Era notte fonda nel laboratorio Sinclair della Harvard Medical School. Yuancheng Ryan Lu, ricercatore specializzato in biologia dell’invecchiamento, stava fissando il microscopio quando ha capito che qualcosa di improbabile era appena successo. Ha preso il telefono e ha scritto un messaggio al suo supervisore, David Sinclair, biologo e uno dei massimi esperti mondiali nel campo dell’invecchiamento e della longevità. «Non ci posso credere. Ha funzionato. Vedi quello che vedo io?». Sinclair ha risposto: «Credo di sì». Lu ha insistito: «Cosa vedi?». E allora Sinclair ha scritto tre parole: «Vedo il futuro».
Le immagini che Lu gli aveva mandato mostravano qualcosa che non era mai stato osservato prima: nervi ottici di un topo recisi e danneggiati che ricrescevano. Le cellule di quel nervo erano misurabili come biologicamente più giovani di quelle del topo non trattato. Lu aveva trovato un modo per invertire l’invecchiamento di un tessuto nervoso senza distruggerlo, senza trasformarlo in qualcosa d’altro e senza uccidere l’animale. Era il 2020.
Nel gennaio 2026, la Food and Drug Administration americana ha autorizzato la società Life Biosciences ad avviare il trial clinico di quella stessa tecnologia nell’uomo. Il farmaco si chiama ER-100, la terapia genica basata sulla riprogrammazione epigenetica parziale. L’obiettivo iniziale è trattare malattie oculari come il glaucoma. Ma l’ambizione sottesa è più ampia: dimostrare che l’invecchiamento non è un processo unidirezionale, ma uno stato cellulare reversibile. Un “reset” biologico.
Il rumore di fondo della vecchiaia
Per capire la riprogrammazione epigenetica, bisogna fare un passo indietro. «L’epigenetica studia come l’influenza del nostro stile di vita può modificare l’espressione dei geni, senza alterare la sequenza del DNA, ma modificandone la lettura» spiega Manlio Vinciguerra, scienziato specializzato in ricerca sull’invecchiamento. Bisogna immaginare il genoma, ovvero il materiale genetico, come un libro enorme. Tutte le istruzioni per costruire e far funzionare un organismo sono scritte lì, in circa tre miliardi di lettere. L’epigenoma, invece, è paragonabile a un sistema di annotazioni a matita che si sovrappone al testo: segni che indicano quali pagine leggere, quali saltare e quali sottolineare. Un neurone e una cellula del fegato hanno esattamente lo stesso libro, ma leggono capitoli completamente diversi perché le “annotazioni” epigenetiche sono diverse.

Con il passare degli anni, queste “annotazioni” si confondono. Geni che dovrebbero restare silenziosi si attivano e geni che dovrebbero essere attivi si spengono. Le cellule perdono efficienza, funzionalità e capacità di risposta. È quella che Sinclair chiama Information Theory of Aging: l’invecchiamento come una perdita di informazione, un rumore di fondo che rende illeggibili le istruzioni originali della giovinezza. Ma se l’informazione è ancora intatta nel DNA e solo male interpretata, allora potrebbe essere recuperata. «Quando gli embrioni vengono fecondati, nella prima settimana di vita abbiamo tutti l’età epigenetica dei nostri genitori, quindi il feto è epigeneticamente vecchio di 30 anni. – spiega Sinclair – Poi si attiva un interruttore di reset». Il DNA è lo stesso trasmesso dai genitori, ma le annotazioni epigenetiche vengono azzerate. Quello che Sinclair e Lu hanno ipotizzato è che quell’interruttore potrebbe essere riattivato anche nel corso della vita.
Riavvolgere l’orologio senza distruggerlo
La storia di questa rivoluzione risale al 2006. «Il biologo molecolare e Premio Nobel Shinya Yamanaka scoprì che era possibile prendere una cellula qualunque del corpo, detta somatica, ed esprimere al suo interno quattro proteine, note come i fattori di Yamanaka (OCT4, SOX2, KLF4 e c-MYC)» racconta Vittorio Sebastiano, biologo della Stanford University e tra i pionieri della riprogrammazione epigenetica parziale. «Così si poteva riportare una cellula adulta allo stato embrionale, ottenendo cellule staminali pluripotenti indotte capaci di differenziarsi in varie cellule specializzate». Tuttavia, la riprogrammazione completa è troppo instabile per essere usata come terapia. Una cellula sottoposta a tale trattamento perde la sua identità: un neurone smette di essere un neurone, una cellula della pelle dimentica come proteggerci. Queste cellule “totalmente resettate” tendono a formare tumori chiamati teratomi.
La svolta risiede nel concetto di riprogrammazione parziale. «L’idea è che si possa ringiovanire la cellula senza farle cambiare identità. – dice Sebastiano – Esprimendo questi fattori non per settimane, ma per pochi giorni, riportiamo la cellula indietro nel tempo ed è solo ringiovanita epigeneticamente». Un riavvolgimento controllato dell’orologio biologico.

Un topo cieco che torna a vedere
Sinclair e Lu hanno lavorato per anni a questo tipo di riprogrammazione. «In laboratorio abbiamo provato a usare solo alcuni dei fattori Yamanaka. – ricorda Sinclair – Con un cocktail ridotto, le cellule tornavano indietro nell’età biologica e non diventavano mai cellule staminali pluripotenti indotte. Era la prima dimostrazione che il ringiovanimento parziale era possibile». ER-100 utilizza tre dei quattro fattori di Yamanaka (OCT4, SOX2 e KLF4) veicolati all’interno delle cellule tramite vettori virali chiamati AAV (Adeno-Associated Viral Vectors), già ampiamente usati in terapia genica. Il quarto fattore, c-MYC, è stato escluso per ridurre il rischio di tumori in quanto era il più oncogeno dei quattro. Non tutti però hanno condiviso questa scelta tecnica. Sebastiano, che nel suo laboratorio usa mRNA invece di vettori virali, mantiene c-MYC nel suo protocollo perché ritiene di avere un controllo più fine dell’espressione temporale.
Poi Lu ha fatto la mossa successiva. «La mia idea era di testare la terapia su un animale per curare una malattia partendo dall’occhio» dichiara Lu. Continuando a lavorare in quella direzione, nel 2020 il laboratorio di Sinclair ha pubblicato su Nature un risultato che ha fatto il giro del mondo scientifico: topi affetti da glaucoma, trattati con la riprogrammazione parziale, avevano riacquistato la vista. Era la prima volta che qualcuno invertiva una malattia legata all’invecchiamento in questo modo. Ma perché iniziare proprio dall’occhio? Lo stesso Lu spiega: «È stata una scelta strategica. L’occhio è accessibile sperimentalmente, non rigetta facilmente le terapie e il sistema immunitario lo protegge senza interferire». Inoltre, 380 milioni di persone perdono la vista per malattie legate all’invecchiamento, quindi l’occhio era il punto di partenza ideale.
Fase 1: il banco di prova
Tuttavia passare dall’animale all’uomo è un salto enorme. Le domande che il trial si pone sono tre: il corpo umano tollera la terapia senza effetti collaterali? Il sistema immunitario reagisce in modo incontrollato ai vettori virali? I fattori rimangono attivi il tempo giusto prima di spegnersi? Solo se tutte e tre le risposte saranno positive, la ricerca potrà passare alla fase 2, dove si inizia a misurare l’efficacia. Per una fase 1, infatti, l’obiettivo primario è la sicurezza.

Supponendo che il trial vada bene, che cosa succede dopo? Questa è la parte della storia di cui la scienza fatica di più a occuparsi e che la comunicazione pubblica quasi sempre ignora, in favore dei titoli sull’immortalità. Vinciguerra invita alla prudenza: «Non c’è ancora evidenza che la terapia possa portare a un allungamento della media degli anni di vita». Nonostante le cautele, il racconto mediatico tende a enfatizzare la possibilità di vivere più a lungo. «Sinclair sta cercando di ripristinare una funzionalità cellulare che viene persa a causa della malattia. – dice Sebastiano – Non capisco perché questa tecnologia venga vista come il sogno dell’immortalità. È un meccanismo più profondo? Assolutamente sì, ma non è diversa da qualunque altro tipo di farmaco o di terapia». Il punto è un altro. L’invecchiamento è il principale fattore di rischio per molte malattie e intervenire su questo processo significa, indirettamente, cambiare anche l’aspettativa di vita. «Fumo, stress, alimentazione sbagliata e scarso esercizio fisico possono accelerare l’invecchiamento. – dice Vinciguerra – Sinclair agisce in laboratorio andando a integrare ciò che oggi dipende da comportamenti individuali».
Chi finanzia
Questa non è solo una storia di provette, ma di potere. Dietro la spinta verso il trial clinico ci sono investimenti senza precedenti. Nel 2022 Altos Labs nasce con un finanziamento da 3 miliardi di dollari, arrivato da Jeff Bezos, dal miliardario russo Yuri Milner e dallo stesso Shinya Yamanaka. Poi Sam Altman, il fondatore di OpenAI, ha investito 180 milioni di dollari in Retro Biosciences. Nel 2025 la società ha stretto una partnership con OpenAI per usare l’intelligenza artificiale e rendere i protocolli di riprogrammazione 50 volte più efficienti. Si teme che la ricerca sulla longevità possa creare una “disuguaglianza biologica”, un mondo in cui solo chi può permetterselo ha accesso al reset cellulare.
I vettori AAV usati da ER-100 sono tecnologie già esistenti e impiegate in terapie geniche approvate, tra cui alcune sviluppate all’Ospedale San Raffaele di Milano. Il trattamento di Life Biosciences, dalle informazioni a disposizione, non richiede grandi esborsi di denaro, ma Vinciguerra avverte che «una terapia “relativamente economica” in bioterapia può costare decine di migliaia di euro». L’obiettivo finale è «rendere il tutto accessibile con una pillola» confessa Sinclair.
In futuro
Oggi la riprogrammazione epigenetica è ancora una promessa. I risultati più spettacolari sono stati ottenuti in laboratorio o negli animali. Nell’uomo tutto deve ancora essere dimostrato, ma qualcosa è già cambiato. Per ora la scommessa è curare la cecità restituendo alle cellule del nervo ottico la capacità rigenerativa. Se funzionerà, l’invecchiamento smetterà di essere visto come un declino inevitabile per diventare una condizione medica trattabile. Non è ancora una rivoluzione, ma potrebbe essere l’inizio di una nuova idea di cura.