Nata come una missione transitoria voluta dall’Onu nel 1978, Unifil si è trasformata in una delle missioni di peacekeeping più longeva, affollata e politicamente esposta della storia contemporanea. La fine di Unifil II a fine 2026, apre interrogativi internazionali sul mantenimento della pace e della sicurezza in Libano. I Paesi occidentali stanno studiando alternative; il ministro Crosetto propone una missione ‘stile Kabul’.
«NON CI SARÀ UNIFIL 3» IN LIBANO. CROSETTO PROPONE UNA MISSIONE ‘STILE KABUL’
«Non ci sarà una missione Unifil III. Ma questo non vuol dire che non avremo bisogno di una presenza internazionale in Libano». Aprile 2026, il presidente del Libano Nawaf Salam ribadiva quanto contenuto in una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu dell’agosto 2025 che mette fine a una delle più longeve missioni di pace dell’Onu. Era infatti il 1978 quando le Nazioni Unite approvarono la Risoluzione 425: United Nations Interim Force in Lebanon, Unifil.

Il mandato di Unifil è stato rinnovato fino al 31 dicembre 2026, con conseguente ritiro graduale delle truppe entro la fine del 2027. Nel periodo di transizione, secondo la proposta di Francia e Stati Uniti, Unifil opererà in forma ridotta, garantendo supporto al Libano e protezione a personale, civili e aiuti umanitari.
Per il Comandante di missione, il Generale di Divisione Diodato Abagnara, qualsiasi evoluzione della Missione dovrebbe passare da una revisione delle regole di ingaggio e da un collegamento più stretto con le forze armate libanesi, per consentire loro di assumere progressivamente il controllo del territorio.
Proprio la capacità dell’esercito libanese di garantire la sicurezza della regione è al centro delle preoccupazioni di vari paesi occidentali, tra i quali l’Italia, e dello stesso Libano. Da qui la proposta del ministro della Difesa Guido Crosetto: una missione internazionale ‘stile Kabul’ per il Libano.

Il 2 luglio Crosetto dichiarava: «Se gli Stati Uniti sceglieranno di mantenere un ruolo attivo, potrebbe aprirsi la strada a una missione internazionale diversa da Unifil, con capacità operative e regole d’ingaggio più efficaci, pur restando nel quadro del diritto internazionale. Più simile all’Afghanistan». Chiarendo: «Nessuno vuole andare in guerra con Hezbollah. Una forza internazionale serve esattamente a evitare una guerra, non a provocarla. Ma quando una forza internazionale viene percepita come incapace di reagire alle violazioni, perde la propria funzione di deterrenza. E quando viene meno la deterrenza, aumenta il rischio del conflitto, non diminuisce».
IL LIBANO POST UNIFIL
Il ministro Crosetto ha proposto una missione internazionale sul ‘modello Kabul’. Si tratterebbe di un’operazione di interposizione e stabilizzazione guidata dagli alleati occidentali, finalizzata a sostituire Unifil, giudicata non più idonea alle condizioni del conflitto. Il modello prevede una forza di coalizione internazionale più incisiva, capace di imporre e mantenere la tregua, intervenendo per disarmare le fazioni e garantire la sicurezza, in modo simile a quanto avvenuto in Afghanistan.
Se la proposta Crosetto risponde alla necessità pragmatica di non esporre i soldati a rischi inutili senza poter reagire, gli analisti militari sollevano interrogativi sui rischi di un simile approccio.

Primo tra tutti l’asimmetria del conflitto. Hezbollah è una milizia radicata nel tessuto sociale, politico ed economico della popolazione sciita libanese. Una forza internazionale con regole d’ingaggio aggressive sarebbe dipinta dalla propaganda di Teheran e di Hezbollah come una forza di occupazione occidentale, speculare alla presenza israeliana.
Il Libano, poi, è un Paese istituzionalmente paralizzato. Una missione militare, senza un parallelo piano di ricostruzione politica ed economica, rischierebbe di fare la fine del modello afghano: un’enorme spesa militare durata vent’anni, crollata su se stessa non appena le truppe occidentali hanno lasciato il Paese.
RISOLUZIONE ONU 425: COME È NATA LA MISSIONE UNIFIL E LA SUA EVOLUZIONE NELLA ‘RISOLUZIONE PACIFICA DELLE CONTROVERSIE’
Siamo nel 1978. Israele ha appena invaso il Libano meridionale, nota come ‘Operazione Litani’. L’Onu decise di intervenire, da qui la <strong>Risoluzione 425. Obiettivo: agire come forza di interposizione sul confine tra Libano e Israele (la cosiddetta ‘Linea blu’, mai formalmente delimitata) e assistere le Forze armate libanesi nel controllo del territorio dell’area meridionale del Paese. Era il 19 marzo. I primi caschi blu arrivarono sul terreno il 23 marzo 1978.
Il vero spartiacque arriva nell’agosto 2006 con la Risoluzione 1701, votata per porre fine ai 34 giorni di guerra tra Israele e le milizie sciite. Unifil cambia pelle, diventando ‘Unifil II’: il contingente viene potenziato, arrivando a circa 10mila soldati sul campo, provenienti da oltre 40 nazioni. Da quel momento, l’Italia assume un ruolo di leadership: è il primo contributore di truppe tra le nazioni occidentali, con un contingente di circa mille unità, e ha espresso più volte il Force commander.</span>

La Risoluzione ambisce a stabilire una zona cuscinetto tra la zona blu e il fiume Litani (30 km più a Nord) priva di “qualsiasi personale armato, beni e armi diversi da quelli del governo del Libano e di Unifil”. Per la natura stessa della missione – ‘Risoluzione pacifica delle controversie’ – i caschi blu non possono perquisire proprietà private, entrare nei villaggi o smant
ellare depositi di armi di Hezbollah di propria iniziativa. Possono farlo solo se formalmente accompagnati o autorizzati dalle Forze armate libanesi (LAF).
Dal 2006, i contingenti Onu hanno bonificato milioni di metri quadrati da mine antiuomo e submunizioni risalenti ai vecchi conflitti, restituendo terre agricole alla popolazione. Hanno garantito acqua potabile, aiuti umanitari, cliniche mediche mobili e supporto scolastico in aree altrimenti abbandonate dal governo centrale di Beirut.