«Lo faccio spesso, se cercano ne troveranno altri di questi soliloqui». Ha reagito così Andrea Sempio quando mercoledì gli investigatori gli hanno sottoposto i brogliacci delle intercettazioni ambientali captate nella sua auto nell’aprile del 2025. In quelle parole – secondo la Procura di Pavia – l’ammissione di aver visto i video intimi di Chiara Poggi e Alberto Stasi e di essere stato respinto dopo un tentativo di approccio.
Il caso di Garlasco
L’indiscrezione sul contenuto delle intercettazioni è trapelata dopo l’interrogatorio di mercoledì in cui – sulla base della strategia difensiva decisa dagli avvocati Taccia e Cataliotti – Sempio si è avvalso della facoltà di non rispondere. Come rivelato dall’avvocato Taccia alla trasmissione Chi l’ha visto? (per vedere l’intervento clicca qui), la Procura non avrebbe consentito di ascoltare l’intercettazione ambientale e si sarebbe limitata a consegnare solo una trascrizione sommaria: «nella trascrizione del soliloquio di Andrea Sempio c’erano principalmente degli “n.c.”, sigla che sta per “non comprensibile”. Ci riserviamo di rispondere quando potremo ascoltare per intero gli audio nelle mani degli investigatori».
L’evoluzione della vicenda di Garlasco
Ed è probabile che non manchi molto tempo, in quanto le indagini preliminari sono state chiuse ieri, in anticipo rispetto al termine fissato per agosto. Ora tocca alla difesa, che entro i prossimi 20 giorni potrà depositare memorie e documenti, richiedere un nuovo interrogatorio o sollecitare ulteriori indagini.

La direzione della Procura di Pavia è chiara: trasmessi gli atti alla Procura generale di Milano perché valuti la richiesta di revisione del processo ad Alberto Stasi, la prospettiva più plausibile è la richiesta di rinvio a giudizio di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi. Le intercettazioni registrate in auto, in cui Sempio si lascia andare a considerazioni e riflessioni ad alta voce – insieme ai vecchi post e commenti pubblicati da Sempio sul blog Italian Seduction – sarebbero le risultanze investigative su cui la Procura intende puntare. La difesa si è già pronunciata sminuendone la portata: «ci sono innumerevoli precedenti di persone intercettate che si autoaccusavano di omicidio e poi assolte. Il soliloquio va sempre decifrato e contestualizzato. Da solo non basta» ha chiosato l’avvocato Cataliotti.
Eppure ci sono stati casi di cronaca giudiziaria in cui il soliloquio intercettato dalle cimici nascoste nell’auto degli indagati ha assunto, per inquirenti, un valore paragonabile a quello di una confessione.
Il caso di Agata Scuto
Il caso più noto è quello dell’omicidio di Agata Scuto, scomparsa da Acireale nel 2012, a soli 22 anni. È notizia di martedì l’annullamento, da parte della Cassazione, della sentenza della Corte d’Assise d’appello che confermava l’ergastolo per Rosario Palermo, patrigno di Agata. Centrale per la sua condanna erano state le intercettazioni raccolte nel 2020 dopo la riapertura del caso, stimolata da una segnalazione giunta al programma Chi l’ha visto? (per vedere il servizio clicca qui). La segnalazione aveva dato impulso a nuove indagini, nell’ambito delle quali il gip – su richiesta della Procura – aveva disposto l’installazione di cimici nell’auto di Rosario Palermo.

Nelle intercettazioni captate in quel periodo, alcune considerazioni espresse in solitaria rispetto al timore che gli inquirenti potessero rinvenire il corpo di Agata nella zona di Pachino. Nelle sue parole anche il riferimento alla morte della ragazza: secondo quanto dedotto dagli inquirenti, l’uomo l’avrebbe strangolata e poi avrebbe cercato di disfarsi del corpo dandogli fuoco. Rivelazioni che furono cruciali nello sviluppo della vicenda giudiziaria e che nel 2022 portarono all’arresto e poi alla condanna del patrigno.
La Cassazione, tuttavia, non ha condiviso l’impostazione seguita nel secondo grado di giudizio e martedì ha disposto l’annullamento della sentenza di condanna. In assenza del corpo della giovane, che non è mai stato ritrovato, la Corte Suprema ha ritenuto che il soliloquio captato in macchina dalle intercettazioni ambientali non sarebbe di per sé sufficiente a sostenere la ricostruzione indiziaria che attribuisce a Rosario Palermo l’omicidio di Agata Scuto. Per dimostrare la responsabilità dell’uomo servirà di più. Le intercettazioni del soliloquio in macchina, in questo caso, non bastano.
Il caso di Sarah Scazzi
L’omicidio di Sarah Scazzi si consumò nell’estate 2010 nella provincia di Taranto. Era domenica 7 novembre dello stesso anno quando, intercettato in auto, Michele Misseri, lo zio di Sarah, parlava tra sé e sé. Manifestava preoccupazione per la famiglia, in particolare per la moglie e per le figlie: «Mi dispiace per la famiglia… ma li scoprirò». Le riflessioni ad alta voce di Misseri convinsero gli inquirenti che l’uomo stesse valutando di denunciare le persone responsabili dell’omicidio.
Tuttavia, quando gli inquirenti gli chiesero conto del suo soliloquio, dichiarò di aver detto «mi scoprirò», poiché – disse Misseri – stava valutando la possibilità di confessare. E in effetti, dopo i tentennamenti, le dichiarazioni confusionarie e le accuse alla figlia Sabrina, negli anni Michele Misseri ha continuato a dichiararsi l’unico responsabile della morte della nipote. I giudici, tuttavia, non credettero mai alla sua versione e nel 2017 la Cassazione confermò la condanna all’ergastolo della moglie Cosima e della figlia Sabrina.

Misseri non riuscì mai a far cambiare idea agli inquirenti, convinti che Misseri nel flusso di coscienza registrato in auto parlasse chiaramente di una responsabilità di altri e non del proprio coinvolgimento. E non convinse neanche i giudici, che infatti lo condannarono per soppressione di cadavere ma non per omicidio.
Il self-talk o dialogo interno secondo la psicologia
Nei casi di cronaca le riflessioni tra sé e sé fatte ad alta voce, spesso mentre si è soli in macchina, hanno spesso dato una svolta nelle indagini, come dimostrano i casi analizzati. Spesso, però, come nel caso di Garlasco, i soliloqui sembrano delle condotte incomprensibili, specialmente se tenute da chi – come Andrea Sempio – sa di essere indagato. Il punto, allora, è comprendere perché l’auto sia un luogo in cui le persone tendono ad abbassare la guardia, a sentirsi così al sicuro da lasciarsi andare anche a pericolose riflessioni ad alta voce.
La psicologia spiega questo fenomeno in alcune ricerche della University of Illinois e in alcuni lavori pubblicati sul Journal of Personality and Social Psychology. Gli studiosi hanno osservato che il dialogo con se stessi aiuta a migliorare l’attenzione e la gestione dello stress e a scaricare la tensione. Aiuta anche a preparare conversazioni e a rielaborare eventi stressanti. In particolare, secondo quanto emerge da fonti scientifiche e cliniche, la macchina sarebbe percepita come uno spazio psicologicamente “protetto” in cui si è isolati dagli altri e impegnati in un’attività automatica. Questo favorisce il flusso di pensieri e la verbalizzazione spontanea.
C’è poi un aspetto specifico della guida: diversi studi sulla psicologia del traffico mostrano che durante i tragitti abituali la mente tende frequentemente a vagare (mind wandering). In ricerche pubblicate su Transportation Research Part F e Accident Analysis & Prevention, molti guidatori hanno riferito di avere pensieri continui non legati direttamente alla strada. Parlare da soli in auto sarebbe una forma di “messa in ordine” del flusso mentale, un’esigenza che appartiene a chiunque. Persino a chi è sotto la lente degli investigatori.