BREXIT, DIECI ANNI DOPO: SI DIMETTE STARMER E CRESCE LA NOSTALGIA DELL’UE

La maledizione della Brexit colpisce ancora una volta il Regno Unito. Il 22 giugno il premier britannico Keir Starmer ha annunciato le dimissioni davanti a Dowing Street, nel cuore di Londra. Da tempo correvano indiscrezioni su un possibile passo indietro del leader laburista più impopolare della Storia moderna, contestato dal suo stesso partito.

IL SESTO PREMIER IN DIECI ANNI

È stato un addio sofferto e solitario, così come i suoi due anni di governo, segnati da malcontento sociale, proteste e difficoltà economiche. Non si pensava certo a questo finale nel 2024, quando alle elezioni Starmer aveva conquistato una netta vittoria elettorale non tanto per i suoi meriti, quanto dall’ormai evidente fallimento della stagione conservatrice successiva alla Brexit: da David Cameron a Theresa May, passando per gli scandali di Boris Johnson e i 44 giorni al governo di Liz Truss – il mandato più breve della storia britannica – fino a Rishi Sunak. È un amaro scherzo della storia che, a quasi dieci anni esatti dal referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016, si sia dimesso anche Starmer. Da quel voto sono già caduti sei premier, uno dopo l’altro, come i protagonisti di un romanzo di Agatha Christie, una sorta di “Dieci piccoli indiani” della politica britannica.

I PROBLEMI DELLA BREXIT

I media del Paese indicano già Andy Burnham, attuale sindaco di Manchester, come possibile successore. Ma il vero nodo resta sempre lo stesso: la Brexit. Per l’Economist, quello trascorso è stato «il decennio perduto» del Regno Unito: dieci anni in cui i vantaggi promessi dalla Brexit non si sono concretizzati. Secondo uno studio del National Bureau of Economic Research, basato sui dati disponibili alla fine del 2025, la Brexit avrebbe ridotto il PIL del Regno Unito del 6-8%, gli investimenti del 12-13%, l’occupazione del 3-4% e la produttività del 3-4%.

Uno scenario negativo a cui si sono aggiunti la pandemia di Covid, il conflitto in Ucraina e quelli in Medio Oriente. Anche la lunga e complessa fase di attuazione della Brexit ha contribuito alle difficoltà: il periodo di transizione si è concluso soltanto il 31 dicembre 2020, mentre le delicate trattative sull’Irlanda del Nord si sono protratte fino al 2023. Di fatto, il processo di separazione dall’UE è entrato a pieno regime solo nel 2024.

Keir e Victoria Starmer si abbracciano dopo le dimissioni.
RITORNO ALL’UE

Un insieme di fattori che ha contribuito ad alimentare nel Paese il dibattito su un possibile riavvicinamento a Bruxelles. Tuttavia, come osserva l’Economist, un eventuale ritorno nell’UE appare tutt’altro che semplice: non tanto per ragioni tecniche, quanto per l’assenza di una strategia politica condivisa capace di rilanciare il ruolo del Regno Unito in Europa. Non sorprende che negli ultimi anni sia cambiato anche il linguaggio del dibattito pubblico. Allo slogan pro-Brexit “Take Back Control” (riprendere il controllo) sono comparsi online nuovi termini come “Bregret”, fusione tra Brexit e Regret (rimpianto), oppure “Return”, per esprimere il desiderio di un ritorno verso l’Europa.

Un sentiment sempre più diffuso che emerge nei sondaggi. Quello pubblicato domenica scorsa dalla testata The Guardian ha affermato che tre quarti dei britannici desiderano legami più stretti con l’UE, mentre due terzi dei cittadini UE sarebbero favorevoli ad un rientro del Paese nell’Unione. È sulla stessa linea la rilevazione condotta dall’European Council on Foreign Relations (Ecfr) secondo cui gli elettori di tutti gli schieramenti politici ritengono che la Brexit avrebbe impattato negativamente sul costo della vita, sull’economia, sulle opportunità per i giovani, sull’immigrazione clandestina e sul commercio.

Resta da capire se il prossimo premier sarà in grado di spezzare la maledizione che da un decennio accompagna il Paese o se, come i suoi predecessori, finirà per uscire di scena diventando il “settimo piccolo indiano” della Brexit.

Manuela Perrone

Da sempre innamorata del giornalismo, mi appassiona scrivere di Spettacoli e di Esteri. Chi mi conosce lo sa: passo la giornata ad ascoltare musica e a parlare di musica, anche se ogni tanto Donald Trump interrompe la mia routine. Ho collaborato con la redazione Spettacoli di News Mediaset, realizzando servizi tv per Studio Aperto.

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