Crans-Montana. «Se il donatore è anziano, la pelle con il trattamento può comunque essere usata per un giovane», informa il dottor Zamparelli.

«La cute del donatore, infatti, serve per una copertura temporanea: è una sorta di medicazione biologica salvavita, non una misura definitiva». Voce a cui fa eco quella del collega Sesana. «Nella sua fase di copertura, la cute protegge l’organismo, che a causa delle ustioni non ha più il rivestimento normale. Ma soprattutto permette al soggetto di sviluppare di nuovo il suo epitelio che diventerà poi quello finale». 

L’importanza del donare la pelle

«L’anno scorso al Niguarda abbiamo eseguito 124 interventi di prelievo grazie ai quali siamo riusciti a raccogliere più di 250 mila centimetri quadrati e ne abbiamo trapiantati circa 170 mila». «All’’Ospedale Santobono Pausilipon non è mai capitato di avere un’insufficienza delle scorte di pelle – sostiene Zamparelli – ma è fondamentale continuare a sensibilizzare sulla questione».

Anche perché, sottolinea la dottoressa Tosca «se c’è stata disponibilità in un caso di emergenza come quello di Crans, è grazie alle persone che hanno deciso di donare la loro pelle». Compatibilmente con l’importanza delle ustioni, la tragedia svizzera ha trovato nel sistema sanitario italiano una risposta pronta ed efficace. Questa attività, però, non può prescindere dalle donazioni della cute.

Chirurghi durante un trapianto di pelle

«L’Italia è tra i primi Paesi in Europa, purtroppo però abbiamo ancora un certo grado di opposizioni, soprattutto in due fasce anagrafiche: gli over 60 e tra 18 e i 35 anni», dice il dottor Sesana. Molti parenti delle vittime, ad esempio, sono diffidenti: temono di vedere la salma rovinata nei giorni in cui viene allestita la camera ardente. Ma il chirurgo Zamparelli precisa: «La pelle viene prelevata dalle zone coperte, non dalle mani o dal volto». 

Il sistema europeo

Ma oltre alle donazioni, la macchina dei trapianti di pelle non può prescindere dall’organizzazione delle strutture. Il modello italiano si inserisce in un quadro più ampio a livello europeo. In Europa non esiste una numerazione specifica delle sole Banche della pelle, ma una rete di “tissue establishments”. Ovvero strutture sanitarie per recuperare, lavorare, conservare e trapiantare tessuti e cellule umane.

Ogni struttura autorizzata è registrata in un compendio ufficiale della Commissione europea, che garantisce standard omogenei tra i diversi Paesi membri. Per esempio, nei Paesi Bassi opera l’Euro Skin Bank, uno dei primi istituti europei dedicati alla fornitura di pelle per il trattamento delle ustioni. E in Spagna c’è un ampio sistema dei tessuti che coinvolge centinaia di centri con migliaia di prelievi ogni anno.

La realtà italiana: 5 Banche della pelle che si supportano

In Italia la donazione e la conservazione della pelle fanno parte di una rete strutturata e coordinata. Sono attive circa trenta banche dei tessuti riconosciute dal Centro nazionale trapianti, alcune delle quali specializzate esclusivamente nella conservazione della cute

«Avere una Banca dei tessuti e un centro ustioni a Milano è fondamentale per la lavorazione della cute, il suo mantenimento e la distribuzione ai clinici che poi la utilizzano», dichiara il responsabile del Niguarda Sesana. «Soprattutto a livello logistico perché consente di avere vicini i nostri chirurghi plastici. Lavoriamo costantemente nello stesso luogo, nello stesso ospedale, per cui noi sappiamo le loro esigenze e loro sanno bene che cosa hanno a disposizione». 

Alcuni dei pezzi di pelle conservati per il trapianto

Per quanto riguarda la pelle, oltre al reparto dell’Ospedale Niguarda, sono altre quattro le banche italiane con la stessa funzionalità. L’Ospedale Cto Maria Adelaide a Torino, e quello Bufalini a Cesena. L’Ospedale Civile Maggiore a Verona e il Centro conservazione cute – Banca regionale Tessuti e cellule a Siena

«Se le scorte non dovessero bastare, se servissero più centimetri quadrati, abbiamo l’appoggio delle altre quattro banche riconosciute su territorio nazionale che ci possono fornire materiale d’appoggio», spiega la dottoressa Tosca. «Funzioniamo proprio perché siamo una rete: in caso di bisogno siamo aiutati e quando possiamo aiutiamo noi le altre Banche».

No Comments Yet

Leave a Reply