Un fine settimana di raid americani e missili iraniani ha messo a dura prova la tregua firmata il 19 giugno tra Washington e Teheran. Tre giorni che hanno fatto tremare la stabilità globale, ma che si sono conclusi con una nota positiva. Proprio prima della riapertura dei mercati, Stati Uniti e Iran hanno concordato un nuovo congelamento delle ostilità e si vedranno martedì 30 giugno a Doha per ridiscutere la gestione dello Stretto di Hormuz.
L’inizio
Il memorandum del 19 giugno tra Washington e Teheran prometteva il cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di negoziati definitivi. Donald Trump aveva esultato su Truth: «Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!». Mentre i mercati avevano festeggiato con il greggio sotto gli 80 dollari al barile. Ma questa fragile tregua è quasi colata a picco nel fine settimana. Giovedì 25 giugno l’Iran ha lanciato droni contro una nave commerciale in uscita da Hormuz perché, stando alle parole del ministro degli Esteri iraniano Araghchi, la Repubblica Islamica ritiene di avere il controllo esclusivo dello Stretto e non accetta che le navi lo attraversino usando rotte più vicine alle coste dell’Oman, aggirando di fatto la supervisione dei Pasdaran. Una posizione incompatibile con il diritto internazionale e con il memorandum appena firmato.
La risposta Usa
La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere. Venerdì 26 e sabato 27 giugno, gli Stati Uniti hanno risposto con due notti consecutive di raid. Nel mirino le isole iraniane di Qeshm e Sirik, dove i Pasdaran avevano ricostruito le antenne per il coordinamento di droni e barchini d’assalto, già distrutte a marzo e a inizio giugno, e già riedificate. Gli americani hanno incenerito anche alcuni lanciatori semoventi di missili antinave Talaiyeh, tra i sistemi più avanzati dell’arsenale delle Guardie della Rivoluzione, nascosti durante il conflitto e resi operativi nelle ultime settimane. La palla è rimbalzata ancora alla Repubblica Islamica, che ha nuovamente risposto all’attacco.

L’escalation
Utilizzando i missili balistici Kheibar Shekan, i Guardiani della Rivoluzione hanno devastato la base aerea di Ali Al Salem in Kuwait e il quartier generale della Quinta Flotta americana in Bahrain. I danni, secondo la stima del Wall Street Journal, ammontano a 400 milioni di dollari. Di fronte a questa cifra, il Pentagono starebbe quindi valutando di riorganizzare l’intera presenza militare americana in Medio Oriente, spostandosi verso basi più lontane dall’Iran, più piccole e meglio protette. Oppure nell’ipotesi più radicale concentrando la presenza direttamente in Israele, dove le forze sarebbero protette dallo scudo antimissile dello Stato ebraico.
Nel mezzo del fuoco incrociato, le notizie peggiori sono arrivate dallo Stretto, dove un cargo singaporiano è stato colpito durante la navigazione, uccidendo un marinaio qatarino. Contemporaneamente un elicottero della Saudi Aramco è precipitato uccidendo 14 persone. Dopo tali azioni, Trump ha avvertito via social che una nuova violazione porterà alla fine della Repubblica Islamica. In un’escalation verbale, il tycoon ha commentato che: «Potrebbe venire il momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e verremo costretti a completare militarmente il lavoro. Se ciò succedesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
L’incontro
La svolta è arrivata domenica 28 giugno. Prima della riapertura dei mercati futures, che anticipano Wall Street del lunedì mattina, è arrivata la notizia: gli Stati Uniti e l’Iran si fermano. «Abbiamo deciso di fermare tutta l’attività cinetica» ha dichiarato ad Axios un alto funzionario americano. Le navi possono tornare a circolare e le delegazioni si vedranno già domani, martedì 30 giugno, a Doha in Qatar per ridiscutere la gestione dello Stretto di Hormuz.

La guerra, quindi, si era riaccesa a mercati chiusi e si è spenta in tempo per la campanella dei trader, mentre il cessate il fuoco esiste ormai solo nel nome. L’obiettivo dei Pasdaran non è soltanto mantenere il controllo di Hormuz: è ripristinare la capacità di tenere sotto tiro l’intero Golfo. Teheran, secondo molti analisti, è convinta di avere il coltello dalla parte del manico perché sa che la Casa Bianca vuole evitare una guerra aperta a pochi mesi dalle elezioni di midterm di novembre. Il continuo del conflitto, infatti, potrebbe costare cara a Trump, sfavorito nei sondaggi per le elezioni di midterm di novembre. La tensione, quindi, rimane la principale leva negoziale iraniana.
