L’omicidio di Giulio Regeni è stato un terremoto che ha scosso le fondamenta della politica estera italiana, costringendo i governi che si sono succeduti dal 2016 a oggi a un tormentato equilibrio tra la ricerca della verità e la tutela degli interessi nazionali nel Mediterraneo.
La scomparsa
Quando Regeni scompare la sera del 25 gennaio 2016, i rapporti tra Roma e Il Cairo sono buoni. Il Premier Matteo Renzi ha puntato molto sulla partnership con Al-Sisi, definendolo un “grande leader” e un baluardo contro il terrorismo. Il punto di rottura arriva il 3 febbraio. Quando il corpo di Regeni viene ritrovato con evidenti segni di tortura. Quello stesso giorno la Ministra dello Sviluppo Economico Federica Guidi è al Cairo per una missione commerciale. Alla notizia del decesso, annulla i ricevimenti e rientra in Italia nella notte: è il primo segnale politico di rottura. Un gesto che Il Cairo definisce «sproporzionato», arrivando a ritardare il decollo dell’aereo di Stato.
Con il passare delle settimane e l’accumularsi di depistaggi egiziani la politica alza i toni. L’8 aprile il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni richiama a Roma l’ambasciatore Maurizio Massari. Poi in Senato spiega: «È per ragione di Stato che pretendiamo la verità; non accetteremo verità fabbricate ad arte». Il gelo diplomatico dura 17 mesi, fino all’agosto 2017. Quando il governo Gentiloni decide di inviare un nuovo ambasciatore, Giampaolo Cantini. I ministri Minniti e Alfano giustificano la scelta parlando di necessità: dalla stabilità della Libia, al controllo dei flussi migratori e degli interessi energetici legati al giacimento Zohr di Eni. Ma la famiglia Regeni e parte dell’opinione pubblica reagiscono con indignazione, parlando di una «resa confezionata ad arte» e di un «colpo di spugna».
La ripresa dei rapporti con il Cairo e le critiche della famiglia
Negli anni successivi, la tensione si sposta sul piano parlamentare. Nel novembre 2018, il Presidente della Camera Roberto Fico annuncia la sospensione dei rapporti con il Parlamento del Cairo. Ma nel 2020 si torna a parlare della morte di Regeni dopo la vendita di due fregate FREMM all’Egitto. «Ci sentiamo traditi» commentano i genitori del ricercatore «le navi e le armi che venderemo all’Egitto serviranno per perpetuare quelle violazioni dei diritti umani contro le quali abbiamo sempre combattuto».
Non è la prima volta che i genitori di Regeni criticano il modo in cui la politica tratta il caso. Non risparmiano critiche a Matteo Salvini quando, nel luglio 2018, l’allora vicepremier va al Cairo. Seguito poco dopo dal ministro degli Esteri Moavero Milanesi. Ma non sono gli unici. Un mese dopo, il 30 agosto del 2018, l’altro vicepremier Luigi Di Maio va in Egitto e incontra il presidente egiziano. Poi, una volta concluso il colloquio, riferisce ai giornalisti che Al Sisi avrebbe detto a porte chiuse «Giulio era uno di noi». «Una cosa per noi molto dolorosa e terribile» è il commento della madre di Regeni. Intanto il 20 gennaio 2021 la Commissione d’inchiesta parlamentare, nata nel 2019 per indagare sulla morte del ricercatore, chiude i lavori. La conclusione a cui arriva è che la responsabilità del sequestro, della tortura e dell’omicidio è degli apparati di sicurezza egiziani.