COACHELLA 2026: LA MUSICA RITORNA AL CENTRO MA IL TRAGITTO è TORTUOSO

Coachella

Domenica 12 aprile si è concluso il primo weekend del Coachella Valley Music and Arts Festival 2026. Tra headliner con cui era difficile sbagliare e un fitto contorno di indie rock e nuovi fenomeni alternativi, il festival ha riacquistato la potenza mediatica di un tempo. Tuttavia, l’impressione è che gli organizzatori non abbiano osato fino in fondo per un ritorno in pieno stile Coachella. Si sono tenuti in un limbo per paura che qualcuno restasse scontento.

Gli headliner

All’annuncio di Sabrina Carpenter e Justin Bieber tra gli headliner in molti avevano storto il naso a priori. Sembravano delle scelte troppo mainstream, destinate a partorire un’altra edizione anonima come quella dello scorso anno. C’è chi addirittura aveva definito Bieber un artista finito, non meritevole quel ruolo. A posteriori, si può dire che si trattava di pregiudizi infondati. Sabrina Carpenter ha portato la magniloquenza caratteristica dei suoi set con una performance coerente con lo stile del festival, mentre Justin Bieber non solo ha spiazzato ma ha generato anche un po’ di sana polemica. La scelta di cantare sopra ai videoclip delle sue hit più famose è stata ritenuta dai fan in linea con il suo percorso artistico. Altri invece hanno obiettato che l’artista più pagato della storia del Coachella (10 milioni di dollari) si sarebbe potuto impegnare un po’ di più.

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Sabrina Carpenter durante il suo set al Coachella 2026

Ma allora cosa non ha funzionato? Il problema non sta nelle singole performance, ma in una setlist pensata per andare incontro al maggior numero di nicchie possibile. Una serie di atmosfere troppo difficili da amalgamare tra loro, che a tratti hanno dato l’impressione di non appartenere allo stesso evento.

Due anime inconciliabili

«È l’unico festival in cui i telefoni non sono puntati verso il palco ma verso il pubblico», sono le parole di Jamie Hewlett, collaboratore di Damon Albarn nei Gorillaz, ricordando la sua esperienza poco gratificante al Coachella 2024. Negli ultimi anni il festival si era guadagnato la fama di essere diventato solo una vetrina per influencer, riducendo la musica a mero contorno. Intendiamoci, il Coachella non ha mai avuto la sacralità di Glastonbury, ma almeno fino a 10 anni fa la musica e l’estetica erano sullo stesso piano, rispecchiavano l’una i cambiamenti dell’altra. L’edizione 2026 ha voluto chiaramente riportare il discorso musicale al centro dell’attenzione. Ci è riuscita grazie alla presenza di colonne portanti dell’indie rock, che per anni hanno costituito l’immaginario del Coachella, accompagnati dalle nuove stelle della scena alternativa.

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Cameron Winter durante l’esibizione dei Geese al Coachella 2026

Set come quelli dei The Strokes e dei Geese sono stati tra i più apprezzati del weekend. L’irriverenza di Julian Casablancas, che indossa una maglietta che ridicolizza il logo di Amazon, Sabrina Carpenter che poga tra il pubblico di Cameron Winter, è qui che risiedono quei momenti che sanno del “Coachella come ce lo ricordiamo”. Tutto questo ha accentuato il distacco tra il gioco sicuro fatto con gli headliner e il resto degli artisti. L’attesissimo ritorno degli Strokes, i Geese e le Wet Leg che sono diventati fenomeni globali, sono fattori che indicavano un momento maturo per scrivere almeno uno di questi nomi in cima alla setlist.

Una scelta mancata

È come se nella strada verso la resurrezione, gli organizzatori si siano imbattuti in un bivio, di fronte al quale hanno preferito non scegliere. Hanno sprecato l’occasione per una scelta stilistica netta che avrebbe elevato ulteriormente un’edizione comunque convincente. Senza dubbio il 2026 getta un po’ più di luce sulle edizioni future. La speranza è che il responso positivo del pubblico possa rimettere olio in quella grande macchina che materializzava le evoluzioni della musica nella dimensione estetica.

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