È difficile pensare che le acque turchesi delle Maldive possano riservare un destino tanto crudele, ma la realtà del pericolo che si può incontrare appena sotto la superficie è ben diversa. Cinque italiani sono morti nel corso di un’immersione nell’atollo di Vaavu, a circa 60 chilometri dalla capitale Malè, circa un’ora e trenta di barca. L’incidente sarebbe avvenuto in alcune grotte subacquee a circa 50 metri di profondità anche se le cause reali sono ancora da chiarire. A confermarlo è stata prima la polizia maldiviana nel pomeriggio di ieri, 14 maggio, seguita poi dal comunicato ufficiale da parte del console italiano a Colombo e dalla Farnesina. La procura di Roma ha avviato un’indagine.
L’ALLARME
I cinque sub si trovavano a bordo della Duke of York, un’imbarcazione da crociera subacquea gestita dalla Luxury Yacht Maldives, quando si sono immersi nella mattinata di giovedì 14 maggio. L’equipaggio ha denunciato la scomparsa dopo essersi accorto che la spedizione non era riemersa nei tempi previsti. Gli agenti hanno ricevuto la segnalazione nel primo pomeriggio e, come spiegato dalla Maldives National Defence Force (Mndf), la richiesta di soccorso è arrivata alle 13.45 al centro di coordinamento marittimo della Guardia costiera maldiviana. Subito dopo sono state avviate le ricerche via mare e via aerea, con il supporto della safari boat, della polizia dell’atollo di Vaavu e del resort Alimathà.

Le condizioni meteo nella zona per la giornata erano però difficili, tanto che il servizio meteorologico aveva emesso un’allerta gialla a causa di venti forti tra i 40 e 48 chilometri orari e raffiche fino a 80. Condizioni simili rendono il mare molto mosso e generano forti correnti sottomarine, sconsigliando fortemente le attività subacquee. Secondo le prime ricostruzioni della Farnesina, il gruppo sarebbe deceduto proprio nel tentativo di esplorare alcune cavità a profondità elevate.
LE PROBABILI CAUSE
A disposizione dell’equipaggio dello yacht su cui viaggiavano i sommozzatori c’era anche il nitrox, una miscela respiratoria composta da azoto e ossigeno che permette tempi di fondo più lunghi ma richiede una gestione rigorosa. Proprio la narcosi da azoto, particolarmente pericolosa oltre i 40 metri, potrebbe essere tra le cause del decesso poiché in grado di alterare lucidità, orientamento e capacità decisionali. Tutto è stato aggravato dal luogo del ritrovamento: grotte spesso molto anguste e difficili da esplorare.
A questa opzione si lega la tragica possibilità di aria contaminata nelle bombole: se il compressore che ricarica le miscele non è perfettamente mantenuto, possono verificarsi contaminazioni da monossido di carbonio. Tuttavia, l’altissima esperienza dei sommozzatori coinvolti tende a rendere meno probabile questa ipotesi. Allo stesso modo, restano sotto esame le insidiose condizioni meteo dell’atollo di Vaavu al momento dell’incidente, in particolare le correnti, note per essere particolarmente violente vicino agli ingressi delle grotte. Le variazioni di marea possono inoltre modificare rapidamente il comportamento dell’acqua all’interno delle cavità, creando vortici improvvisi che possono trasformare anche un’immersione ben pianificata in una trappola senza via d’uscita.
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Un’altra criticità fondamentale riguarda le caratteristiche intrinseche delle grotte, dove il sub non può risalire direttamente in superficie in caso d’emergenza. In questi contesti il filo di Arianna è indispensabile per ritrovare l’uscita, soprattutto quando la visibilità si riduce drasticamente. Il problema nasce spesso quando le pinne o le correnti smuovono il fondale: la sabbia in sospensione può trasformare l’acqua in una nube impenetrabile, rendendo persino le torce del tutto inutili. Secondo i primi elementi dell’inchiesta, i cinque potrebbero aver perso l’orientamento all’interno della cavità, consumando progressivamente la riserva d’aria nel disperato tentativo di ritrovare l’imboccatura.
I LAVORI PER IL RECUPERO
La Mndf ha confermato il ritrovamento del primo corpo tra i cinque subacquei alle ore 18.13 di ieri, dopo aver dispiegato aerei e motoscafi nell’area della tragedia. Si ritiene che anche gli altri quattro subacquei si trovino bloccati nella stessa cavità, che si estende fino a una profondità di circa 60 metri. La prima salma è stata trasferita al centro sanitario di Fulidhoo, non lontano dal luogo dell’incidente. L’operazione di recupero dei restanti corpi è considerata ad altissimo rischio, sia per la profondità che per il permanere del maltempo. Per questo motivo, la Guardia costiera ha inviato sul posto sommozzatori specializzati e attrezzature avanzate, mentre la nave Ghazi è rimasta nell’area per coordinare le ricerche e presidiare la zona durante tutta la notte fino alla conclusione delle operazioni.
LE VITTIME
I nomi delle vittime delineano il profilo di un gruppo profondamente legato al mare, sia per passione che per professione. Monica Montefalcone, 51 anni, era una stimata docente di Ecologia presso l’Università di Genova (DiSTAV) e una delle massime esperte internazionali di scogliere coralline maldiviane, che studiava da anni con dedizione scientifica. Insieme a lei ha perso la vita la figlia Giorgia Sommacal, studentessa universitaria di 23 anni che condivideva l’amore della madre per l’oceano. Tra le vittime figurano anche due giovani ricercatori legati all’ateneo genovese: Muriel Oddenino, 31 anni, assegnista di ricerca di origini torinesi e Federico Gualtieri appena laureatosi in Biologia Marina a marzo e già istruttore subacqueo.

Il quinto componente del gruppo era Gianluca Benedetti, padovano, professionista di grande esperienza che lavorava come operations manager e capobarca per il tour operator Albatros Top Boat. Tutti i membri della spedizione erano sommozzatori esperti, abituati alle immersioni profonde e alle sfide tecniche del mondo subacqueo. Proprio questo elemento alimenta gli interrogativi: resta difficile capire cosa possa aver sopraffatto contemporaneamente cinque professionisti del mare, trasformando una spedizione scientifica e di piacere in una tragedia.