Il 29 giugno è l’anniversario della nascita di Oriana Fallaci, grande giornalista e inviata di guerra. Come ogni anno politici e giornali hanno fatto del proprio meglio per celebrare la «bussola della destra», come la definisce il 30 giugno 2026 il quotidiano Libero. Anche la premier Giorgia Meloni l’ha ricordata: «Nel giorno della nascita di Oriana Fallaci viene naturale tornare a uno dei temi che ha attraversato gran parte della sua attività, come scrittrice e giornalista, e che oggi appare più attuale che mai: il destino dell’Occidente e della sua identità» scrive su X.
Fallaci e la politica
Icona della destra Fallaci non ha mai voluto esserlo, così come non si è mai riconosciuta nemmeno nella sinistra del suo tempo. «Io non mi fido di chi venendo dal partito comunista dice di non essere più comunista, quindi figuriamoci se mi fido di chi venendo da un partito neo-fascista dice di non essere più fascista» scrive ne La Rabbia e l’Orgoglio riferendosi ai Democratici di Sinistra e ad Alleanza Nazionale. Critica l’Italia «dei partiti presuntuosi e incapaci che non sanno né vincere né perdere però sanno come incollare i grassi posteriori dei loro rappresentanti alla poltroncina di deputato o di sindaco o di ministro». Critica una classe dirigente che metteva a confronto con l’attivismo del padre, partigiano di Giustizia e Libertà torturato e quasi giustiziato dai nazifascisti.
Il ricordo di Matteo Salvini
Matteo Salvini, leader della Lega, l’ha ricordata in un post come «libera, coraggiosa, controcorrente». Certo, lui ai tempi de La Rabbia e l’Orgoglio era ancora un comune militante, ex consigliere comunale di Milano e fondatore della corrente dei Comunisti Padani. A guidare l’allora Lega Nord era Umberto Bossi, che Fallaci nello stesso libro definiva il «becero con la camicia verde e la cravatta verde» che «non sa nemmeno quali siano i colori del tricolore. Mi-sun-lumbard, mí-sun-lumbard. Quello vorrebbe riportarci alle guerre tra Firenze e Siena».
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Il silenzio della sinistra
Ma se i leader di centrodestra ne tessono le lodi, dal campolargo non arriva nemmeno un post in ricordo dell’anniversario. Non che Fallaci si sia mai stata gentile con la sinistra. Ne La Rabbia e l’Orgoglio critica gli ex comunisti «con la loro prepotenza, la loro boria, la loro presunzione, il loro terrorismo intellettuale» e il comunismo, che «proibisce alla gente di ribellarsi, governarsi, esprimersi, arricchirsi, mettendo Sua Maestà lo Stato al posto dei soliti re». Nonostante poi avesse avuto buoni rapporti personali con il leader per Pci Enrico Berlinguer «non era vanesio, non era presuntuoso. Virtù rara tra i comunisti» scriveva nella premessa alla sua intervista.
Un passo indietro
Era il 2001, al governo c’era Berlusconi. Era passato appena un mese dall’attentato alle torri gemelle. Prima del 29 settembre 2001, quando l’articolo da cui è nato La Rabbia e l’Orgoglio è stato pubblicato sul Corriere della Sera, Oriana Fallaci era conosciuta per le sue interviste senza sconti ai potenti della Terra, da Khomeini a Kissinger.
In un periodo in cui le donne venivano in gran parte relegate a scrivere solamente di spettacolo e cronaca rosa, lei è stata inviata di guerra. Prima in Vietnam, poi alla guerra del Golfo passando per il regime dei colonnelli in Grecia e il massacro di Tlatelolco a Città del Massico. Conclusa una carriera giornalistica di successi si è trasferita a New York, dove si trovava l’11 settembre 2001, e dove ha scritto La Rabbia e l’Orgoglio. È con questo libro che la sua fama di opinionista ha finito per oscurare quella di una giornalista a cui va riconosciuto il merito, come scrive anche lei stessa, di «aver dimostrato che una donna può fare qualsiasi lavoro come un uomo o meglio d’un uomo».