Bully: la mancata resurrezione di Kanye West

Kanye

L’annuncio a fine 2024, le versioni “work in progress” fatte con l’AI, il posticipo dell’uscita da fine gennaio al 27 marzo. Ne abbiamo passate tante, normale amministrazione con gli album di Kanye. Ye, come si fa chiamare ora, ha finalmente pubblicato Bully sabato 28 marzo, non ha resistito dal prendersi un ultimo giorno extra rispetto alla data stabilita. Era anticipato da molti come l’album della sua possibile rinascita artistica. L’attesa di una gestazione così lunga è stata ripagata?

Obbligato a essere Kanye

Bully doveva essere la via d’uscita dal sogno lucido di Vultures 1 e Vultures 2. Una storia assurda di ritardi, aggiornamenti post-pubblicazione e versi cantati dall’AI. Tuttavia, la luce in fondo al tunnel non è che un puntino molto lontano.
Ascoltando l’album è come se Ye indossasse una maschera deformata di Kanye. Sembra che qualcuno glie l’abbia fatta mettere con la forza. È vero, dove prima c’era Intelligenza Artificiale ora è subentrata la sua vera voce, ma dell’energia che lo ha sempre caratterizzato non c’è traccia. Lo si percepisce costantemente svogliato. Si sforza di dare ai fan ciò per cui l’hanno sempre apprezzato. Un intento nobile, ma che lui sembra vivere come obbligo più che come esigenza personale.

In Father è evidente il tentativo di reintrodurre l’uso di sample di canzoni soul. Questi, però, ormai faticano a comunicare con il nuovo immaginario contorto di Ye. Di conseguenza danno al brano le sembianze di un patchwork disarmonico, anziché elevarne la potenza espressiva come in passato. Subito dopo, l’ectoplasma del vecchio Kanye sembra acquisire consistenza in quello che è il punto qualitativamente più alto dell’album. È il blocco composto da All The Love e Punch Drunk, le uniche due tracce che presentano più livelli di profondità, e avvolgono l’ascoltatore anziché relegarlo fuori da una porta grigiastra.

Kanye
Kanye durante un’ esibizione esclusiva per l’album Donda nel 2021

Ye ritorna troppo presto imitatore disperato. Whatever Works richiama il sound di Late Registration, ma è priva di quell’insieme di consistenze sonore in cui l’album del 2005 faceva venire voglia di tuffarsi. La prima metà dell’album si conclude con Sisters and Brothers. Per quanto anche lei sia ridotta all’osso, è tra le tracce meglio riuscite. È un peccato che da un certo punto in poi si limiti a ripetere il sample di base senza alcuna aggiunta particolare.

la canzone All The Love

Un insieme di bozze

A fare da spartiacque è Preacher Man, forse la più grande occasione sprecata dell’intero disco. Aveva il potenziale per essere una di quelle hit di Kanye che danno a chi ascolta l’impressione di fluttuare a mezz’aria. Invece è ingabbiata in uno stato grezzo, i suoni risultano impastati e scollati dalla voce. Da qui alla fine si susseguono tracce che hanno ben poco oltre alla melodia vocale, se non qualche sintetizzatore e drum machine a fare da lieve sottofondo. Questa seconda metà rivela definitivamente una tendenza che soggiace a tutto l’album: è tutt’altro che un progetto finito.

Bully è un taccuino pieno di buone idee rimaste tali. Un insieme di demo che raramente superano i 2 minuti di lunghezza, povere di mixing e mastering. Uno stato delle cose per nulla giustificato, visto quanto tempo è durata la produzione. Nonostante tutto, è un piccolissimo passo in avanti. Qualcosa da l’impressione che il vero Kanye sia ancora lì sotto da qualche parte. Se questo parta dal riconoscimento di una visione interessante alla base di Bully o solo da una disperata manovra di autoconvinzione è difficile da capire.

No Comments Yet

Leave a Reply