Il 27 marzo Flea, bassista cardine del sound dei Red Hot Chili Peppers, ha pubblicato il suo primo album solista Honora. Un progetto che lo vede uscire dall’immagine creata in decenni di carriera nel rock e vestire i panni del jazzman che sognava di diventare da ragazzino. Una lettera d’amore allo strumento che gli ha rubato il cuore ancora prima del basso: la tromba.
Atmosfere confuse
Se siete fan dei Red Hot Chili Peppers e vi aspettate l’energia incontenibile che ha reso famoso Flea, dimenticatevela. Questo non vuol dire che non ci sia, si incanala in vie alternative, per certi versi anche più efficaci della semplice esplosività. Honora non è solo Flea che gioca a fare Miles Davis e Chet Baker, anche perché non ci sarebbe paragone. C’è uno sguardo alla modernità che non è da sottovalutare, A Plea potrebbe essere l’apertura di un album dei Black Midi. La voce di Flea a metà tra il cantato e il parlato, sembra avere capito tutti i problemi del mondo e ne urla anche le soluzioni.
Dopo Traffic Light, l’album non ha ancora trovato una via precisa. Questa inizia a delinearsi nelle due tracce successive. Con Frailed ci si sente il protagonista di un film noir, che rimane in un ufficio di New York fino a tardi. La tromba riesce ad essere sia brezza notturna che i clacson delle macchine per strada. Morning Cry è il viaggio in taxi della mattina dopo, ci si immerge nella frenesia che prima si percepiva solo dall’alto del grattacielo.
La coerenza che si è creata, però, viene subito persa in Maggot Brain e Wichita Lineman. Tornano le dichiarazioni profetiche e una solennità cupa alla Così Parlò Zarathustra. Anche la linearità limitata a queste due tracce è spezzata dal romanticismo di Thinkin bout You. Una versione del brano di Frank Ocean eseguita magistralmente con la tromba, ma che posta lì in mezzo risulta confusionaria.
Flea suona Thinkin bout You da Jimmy Fallon
Beata noncuranza
Senz’altro, la libertà di trasgredire le regole e il divertimento nello spiazzare chi ascolta sono l’essenza di un brano jazz che si rispetti. In questo caso, però, all’interno delle singole tracce c’è una solidità notevole, che le rende degli ascolti senza dubbio godibili. Anche le voci di Thom Yorke in Traffic Light e Nick Cave in Wichita Lineman sono azzeccate per l’atmosfera dei rispettivi brani. La confusione deriva principalmente dalla relazione che le canzoni hanno tra loro. Una discontinuità voluta fino a un certo punto. Sembra più derivare accidentalmente dal fatto che Flea non si sia preoccupato troppo di questo aspetto.
In questo senso, la traccia conclusiva Free As I Want To Be è una spiegazione abbastanza eloquente. È un album post- jazz? Un omaggio ai classici? Nemmeno Flea lo sa e non vuole proprio chiederselo. È stato lui a dire che la spinta a dare vita al progetto sono state le parole di Neil Young: «Faccio dischi discutibili ma li pubblico lo stesso. Perché il fallimento è importante».

Conoscendo Flea, il rischio che finisse per strafare con il basso era molto elevato. Questo non accade, rispetta il suo ruolo storico. Un timone nascosto nelle retrovie, capace di far virare una piece jazz verso rotte inaspettate. In Honora tutti fanno un passo indietro in presenza di sua maestà la tromba. Se l’obiettivo di Flea era creare un progetto che dimostrasse la versatilità e la potenza evocativa del suo strumento del cuore, si può dire che l’abbia centrato in pieno.