NUOVI BOMBARDAMENTI NELLO STRETTO DI HORMUZ: LA FRAGILE TREGUA USA-IRAN APPESA A UN FILO

Sessantasei giorni. È il tempo trascorso dal primo attacco americano-israeliano all’Iran il 28 febbraio scorso. Sessantasei giorni di bombardamenti, minacce, aperture e chiusure dello Stretto di Hormuz e conseguenze economiche internazionali. Ma anche di possibili cessate il fuoco, che ora sembrano vacillare.

Il progetto militare

L’8 aprile Donald Trump aveva annunciato uno stop ai bombardamenti. Ma negli ultimi giorni la tregua fragile è arrivata a un punto di stallo con la ripresa degli scontri diretti tra Iran e Stati Uniti nello Stretto. Domenica 3 maggio il tycoon, con un post su Truth, ha annunciato l’iniziativa militare «Project Freedom» con l’obiettivo di sbloccare il traffico marittimo nello Stretto, garantendo il passaggio di navi commerciali e di petroliere bloccate. Dall’inizio del conflitto, infatti, a molte imbarcazioni è stato impedito di varcare Hormuz, fondamentale per il transito di circa un quinto del petrolio e del gas mondiale.

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L’iniziativa, secondo quanto annunciato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), prevedeva il sostegno militare di «cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli, piattaforme multidominio» e 15mila militari. L’operazione è iniziata ufficialmente lunedì 4 maggio con una dichiarazione fondamentale da parte del Centcom: il passaggio nello Stretto di due navi mercantili battenti bandiera statunitense e la possibilità di rifarlo.

Il no dell’Iran

Se Trump ha tentato una nuova via, l’Iran ha subito bloccato l’operazione, rivendicando il controllo militare dell’area. Di fronte al tentativo americano di imporsi nello Stretto, Teheran ha risposto con un avvertimento. A «tutte le navi commerciali e petroliere di evitare ogni tentativo di transitare senza coordinamento con le forze armate». Oltre a impedire l’ingresso di unità navali di Washington, l’Iran ha anche lanciato missili da crociera contro navi della Marina Usa e droni contro imbarcazioni commerciali. Dai bombardamenti in terraferma si è passati così a una battaglia navale. Se l’Iran ha iniziato il fuoco colpendo le navi statunitensi, la Casa Bianca in risposta ha preso di mira sei imbarcazioni iraniane. Il capo del Centcom, l’ammiraglio Brad Cooper, però, ha tranquillizzato spiegando che gli attacchi sono stati neutralizzati ed è stato colpito solo un cargo sudcoreano, non confermato però dal governo di Seul.

Le minacce di Trump

Nessuna delle due parti, insomma, è disposta a cedere. E l’allerta è massima in tutto il Medio Oriente. Nel mirino dell’Iran anche gli Emirati Arabi Uniti, in cui sono stati colpiti un porto e un deposito di carburante, e una città costiera dell’Oman. La fragile tregua, che in teoria avrebbe dovuto portare a una pace duratura, è andata nella direzione opposta riaprendo lo scontro diretto tra i due Stati. Nel mentre a Fox News Trump ha aggiunto un’ulteriore minaccia: «L’Iran sarà spazzato via dalla faccia della Terra» se attaccherà le navi americane. Sempre al canale televisivo ha dichiarato: «Abbiamo più armi e munizioni, ad un livello molto più alto di quanto avessimo prima. Abbiamo il miglior equipaggiamento, basi in tutto il mondo, arsenali pieni. Possiamo usare tutta questa roba e lo faremo, se necessario».

Trump imbavagliato da un nastro con la forma dello Stretto di Hormuz in un gigantesco cartellone a Teheran
Le conseguenze

Se le due parti tornano a scontrarsi, però, le conseguenze non sono solo regionali, ma globali. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi più importanti a livello mondiale per il transito del petrolio. Se il blocco imposto dall’Iran dovesse durare ancora a lungo, le navi rimarranno ferme e i prezzi del greggio aumenteranno esponenzialmente. La crisi del carburante colpisce ogni Paese e lunedì 4 maggio il costo del petrolio si è avvicinato a 120 dollari al barile. Negli Stati Uniti il costo della benzina è passato da 2,98 dollari al gallone a 4,46 dollari in questi 66 giorni. Un aspetto che non giova a Trump, prossimo alle elezioni di Midterm e che tra inflazione e guerra sta diventando sempre più impopolare anche nel partito repubblicano.

A livello globale

Un altro punto dolente per il tycoon è anche il rapporto con l’Unione Europea, terzo soggetto fondamentale nella crisi. Washington cerca di mantenere salda la cornice dell’alleanza atlantica, ma proprio nella gestione del conflitto emergono sempre di più le disparità tra le due potenze. La sete di potere di Trump lo spinge a puntare all’attacco diretto e a invitare gli alleati a un coinvolgimento maggiore a livello militare. Dall’altra parte, i Paesi europei privilegiano la via diplomatica e vogliono portare a un cessate il fuoco duraturo senza conseguenze drastiche a livello politico ed economico.

Tra queste divergenze si inserisce l’ultima carta di Trump. L’ambasciatore statunitense all’Onu presenterà insieme ai Paesi del Golfo una risoluzione di condanna dell’Iran per le mine piazzate a Hormuz con l’obiettivo di coinvolgere le capitali europee che si sono dimostrate disponibili. L’equilibro in Medio Oriente è ancora instabile. E toccherà proprio a Trump scegliere se riprendere gli attacchi verso l’Iran, facendo leva sulle mine lanciate dalla Repubblica islamica, oppure premere per andare verso la firma del suo piano di pace.

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

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