Project Hail Mary: la missione spaziale senza ritorno nella distopia del film sci-fi

project_hail_mary

Project Hail Mary inizia in medias res, tra i flash al neon di un’astronave. Ma dire in medias res non è corretto. Inizia “in mezzo al nulla”. Sì, perché Grace (Ryan Gosling), quando apre gli occhi, è senza memoria: ha subito un’amnesia retrograda. Esce strisciando come una larva dal bozzolo spaziale in cui era conservato. Ha il volto inzuppato dal sudore, capelli e barba sporchi e lo sguardo offuscato dalla nebbia dei ricordi. Guarda in faccia la morte dei suoi colleghi. È nel vuoto soffocante dello spazio, esausto, immerso nell’oscurità interstellare. E a centotré anni dalla Terra.

Un viaggio senza ritorno

Da lì il film è un puzzle difforme che ricompone in flashback il punto di non ritorno da cui si è partiti. Lui – insegnante di scienze ed ex biologo molecolare – è stato prelevato dagli agenti governativi per studiare gli astrofagi (dal greco “mangiatori di stelle”) che lentamente stanno divorando il Sole. L’unico sistema solare immune a questa minaccia è Tau Ceti, che si trova a circa dodici anni luce dalla Terra. Grace viene quindi lanciato nello spazio nella lontanissima speranza di contrastare l’inesorabile raffreddamento del globo.
È solo, non è pronto per un viaggio simile. Anche perché non è un astronauta. Non sa cosa lo aspetterà e non può nemmeno comunicare con altri esseri umani. A dire il vero sa davvero poco della missione che lo aspetta, ha solamente una certezza: non tornerà a casa.

project_hail_mary
Grace durante il contatto col pianeta di Tau Ceti

Tutte le premesse sembrerebbero indirizzate verso una struttura del racconto drammatica. Ma qui sta l’innesco interessante. Phil Lord e Chris Miller mischiano allo scenario catastrofico e quasi apocalittico della vicenda uno sci-fi dai toni leggeri. L’interpretazione di Ryan Gosling va proprio in questa direzione: insieme alla sceneggiatura di Drew Goddard riesce a essere cangiante, bifronte, nell’esternare le sue emozioni. Mischia la satira e il grottesco col lutto di un uomo solo. È immerso nel prisma cromatico dello spazio che lo investe col verdognolo e il rossastro su tutti. Vive nell’atmosfera avvolto da mondi e immaginari che dischiudono tutta la spettacolarità presente nel romanzo Project Hail Mary di Andy Weir, che Greig Fraser è abilissimo a tradurre dalla fotografia in emozioni tattili.

Rocky come nuova frontiera del linguaggio

I registi giocano con una struttura narrativa in cui Grace è sempre sorretto da una spalla comica nella veste di aiutante. Proprio come in un buddy movie. Sulla Terra tocca a Carl (Lionel Boyce) – un agente del governo apparentemente rude e inflessibile – che lo aiuta nelle ricerche, mentre nello spazio c’è l’altro carattere innovativo e spregiudicato, quello più interessante: Rocky. Un grumo di pietra dalla forma proto-animale (quasi simile a un ragno), che invece di essere percepito come una minaccia instaura un legame collaborativo col protagonista. Insieme abbattono barriere, paure e differenze. Costruiscono un ponte – sia fisico che comunicativo – per entrare in contatto. Decodificano stili di vita, abitudini e linguaggi, li fondono, li uniscono. Li fortificano. Mettono insieme tutte le risorse possibili per salvare i rispettivi pianeti dal congelamento. Rocky vive a Eridania, anche lui è l’unico superstite dell’equipaggio.

project_hail_mary
Grace nel tunnel che collega la sua astronave con quella di Rocky

Il film parte con una tesi, un obiettivo definito, ma gradualmente quell’obiettivo evapora. Si sgretola. Frantuma proprio nel momento in cui per vivere (e non sopravvivere) è necessario fare una scelta: forse per sentirsi compiuti non bisogna tornare indietro. Basta allargare gli orizzonti, per essere a casa.

Federico Tondo

Nato a Lecce nel 2003. Mi piace scrivere di cinema. Curo il podcast cinematografico "Extra Butter". Sono cresciuto con Hitchcock, Kubrick, Billy Wilder e la Hollywood classica. Non faccio preferenze tra film di genere e film d'autore, né tra quelli popolari e di nicchia. Esistono solo film belli o meno belli. L'obiettivo: lavorare come critico.

No Comments Yet

Leave a Reply