Sul grande palcoscenico di Usa, Canada e Messico 2026, le luci della ribalta appartengono (ancora, per l’ennesima volta) alle polemiche. Con lo scoppio del caso Balogun, la Coppa del Mondo più grande di sempre rischia di trasformarsi definitivamente – anzi, forse è già così – nella pietra tombale sulla credibilità della Fifa a gestione Infantino.
Il fatto
Folarin Balogun, attaccante titolare degli Stati Uniti, era stato espulso nel corso della gara dei sedicesimi di finale contro la Bosnia Erzegovina grazie all’intervento del Var. Se la decisione presa dall’arbitro resta opinabile, non si può – o potrebbe? – dire lo stesso del regolamento: l’espulsione porta a saltare automaticamente la partita successiva.

Donald Trump però non è d’accordo. Come confermato dallo stesso presidente degli Stati Uniti in conferenza stampa, è bastata una chiamata a Gianni Infantino, numero uno della Fifa, per arrivare all’applicazione dell’art.27 del Codice Disciplinare. Squalifica congelata, e Balogun potrà essere in campo nell’ottavo di finale contro Lukaku e compagni. Sono le parole di Trump, però, ad aggiungere un contorno tragicomico alla vicenda: dai sospetti verso l’arbitro di Usa-Bosnia al passaggio in cui dichiara che «penalizzare per una partita che non è ancora stata giocata» in caso di espulsione è «molto ingiusto».
L’ondata di sdegno è immediata e globale. Il Belgio, parte direttamente interessata, ha presentato ricorso contro la decisione della Federazione Internazionale. Opinioni contrarie sono arrivate praticamente da chiunque, da Klopp a Malagò, passando per un duro comunicato della Uefa – frattura da tenere d’occhio? – e addirittura per le parole dell’ex presidente Fifa Sepp Blatter, non proprio il più pio degli uomini di football. Fino alla richiesta da parte della Francia, non si sa se più decisa o provocatoria, di annullare il cartellino giallo ricevuto da Olise contro il Paraguay. Insomma: il caos.
Trump chiama la FIFA per fare annullare la squalifica di un giocatore degli Stati Uniti
Tardelli: “In questi Mondiali si può fare di tutto perché basta ricevere degli ordini”
Paola Ferrari: “Te ne prendi la responsabilità, non so chi possa dare un ordine a Infantino” pic.twitter.com/zWt5dU1dcX— Il Grande Flagello (@grande_flagello) July 5, 2026
Trump-Infantino: amore o sottomissione?
Il precedente è storico: non era mai successo, dall’introduzione dei cartellini nel 1970, che un calciatore espulso ai Mondiali potesse disputare la gara immediatamente successiva. La questione ci obbliga a guardare dritto negli occhi l’elefante nella stanza. Ma è vero che calcio e politica sono, e devono restare, nettamente distinti? A quanto pare sì, ma solo se a deciderlo è la Fifa.
Che ci sia uno stretto rapporto tra Infantino e Trump è sotto gli occhi di tutti. E se finora l’influenza del tycoon sul fronte calcistico della Federazione era fortemente intuibile ma non così palese, questo provvedimento cambia tutto. Così torna alla mente il Mondiale per Club del 2025, con l’assurdo siparietto di Donald Trump presente tra i giocatori del Chelsea – visibilmente imbarazzati – al momento della premiazione.
Ma soprattutto l’introduzione del “Premio Fifa per la Pace 2025”, prima edizione nella storia, consegnato nel dicembre 2025 durante i sorteggi dei Mondiali…da Infantino a Donald Trump. In un periodo nel quale infiammava la polemica da parte del presidente degli States per la mancata assegnazione del Nobel per la pace. Come? Calcio e politica separati? Già…

Non solo politica
E non è finita qua. Perché la InfanTrump, come fosse una coppia di perfidi protagonisti in una fan-fiction adolescenziale, non è l’unica fonte dei problemi di questo Mondiale. Sono diverse, infatti, le criticità emerse ora ad opera dell’uno, ora dell’altro.
Lato Trump, impossibile non prendere in considerazione gli ostacoli causati dalle politiche dell’amministrazione repubblicana verso i nuovi ingressi nel Paese. Si sono moltiplicate, infatti, le storie di lunghissimi interrogatori e visti negati ai danni di gruppi di tifosi, membri delle delegazioni nazionali, e anche calciatori convocati per il torneo. Emblematico il caso dell’arbitro somalo Omar Artan, miglior fischietto africano respinto all’arrivo negli Usa senza una spiegazione ufficiale. In merito, la posizione di Infantino era stata: «È un peccato ma non possiamo controllare tutto. […] Siamo un’organizzazione sportiva».
A far discutere e non poco è stato anche il trattamento riservato dai padroni di casa alla delegazione iraniana. La nazionale è stata costretta ad affrontare i gironi del torneo alloggiando a Tijuana, viaggiando negli States esclusivamente il giorno della partita, e dovendo rientrare in Messico subito dopo la fine dei match. Per di più, ad una buona parte della delegazione è stato negato in toto l’accesso al Paese: evidenti gli effetti della guerra tra Teheran e Washington sul torneo calcistico. Calcio, politica, non c’è bisogno di ripeterci…

Hydration br€ak
Quando la palla passa a Gianni Infantino, l’infrazione ravvisata dal Var dell’opinione pubblica non è tanto politica quanto di natura economica. L’accusa nei confronti del presidente Fifa è quella di aver compiuto, o comunque autorizzato, una serie di scelte che penalizzano tutte le componenti fondamentali di un evento simile: tifosi, calciatori, personale sportivo. Tutto in nome del dio denaro.
Il meccanismo di messa in vendita dei biglietti, con un dynamic pricing le cui cifre di base erano già di per sé alte, va esattamente in questa direzione. Così come il nuovo hydration break, che ufficialmente spezzetta in due ogni tempo per permettere ai calciatori di reidratarsi. Ma che, a conti fatti, diventa una pausa imposta a prescindere dalle condizioni atmosferiche: più pause uguale più pubblicità, l’equazione è basilare.
🚨 𝗕𝗥𝗘𝗔𝗞𝗜𝗡𝗚: The entire stadium started BOOING after the hydration break was announced.
It’s currently 20 degrees there. pic.twitter.com/RV1ln8g6ZW
— The Touchline | 𝐓 (@TouchlineX) June 28, 2026
E se ci sono alcuni match in cui una simile interruzione gioca anche a favore degli atleti, il “merito” è sempre della Fifa. Anche la gestione dei calendari ha suscitato diverse proteste: sono numerose le partite programmate ad orari proibitivi, per permetterne la trasmissione in fasce orarie più agevoli per il mercato europeo. E così, mentre la frescura della sera d’estate ci accompagnava verso il sonno, Mbappé si batteva contro Paraguay alle ore 17, immersi nei 41° percepiti a Philadelphia. Allo stesso modo avrà luogo lo scontro generazionale Yamal-CR7, nel caldo torrido delle ore 14 di Dallas. Ma la lista è molto, molto più lunga.
L’halftime show previsto in occasione della finale è solo la ciliegina sul dessert avariato che è questa Coppa del Mondo. Un intervallo di mezz’ora, con uno show che ha ben più a che vedere con la tradizione americana che con quella calcistica. La realtà geopolitica odierna è questa, non possiamo che prenderne atto. La domanda è un’altra: possiamo davvero aspettarci qualcosa di peggio? Ai posteri l’ardua sentenza.