Kokushobi è la nuova parola giapponese per indicare il “caldo crudele”

Si scrive Kokushobi si legge “caldo crudele”. Si tratta del nuovo termine coniato attraverso un sondaggio organizzato dall’Agenzia Meteorologica Giapponese (JMA) nei mesi di febbraio e marzo 2026 per indicare un caldo estremo. L’iniziativa ha coinvolto ben 478.000 risposte e vedendo trionfare questa espressione tra le tredici opzioni proposte con quasi la metà delle preferenze. La parola nasce dall’unione di koku (spietato o crudele) e shobi (giorno di calore) e d’ora in avanti sarà utilizzata ufficialmente nei bollettini meteo per identificare quei giorni in cui le temperature superano la soglia critica dei 40°C. Tuttavia, da anni, la parola Kokusho era già impiegata per indicare le temperature sopra i 30 °C.

Un’anomalia climatica che aggiorna il vocabolario

La necessità di coniare un termine così forte e significativo nasce da un’evidenza climatica che sta stravolgendo il volto del Giappone. L’estate del 2025 è risultata essere la più calda mai registrata dal 1898, con temperature medie superiori di 2,36°C rispetto alla norma. Il picco è stato raggiunto il 5 agosto a Isesaki, dove il termometro ha segnato 41,8°C, stabilendo il record nazionale assoluto. Sebbene possa sembrare insolito creare una parola specifica per eventi che si verificano solo per pochi giorni all’anno, il trend è in costante ascesa: se nel 2024 i giorni sopra i 40 gradi erano stati solo quattro, l’anno scorso sono saliti a nove e le previsioni per la prossima estate indicano una possibile frequenza sempre maggiore di queste giornate torride.

Il riscaldamento globale sta alterando pesantemente anche i ritmi della natura. I ciliegi hanno iniziato a fiorire con circa tre settimane di anticipo rispetto ai ritmi tradizionali; già nel 2021 il picco della fioritura è avvenuto il 26 marzo, segnando la data più precoce registrata negli ultimi 1200 anni di storia giapponese. L’impatto nelle aree urbane è altrettanto impressionante: a Tokyo le giornate con temperature superiori ai 35 gradi sono state 25 rispetto a una media storica di meno di 5, mentre a Kyoto questo valore è esploso arrivando a 52 giorni contro i 18 abituali.

Il lessico globale della sopravvivenza al calore

Il Giappone non è il solo Paese a dover aggiornare il proprio vocabolario di fronte all’emergenza climatica. In tutto il mondo si stanno diffondendo espressioni che cercano di trasmettere il pericolo reale legato all’afa. Negli Stati Uniti, il National Weather Service impiega ormai termini come extreme o dangerous heat, mentre il mondo anglosassone mantiene il termine dog days per descrivere i periodi più umidi, quando il caldo opprime maggiormente. Nei paesi latini è comune parlare di Canicola, un riferimento storico alla stella Sirio che, secondo gli antichi, unendosi al sole creava la fase più torrida dell’anno. In Spagna, e in particolare tra le roventi strade di Siviglia, i media parlano ormai di notti tropicali quando la minima non scende sotto i 20 gradi, arrivando a definire l’aria estiva come un vero e proprio calor infernal.

In regioni ancora più vulnerabili come l’India e il Pakistan, il linguaggio si fa quasi medico con l’uso del concetto di wet-bulb temperature (temperatura a bulbo umido). Questo dato è fondamentale poiché indica il limite fisico oltre il quale il corpo umano non riesce più a raffreddarsi attraverso il sudore, rendendo l’ambiente potenzialmente letale. Anche in Italia la comunicazione meteorologica ha subito una mutazione: termini un tempo tecnici come bombe di calore o l’ormai classico caldo africano sono diventati di uso comune tra i giornalisti per descrivere ondate di calore che, proprio come il Kokushobi giapponese, stanno diventando la nuova normalità.

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