«Essere cecchini è il ruolo più maligno e ignobile che un uomo possa ricoprire. Lui ti guarda, lui ti aspetta, ti studia e tu non sei consapevole, non sai dove sia il pericolo». Kanita Ita Fočak descrive così gli uomini che dalle colline che circondano Sarajevo hanno ucciso indiscriminatamente anziani, donne e bambini dal 1992 al 1996. Ho incontrato Kanita nel suo piccolo appartamento nel quartiere di Džidžikovac della capitale bosniaca, in una palazzina in stile Bauhaus che ancora porta i segni della guerra. Dalla finestra della casa, c’è una veduta da cartolina: il parco Veliki di fronte, le ambasciate francese, austriaca e italiana a pochi passi e i sobborghi che si inerpicano per le montagne. «Quando guardo i monti penso solo ai cecchini. Vedi quel nuovo edificio… io penso solo che sarebbe un ottimo posto per un tiratore», mi mostra mentre prepara il caffe in una moka rosa. Basta un piccolo elemento per tornare a pensare come 30 anni fa durante l’assedio.
L’inizio del conflitto in Jugoslavia

Kanita Fočak è un architetto, interprete per la lingua italiana e Cavaliere dell’Ordine della “Stella d’Italia” per il suo ruolo di traduttrice svolto per il contingente italiano durante l’assedio di Sarajevo. Nata a Spalato in Croazia da una famiglia cosmopolita, si è poi trasferita a Sarajevo in giovane età. «Lì sono cresciuta circondata da ragazzi locali che potevano essere di diverse nazioni e fedi con ortodossi, musulmani, ebrei o cattolici – afferma -. C’è sempre stato un buon rapporto di amicizia e uguaglianza». Un multiculturalismo che arrivava fin sui pianerottoli dei diversi condomini, una vita trascorsa nell’armonia della comunità e che ha faticato a comprendere i cambiamenti interni alla Jugoslavia. Quando è scoppiata la guerra in Croazia con la distruzione di città «ci sembravano scene del terzo mondo». Un’azione incomprensibile agli occhi di chi, fino a pochi giorni prima, era un connazionale. «Una carneficina. Attaccati dall’ex esercito jugoslavo, martoriati dai bombardamenti aerei e colpiti dalle forze non solo militari, ma soprattutto paramilitari, mercenari e assassini. Tutto questo era incomprensibile, ma pensavamo ‘a noi non può succedere’».
Dopo il referendum per l’indipendenza del 1° marzo 1992 la città cominciava a sperimentare i primi bombardamenti. I politici, ricorda Kanita, minimizzavano i fatti: «È solo un disguido, un malinteso, si sistemerà tutto. Noi siamo abituati a vivere tutti insieme, ci vogliamo bene». I cittadini, spinti anche da un appello del neo presidente Alija Izetbegović, erano scesi in piazza per protestare contro la guerra davanti al palazzo del Parlamento. Lì sono state uccise le prime due ragazze del conflitto, «una studentessa che addirittura era venuta da Dubrovnik a studiare e una signora che lavorava nell’amministrazione, scese in piazza in mezzo a tutte le altre persone disarmate, cittadine normali». Così è iniziato l’assedio di Sarajevo, uno dei più brutali della storia moderna. La città si è sviluppata lungo la valle del fiume Miljacka, incastonata tra le montagne circostanti. Un budello lungo 15 km. Una trappola perfetta per i suoi cittadini.
L’assedio e la vita in famiglia

La vita è diventata d’improvviso una lotta per la sopravvivenza con la paura che neppure le mura di casa fossero una protezione sufficiente. «Il 10 maggio – racconta Kanita – mio marito è stato colpito e ucciso in casa da un colpo di controaerea. Il proiettile ha perforato il muro e ha colpito mio marito che era seduto nella sua poltrona. Sono rimasta sola con i miei due figli di 16 e 3 anni. Però è successa una cosa strana: quello grande piangeva e capiva che c’era una guerra in corso. E quello piccolo, nonostante nessuno gli avesse imposto quel ruolo, si è preso sulle sue piccole spalle la responsabilità della casa e della mamma. Mi accarezzava e diceva: ‘Mamma, ci sono io. Non essere triste. Mamma, cantami. Mamma, metti gli orecchini e il rossetto come le altre donne’».
La ribellione culturale
Un particolare che può apparire bizzarro, ma che descrive nel dettaglio la volontà dei cittadini di mantenere la propria dignità e la loro resistenza alla carneficina che stava avvenendo. «Le signore di Sarajevo, di qualsiasi età, si sono sempre fatte vedere in perfetto ordine: vestite in quello che avevano, però erano pulite, con camicie stirate, con i tacchi alti e pettinate». Nonostante la privazione di tutto gli assediati cercavano di mantenere ogni occasione per vivere. Così si organizzavano scuole, corsi di ballo, concerti di musica classica, teatro e mostre d’arte. «È nata una ribellione culturale. Erano le cose che ci davano il senso della vita, nonostante il pericolo fosse enorme. Ma a volte era più importante sentirsi vivi, ritrovare la propria umanità nonostante ti avessero privato di tutto».
I “Safari umani”

Mentre in città gli abitanti lottavano per riaffermare la propria umanità, sulle colline si consumava l’atto più estremo di ferocia e spietatezza. A scrutare la città dal mirino di un fucile non c’erano solo militari, ma anche civili stranieri: turisti della morte. Persone che, è emerso solo recentemente da un’inchiesta del Tribunale di Milano, pagavano anche grandi somme di denaro per il “privilegio” di uccidere cittadini innocenti, trasformando l’assedio in una caccia all’uomo. In città il fenomeno era noto: «Alcuni di questi hanno lasciato anche oggetti personali. Così si è scoperto che non sono proprio i nostri vecchi vicini di casa».
Per Kanita il cecchino è una figura ignobile, scruta ogni tuo movimento nascosto da lontano e nel momento di vulnerabilità è pronto a premere il grilletto. «Che qualcuno sia in grado di pagare per sparare su un essere umano… è un atto talmente malvagio che non può esistere nella mente normale». Eppure anche cittadini italiani hanno partecipato ai “safari”. Anche se le indagini sono solo all’inizio, l’inchiesta italiana ha fatto emergere racconti raccapriccianti. Uomini che si vantavano dei loro crimini efferati con colleghi e amici. Al momento è stata identificata solo una persona, Giuseppe Vagnaduzzo, ma ci sarebbero altri due indagati. «Quando ho sentito la notizia sono rimasta talmente scossa che mi ha fatto rivivere l’assedio – ha detto Kanita -. La paura non era quella di morire, ma di essere dimenticati» e la giustizia italiana ha dimostrato che i crimini di guerra non vanno in prescrizione.
La quotidianità dei cecchini

La crudeltà del mirino dei tiratori scelti era una presenza costante che Kanita ha provato sulla sua stessa pelle. «Un giorno ho deciso di visitare mia sorella». Conoscendo i pericoli aveva studiato un percorso al riparo dal tiro dei nemici. L’ultimo tratto del percorso era il più insidioso per lei e per il bambino: era inverno e dovevano attraversare un parco, «gli alberi erano spogli, la visuale era libera, però i tronchi potevano nasconderci almeno in parte. All’improvviso un cecchino ha iniziato a spararci, così ho strattonato il bambino per nasconderci dietro un muretto. Il piccolino aveva perso una scarpa ed era scoppiato a piangere, non per paura ma per la calzatura. Così un signore anziano che si era già messo in salvo è tornato indietro a recuperare la scarpa del bambino. Questo gesto non si può dimenticare. È la rappresentazione di chi sono i cittadini di Sarajevo».