Quando appare ad Anna (Jasmine Trinca), sua figlia Alice è appena stata morsa dal cane di famiglia e rischia l’amputazione di una gamba. Il personaggio interpretato da Valeria Bruni Tedeschi le offre una soluzione, ma a un prezzo ben preciso: la gamba della figlia in cambio dell’alterazione corporea di un familiare. Da lì non si torna più indietro. Come pedine che cadendo ne fanno franare delle altre, quel personaggio le appare volta per volta chiedendole piccoli sacrifici per scongiurare altri eventi terribili. Ogni volta, però, Anna inciampa su un problema ancora più grande. Un corpo per un corpo, un incidente per un altro e una vita in cambio dell’altra. Quest’entità (il diavolo? Il macabro frutto dell’inconscio?) lancia un’ancora di salvezza, uno scambio sadico, a chi in quel momento non ha altro a cui aggrapparsi. Infida, subdola, fredda ma anche tentatrice: è l’estranea.
Il racconto “a spirale” del film
Raccontato alternando luoghi e piani temporali diversi, da Bari nel 1999 fino a Roma nel 2026, Paolo Strippoli disfa un quadretto familiare che all’inizio sembra essere idillico. Lo fa attraverso il racconto di Anna, che irrompe in casa della figlia in un pomeriggio burrascoso e le racconta tutti gli eventi del passato, ma visti da sotto una nuova prospettiva. Quella dell’estranea, appunto. C’è un pater familias, Walter (Adriano Giannini), quasi un padre-padrone che investe tutte le energie sull’avvenente futuro calcistico del figlio Tobia. Una madre, Anna, che vede la sua figura proiettata su quella della figlia Alice, piccola attrice appena scelta per uno spot Barilla. Una sartoria gestita da Walter, che ha il nome della famiglia Colonna ed è invidiata e richiesta da tutti.

L’autore di Piove e La valle dei sorrisi è abilissimo a mettere in scena questa vertigine del caos attraverso una serie di elementi a spirale che si ripetono (non a caso il titolo inglese del film è Spiral): il vortice nel cielo che vediamo all’inizio e alla fine, il bracciale di plastica con cui Tobia gioca nevroticamente in ospedale, le caramelle alla liquirizia sparse qua e là per tutta la durata del film. I pavimenti. I posacenere e i disegni sui muri. Le scale dei palazzi e il formicaio, con le formiche che brulicano nel giardino della villa dei Colonna.
Un film a metà tra thriller e horror
Un indizio semiotico, ma anche stilistico e narrativo: Strippoli segue l’andamento spiroidale del film con movimenti di macchina vorticosi che schiaffeggiano i personaggi, quasi ad amplificarne l’angoscia e il senso d’oppressione. Perché tra inquadrature dall’alto ispirate a Hitchcock (da cui il regista italiano prende anche le spirali di Vertigo) e un ritmo sempre martellante l’estranea disturba, schiaccia e opprime i suoi personaggi. Abbandona progressivamente la villa sfarzosa dei Colonna e sposta i protagonisti nell’appartamentino di un quartiere romano. Li chiude in una stanzetta, mentre fuori c’è l’apocalisse.

Qualcuno l’ha definito un thriller, qualcun altro un horror. La sua forza sta tutta lì: nell’essere una storia dalle tinte orrorifiche ma che allo stesso tempo racconta la frammentazione psicologica e identitaria di una famiglia. E che mette in campo una serie di nodi etici e decisionali in cui ogni volta che si tocca lo scorrere naturale degli eventi si finisce col creare ancora più disordine (L’estranea da questo punto di vista è un film “entropico”).
Guardando la foto dei Colonna che avevamo visto all’inizio e che ora è incorniciata in quadretto, alla fine, viene da chiedersi chi sia davvero l’estranea annunciata nel titolo. O se in realtà il film sia fatto solo di estranei, dato che i personaggi – sfigurati dagli eventi, dai conflitti personali e dalle scelte che sono stati costretti a prendere – si macchiano di azioni che anni prima non avrebbero nemmeno immaginato di fare.