A Cuba torna la luce. Dopo tre mesi vissuti nel buio totale a causa dei continui blackout, lo scorso 30 marzo nel porto di Matanzas ha attraccato una petroliera russa che trasportava circa 730 mila barili di petrolio. Un carico necessario per far ripartire le centrali elettriche e permettere agli oltre 10 milioni di cittadini di provare a riprendere in mano la propria quotidianità. Dal 16 marzo, infatti, la loro vita è segnata da interruzioni di corrente prolungate, acqua razionata e servizi di base ridotti al minimo. Un sollievo immediato, ma che, forse, non durerà a lungo.
Il via libera di Trump
Intorno a mezzogiorno, ora italiana, la nave Anatoly Kolodkin è arrivata nel porto di Matanzas, sulla costa nord-occidentale di Cuba. Tutto grazie al permesso di Donald Trump. «Non ci dispiace che qualcuno carichi una nave per quella gente. Perché ne hanno bisogno, devono sopravvivere» ha dichiarato ai giornalisti dell’Air Force One. Perché ormai da inizio gennaio le sorti degli abitanti del L’Avana dipendono da lui.

Il viaggio della petroliera è stato seguito attentamente dai sistemi di tracciamento marittimo statunitensi. Salpata il 9 marzo dal porto russo di Primorsk, sul Mar Baltico, la nave della compagnia statale russa Sovcomflot – già colpita da sanzioni occidentali nel 2024 – era stata individuata due settimane fa. La sua destinazione ufficiale, “Atlantide, USA”, era inesistente. Così l’organizzazione Marine Traffic ne ha tracciato la vera rotta: il porto di Matanzas. Ad attenderla c’erano la Marina Militare e la Guardia Costiera, che le ha dato l’autorizzazione a gettare l’ancora. Nel pomeriggio, poi, ha potuto completare le operazioni di scarico. Dall’ambasciata russa in Messico è arrivata la dichiarazione di «piena solidarietà a Cuba» e la condanna delle «illegittime restrizioni» imposte dal tycoon. Lo stesso che ha detto di non opporsi agli invii di petrolio verso l’isola da qualunque Paese provengano. Perché tanto «Cuba è finita: hanno una leadership corrotta e pessima. Che riescano o meno a trovare una nave carica di petrolio, non farà alcuna differenza».
Perché Cuba?
A guidare le mosse dell’inquilino della Casa Bianca è la possibilità di ottenere il controllo di un Paese che ha una posizione perfetta dal punto di vista strategico. Si trova a meno di 150 chilometri dalle coste della Florida ed è al centro delle principali rotte tra Atlantico e Golfo del Messico. Dove ogni giorno passano traffici commerciali, energetici e militari diretti verso i porti statunitensi e il Canale di Panama. Un punto di collegamento con l’America Latina e l’Europa che Washington ha sempre considerato parte della propria sfera di influenza.

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha aumentato la pressione economica, bloccando le forniture di petrolio e minacciando sanzioni contro chiunque cercasse di aiutare l’isola. Una tattica che si inserisce in un quadro più ampio: evitare che potenze come la Russia o la Cina possano rafforzare la propria presenza nei Caraibi. D’altronde Mosca e L’Avana sono alleate storiche sin dalla Guerra Fredda. E, sebbene il Presidente statunitense abbia dato il via libera per far entrare la petroliera nel porto, una maggiore presenza russa in questo momento potrebbe cambiare le dinamiche del “gioco” geopolitico.
Niente più petrolio a Cuba
«Cuba è la prossima». Lo ha detto Donald Trump lo scorso 28 marzo, dopo aver ricordato il successo della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Un passaggio che ha cambiato gli equilibri energetici della regione. Per anni, infatti, l’isola caraibica ha potuto contare sul petrolio venezuelano, circa 30-35mila barili al giorno, in cambio di servizi e supporto politico. Un sistema che si è interrotto bruscamente il 3 gennaio: da quel momento, nessuna nave è più partita verso Cuba.
President Trump on Friday said that “Cuba is next” during a speech at an investment forum in Miami. The president was touting the U.S. military’s successes in Iran and Venezuela.
Trump also said that despite campaigning on peace through strength, “sometimes you have to use” the… pic.twitter.com/XzMMhUjQ4Y
— CBS News (@CBSNews) March 28, 2026
Pochi giorni dopo, The Donald ha imposto un embargo su tutte le forniture di carburante, minacciando dazi e sanzioni contro qualsiasi Paese disposto a rifornire il Paese. «Non ci sarà più petrolio né denaro per Cuba», aveva dichiarato, invitando L’Avana a «fare un accordo prima che sia troppo tardi». L’obiettivo è chiaro: colpire il punto più fragile del sistema della Nazione, l’energia, per forzare un cambiamento politico. Anche se, per questo dovrà scontrarsi con i cittadini. Perché, come ha affermato il presidente cubano Miguel Díaz‑Canel, l’isola è pronta a «difendere la rivoluzione con la vita, se necessario».
A rischiare è il popolo
Il presidente cubano ha denunciato l’embargo e ha parlato di un attacco «genocida, criminale e inumano» contro il suo popolo, accusando gli Stati Uniti di mettere in pericolo la sovranità e la vita stessa dell’isola. Infatti, sono proprio i cittadini a pagare il prezzo più alto della crisi energetica. Dopo il blackout totale del 16 marzo, che ha lasciato oltre 10 milioni di persone al buio per circa 30 ore, la rete ha continuato a essere instabile. Per giorni in molte aree dell’isola si sono verificate interruzioni di corrente che sono durate oltre 15-20 ore, compromettendo ogni aspetto della vita quotidiana. Questo perché dall’inizio del 2026 Cuba ha ricevuto solo due carichi di petrolio. Quello russo è il terzo. Un dato disastroso per un Paese che dipende per circa il 60% dalle importazioni energetiche, mentre il restante 40% è prodotto da un sistema fragile e soggetto a guasti costanti.
Moron Cuba , the people protest the Castrocomunist Dictatorship pic.twitter.com/NTri16qHEn
— Ernesto Botifoll (@Boti1957) March 30, 2026
Senza elettricità, anche i servizi essenziali collassano. Le pompe idriche si fermano e l’acqua potabile smette di arrivare nelle case, costringendo migliaia di persone a fare lunghe file con taniche e bidoni per rifornirsi da pozzi o autocisterne. Negli ospedali, già in difficoltà, interventi e cure vengono rallentati o sospesi, mentre la conservazione dei medicinali diventa sempre più complicata. E a questo si aggiunge l’impennata dei prezzi del carburante: 9 dollari al litro. Ciò significa che un pieno può arrivare a costare 300 dollari, mentre lo stipendio medio è inferiore a 20 dollari. Il malcontento è ormai diffuso in tutto il Paese. Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le proteste spontanee: a L’Avana e in altre città i cittadini scendono in strada durante la notte, battendo pentole e padelle nei cosiddetti cacerolazos, per denunciare condizioni di vita sempre più precarie.
La nuova Flotilla
Negli scorsi giorni sulle coste cubane, a largo de L’Avana, ha attraccato il vecchio peschereccio Maguro. Ora ribattezzato Granma 2.0, il veliero ha trasportato un carico di 30 tonnellate di aiuti. Si tratta di 70 pannelli solari destinati ai centri sanitari, insieme ad alimenti base, farmaci e kit di primo soccorso. La nave è l’ammiraglia della nuova Flotilla Nuestra América. La regata che vede la partecipazione di oltre 400 delegati provenienti da 19 Paesi, in rappresentanza di più di 50 associazioni e collettivi, oltre a 13 movimenti politici e sindacali. Tra i tanti attivisti ci sono anche tre italiani partiti con lo European Convoy: Martina Steinwurzel, Umberto Cerutti e Paolo Tangari di Aicec (Agenzia per interscambio economico culturale con Cuba) che fa parte della campagna Let Cuba Breathe, promotrice dell’intervento. A loro si aggiunge il delegato dei camalli di Genova, José Nivoi, che già a settembre aveva tentato di arrivare in Palestina.

È solo una parte delle cinquanta tonnellate di aiuti destinati al Paese, provenienti non solo dall’Europa ma anche dalla Colombia e da altre Nazioni dell’America Latina. E una delegazione è arrivata persino dagli Stati Uniti, seppur con delle difficoltà. Intanto, due imbarcazioni partite il 20 marzo dal Messico risultano disperse nel Mar dei Caraibi. A bordo si trovano nove persone di cui non sono ancora state rese note le nazionalità dalle autorità messicane.