Per l’Iran lo Stretto di Hormuz è come un interruttore che può usare a suo piacimento. On-off, in risposta all’ultimo capriccio di Donald Trump sui social o del bombardamento israeliano in Libano. Attorno al Paese dei Cedri si gioca la partita per la pace nella regione, ed entrambe le potenze lo sanno. Lo ha anche dimostrato JD Vance, vicepresidente americano, durante i colloqui di pace, quando ha avvertito i ministri israeliani che ancora attaccano l’accordo con l’Iran.
La situazione Hormuz
Lo Stretto rappresenta l’arma principale iraniana per ricattare gli Usa e i suoi alleati. Chiuso sabato 20 in risposta ai raid israeliani in Libano, è stato riaperto alla navigazione alla fine dell’incontro diplomatico in Svizzera. Il numero di navi in transito è ancora di molto inferiore rispetto ai numeri pre-conflitto. A pesare è soprattutto la situazione di incertezza che ancora regna nella regione e non permette alle imbarcazioni di muoversi in sicurezza. Il prezzo del petrolio è sceso del 2,20%, dopo che nei giorni scorsi era aumentato proprio per la ripresa del blocco.
Il Libano e la sua centralità per la tregua
Seppur piccolo e ininfluente sotto molti punti di vista, è proprio in Libano che si giocano le sorti della tregua tra Iran e Stati Uniti. Un gioco di pedine e alleanze per garantire – forse – un futuro di tranquillità alla regione. Ma di rappresentanti libanesi non si è vista traccia a Bürgenstock, in Svizzera, durante le trattative. Il Libano rimane subalterno a tutto e la logica di potere ha ceduto alla brutalità a cui sono sottoposti quotidianamente i suoi cittadini. Per l’Iran il Paese dei Cedri è il fulcro della strategia con cui tenere in scacco gli Usa. Hezbollah è la sua proiezione sul Mediterraneo orientale e una forza di pressione per i paesi confinanti. Una dimostrazione della propria potenza senza dover dispiegare truppe. Rappresenta la “scusa” con cui chiudere Hormuz. Le ricadute per l’economia mondiale sono pesanti come si è visto in questi quattro mesi.
Per gli Usa il Libano è un complicato terreno di mediazione con quello che dovrebbe essere il suo primo alleato nella regione. Israele, nonostante anni di guerra, non vuole rinunciare alla sicurezza del suo confine settentrionale, anche eliminando tutta la struttura del partito milizia. Un sondaggio dell’Università di Gerusalemme ha messo in evidenza come la maggior parte della popolazione voglia continuare l’offensiva anche a costo di incrinare i rapporti con Washington. Trump è così costretto a mediare tra quello che vorrebbe veramente – una pace rapida a coronare il secondo mandato – e quello che vuole Tel Aviv. Per gli Usa Israele è diventata una spina nel fianco: un “vassallo” che non riconosce più l’autorità che lo ha legittimato e che ora vuole muoversi da solo. In questi giochi di potere, il Libano rimane l’attore passivo che subisce tutte le conseguenze e diventa cavia per gli esperimenti delle due potenze. E tra la sofferenza dei residenti nemmeno la storia millenaria del Paese riesce a salvarsi dalle bombe.