«Cuba no está sola». Le urla e il ritmo dei cori riempiono l’aria davanti al consolato americano di Milano, dove la piazza si impone con striscioni e cartelli per dire un “no” categorico al bloqueo, il blocco economico che sta colpendo Cuba da mesi. Tra chi scandisce queste parole ci sono moltissimi giovani. È una presenza generazionale che salta all’occhio e racconta qualcosa: l’isola torna al centro dell’interesse sociale e non solo tra chi la segue da decenni. Dietro la rabbia e l’energia di quei cori, c’è una rete silenziosa che lavora da sessant’anni raccogliendo farmaci, riempiendo container, sistemando biciclette usate.
Cuba-Italia
«Cuba è sotto assedio da tantissimi anni, sostanzialmente dal giorno dopo la rivoluzione ci sono stati tentativi continui di sovvertirla» dice Irma Dioli, ex presidente dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba. La realtà esiste dal 1961 ed è nata proprio sull’onda di quella stagione: il tentativo di invasione alla Baia dei Porci, la solidarietà che si organizza e i legami che resistono ai decenni. Il suo scopo principale è promuovere amicizia e conoscenza reciproca con l’isola e il suo popolo con progetti e iniziative concrete di solidarietà, soprattutto nei momenti storici di maggiore difficoltà.

Con l’amministrazione Trump e il segretario di Stato Marco Rubio, il blocco economico, condannato per 33 volte dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e mai rimosso, si è fatto ancora più soffocante. «Siamo arrivati a minacce di aggressione militare» denuncia Dioli. La crisi venezuelana ha poi tagliato le forniture di petrolio all’isola, facendo precipitare i trasporti nel caos. «È un castigo collettivo contro il popolo cubano. – dice – L’obiettivo, mai nascosto, è provocare un’insurrezione popolare per rovesciare il governo».
L’aiuto concreto
L’Associazione lavora in un magazzino di Milano, dove si impilano scatole di medicinali. Le seleziona Gianni Fossati, segretario del Circolo Italia-Cuba di Milano, controllando scadenze e quantità prima che tutto parta per Gallarate, dove si forma il container diretto a Cuba. «Nel 1998 decidemmo di gemellarci con Las Tunas, una provincia nell’oriente dell’isola, la parte meno sviluppata economicamente» racconta. Da allora, il filo non si è mai spezzato. A partire dal Covid si è creata la necessità di aiutare soprattutto con l’invio di medicine perché Cuba, per via del blocco, aveva difficoltà a procurarsi farmaci.

«La raccolta avviene con l’aiuto del Banco Farmaceutico, che ci fornisce grandi quantità di medicinali» afferma Fossati. Principalmente sono farmaci di quattro categorie: antiepilettici, antibiotici, antinfiammatori e antidolorifici. Poi medicine per il diabete e per la pressione. Quando è possibile, anche piccole apparecchiature mediche: ecografi, misuratori di pressione e glucometri per la glicemia. «Con il problema della carenza di carburante, abbiamo iniziato a raccogliere anche biciclette usate, rimesse in ordine tramite un circuito di ciclofficine, per facilitare i lavoratori cubani a raggiungere i posti di lavoro» dice Fossati.
Sul territorio
«All’inizio era una solidarietà prevalentemente politica» ricorda Dioli. Poi, con la fine del campo socialista e il “periodo speciale” degli anni Novanta, Cuba si è trovata di fronte a necessità che prima non aveva. L’Associazione ha cambiato passo: raccolta fondi, progetti agricoli con l’Unione Europea e oggi MediCuba Europa, la ONG continentale di cui fanno parte e che interviene nel campo della salute. Nel frattempo, il circolo milanese organizza conferenze, mostre e presentazioni di libri. E sta preparando uno spettacolo sullo sbarco del Granma, il battello con cui Fidel e i suoi compagni arrivarono sull’isola. Non mancano però le difficoltà, tra cui il costo della spedizione dei container, circa 8.000 euro a container, e la totale assenza di contributi da parte delle istituzioni.
Una piazza che non si stanca
L’Associazione non è l’unica che offre sostegno a Cuba. Davanti al consolato americano di Milano gli striscioni si alzano uno dopo l’altro. «Stop al bloqueo». «Cuba Libre». Frasi scritte a mano sui cartelloni e gridate in piazza. E ancora cori con un messaggio chiaro: «El pueblo unido jamás será vencido» e «Abbasso gli Stati Uniti, viva la rivoluzione cubana». Sono slogan che attraversano generazioni diverse, dai militanti storici ai giovani che partecipano per la prima volta a una manifestazione di questo tipo. Non è solo una protesta contro un governo straniero, ma un modo per restare vicini a un popolo che sta soffrendo blackout, carenze di farmaci e di carburante.