La guerra in Iran si gioca nei weekend. Dallo scoppio del conflitto lo scorso 28 febbraio, il presidente Donald Trump sceglie puntualmente il sabato o la domenica per lanciare ultimatum, minacciare il nemico o proporre accordi. L’ultima novità nel conflitto è avvenuta proprio lo scorso weekend con l’ennesima intesa. E ancora una volta lo Stretto di Hormuz gioca il ruolo da protagonista.
Lo scorso weekend
L’ultima escalation in Medio Oriente è iniziata venerdì 22 maggio. Trump decide di cancellare tutti i suoi impegni, il golf a Bedminster e il matrimonio del figlio Don Jr alle Bahamas, affermando su Truth che «le circostanze legate al Governo e il mio amore per gli Stati Uniti d’America, non me lo permettono». Un messaggio interpretato dai media americani come un modo velato per anticipare un attacco imminente a Teheran. E infatti alla Casa Bianca viene convocata una riunione di sicurezza nazionale. Qualcosa si muove ancora sabato 23 maggio, quando Trump fa due call: la prima con i leader di Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrein, la seconda con solo il premier Benjamin Netanyahu. Qualche ora dopo, il tycoon annuncia su Truth che un accordo è stato «largamente negoziato» e lo Stretto di Hormuz verrà riaperto.

Il weekend di Trump si conclude con un post generato con l’AI in cui un drone americano spara sulle navi iraniane. Ma il leader non si limita solo a usare le immagini, infatti in un lungo post su Truth attacca il vecchio presidente Barak Obama perché ha firmato «uno dei peggiori accordi mai fatti dal nostro Paese fu l’Accordo Nucleare con l’Iran». Poche ore dopo, si aggiunge un’immagine di Netanyahu, sempre in linea con l’atteggiamento bellicista del tycoon. Nella foto, sempre generata con l’AI, i due presidenti sono raffigurati uno di fianco all’altro con bombardamenti alle loro spalle e la scritta: «L’Iran non avrà mai armi nucleari».

L’accordo
Secondo le ricostruzioni di Fars dal lato iraniano, di Axios, New York Times, Times of Israel e CNBC dal lato americano e internazionale l’accordo riguarderebbe: 60 giorni di tregua, la riapertura graduale dello Stretto, lo sminamento iraniano di Hormuz, il fine del blocco navale americano, lo sblocco di parte delle sanzioni petrolifere. A cui si aggiungono i negoziati sul nucleare da elaborare in questi 60 giorni. Sempre Fars specifica che la pagina di accordo non contiene l’impegno di Teheran a consegnare le scorte di uranio arricchito e a non costruire una bomba atomica. La Repubblica, inoltre, richiede lo sblocco dei fondi iraniani congelati, la sospensione delle sanzioni petrolifere e petrolchimiche e il pagamento delle riparazioni di guerra.
Lo Stretto
Mentre gli Stati Uniti parlano già di una soluzione del conflitto in Iran, dal Medio Oriente invitano alla prudenza. Hormuz rimane una pedina fondamentale in tutto il conflitto, in quanto da lì transitava il 20% del petrolio mondiale e il 19% del gas naturale, ma anche gasolio, carburante per gli aerei, fertilizzanti, semiconduttori, sostanze chimiche per l’industria farmaceutica e alluminio. Per questo i Pasdaran rivendicano ancora il controllo del traffico marittimo, ma gli Stati Uniti e Israele non sono disposti a cedere. Inoltre, la riapertura dello Stretto non porterà di conseguenza né la riduzione del prezzo del greggio né la stabilizzazione dei mercati.
L’arma nucleare
Resta fuori da questa prima trattativa il programma nucleare, un’altra questione spinosa per Stati Uniti e Iran. Già lo scorso giugno Trump aveva colpito i laboratori e i depositi nucleari iraniani con bombardamenti mirati durati pochi giorni. Terminati gli attacchi, il tycoon aveva poi annunciato che i progetti atomici della Repubblica Islamica erano stati azzerati. Le sue parole si rivelano presto false, in quanto nelle successive trattative tra i due Paesi, la delegazione statunitense aveva chiesto agli iraniani lo smantellamento definitivo dei siti Fordow, Natanz e Isfahan. Stando ai dati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), il regime disporrebbe di 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%.

Un punto di forza per l’Iran e una minaccia per gli Stati Uniti: basterebbe soltanto un 30% in più per arrivare alla soglia necessaria per fabbricare la bomba atomica. Un primo tentativo di Washington per frenare la potenza iraniana è stata la proposta di una moratoria di 20 anni in cui la Repubblica non avrebbe potuto lavorare in ambito nucleare. L’Iran ha poi ribattuto abbassando la posta in gioco: una moratoria di cinque anni e la possibilità di usare l’energia atomica per scopi civili.
Taco
In tre mesi di scontri, Trump ha utilizzato uno schema ormai riconoscibile. Prima pubblica un post sul suo social Truth in cui si rivolge alla Repubblica Islamica con parole dure e minacce, talvolta accoppiate con un’immagine realizzare dall’intelligenza artificiale. Per qualche giorno continua con un tono aggressivo, ma il tutto decade con un passo indietro del tycoon. Proprio per questo suo atteggiamento i media hanno iniziato a chiamarlo “Taco”, ovvero Trump Always Chickens Out. A cui si è aggiunto “Nacho”, Not a Chance Hormuz Opens.
In conflitto di sabato e domenica
In questa guerra i weekend sembrano giocare un ruolo fondamentale. Innanzitutto il conflitto è scoppiato sabato 28 febbraio con la successiva morte dell’ayatollah Ali Khamenei. Poi domenica 5 aprile Trump lancia la prima minaccia: «Aprite quel c***o di Stretto oppure vivrete all’inferno». A cui si aggiunge il ricatto di eliminare l’intero popolo iraniano. Una settimana dopo, sabato 11 e domenica 12 aprile, il primo round di trattative a Islamabad, che risulta un fallimento. Hormuz non viene riaperto e al blocco navale statunitense si aggiunge quello iraniano. La mancanza di un accordo continua ancora per una settimana. Domenica 19 aprile Trump tenta di lancia un nuovo negoziato, a sua detta «accettato da Iran» che comprende anche una «sospensione illimitata» del nucleare.

Si continua domenica 3 maggio con l’annuncio dell’iniziativa militare «Project Freedom» che ha l’obiettivo di sbloccare il traffico marittimo nello Stretto, garantendo il passaggio di navi commerciali e di petroliere bloccate. Un’operazione fallimentare a cui segue, domenica 10 maggio, la risposta iraniana al memorandum americano di 14 punti. Trump sembra così perdere la pazienza. Infatti una settimana dopo sostiene pubblicamente che «non rimarrà niente dell’Iran» per poi annunciare di aver annullato un gigantesco attacco su Teheran.