Tremano i palazzi romani del potere. È arrivata l’eclissi per il ‘modello Meloni’? Dopo la sconfitta al referendum costituzionale dello scorso 22 e 23 marzo, mentre le luci dei riflettori si rincorrono tra Palazzo Chigi, ministero della Giustizia e ministero del Turismo, è giunto il tempo della revisione. Per comprendere lo scenario politico interno che sta andando a delinearsi, sembra essere necessario guardare oltre la polvere di palazzo.
Delmastro e Bartolozzi in uscita simultanea da via Arenula
Il giorno dopo la sconfitta alle urne, il 24 marzo, la Premier decide di dare un segnale forte. Lo fa accettando le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e della capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi e auspicando quelle della ministra del Turismo Daniela Santanchè.
Il coordinamento tra le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi rappresenta lo smantellamento del nucleo operativo che ha gestito la politica giudiziaria del Governo Meloni.
Delmastro è l’anima identitaria di Fratelli d’Italia. Le dimissioni dell’ormai ex sottosegretario alla Giustizia segnano la fine di una resistenza politica durata oltre un anno, dal rinvio a giudizio dello stesso per rivelazione di segreto d’ufficio con il caso Cospito.
Delmastro era poi tornato a occupare le pagine di cronaca il 19 marzo, quando sono state diffuse immagini che lo ritraevano con Mauro Caroccia, uomo vicino al clan dei Senese condannato per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa, con il quale risultava essere in società.

«Ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della nazione» le parole di Delmastro che hanno accompagnato le sue dimissioni.
Quasi in parallelo, anche la capo di gabinetto della Giustizia lascia l’incarico. Ex magistrata ed ex deputata, Bartolozzi ha rassegnato le dimissioni citando una «insanabile divergenza di visione sulla gestione del post-referendum». A inizio marzo Bartolozzi era finita nella bufera per le dichiarazioni sul referendum pronunciate durante un dibattito televisivo su una tv siciliana. «Finché la giustizia non ti marchia tu non lo capisci. Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione» aveva detto.
«Cara Giorgia, obbedisco». Il dossier Santanchè
Uno strappo ai protocolli, la richiesta di dimissioni avanzata dalla Premier tramite comunicato stampa. Un vero e proprio frontale con la ministra del Turismo Daniela Santanchè, al centro di guai giudiziari legati alle sue precedenti attività imprenditoriali. Santanchè, dopo l’iniziale silenzio, si è piegata alla richiesta della premier. Oltre al pressing della maggioranza, l’ex ministra ha dovuto fronteggiare le opposizioni che si sono unite alla richiesta di dimissioni.
Mentre Delmastro usciva con discrezione, il dossier Santanchè è esploso in tutta la sua virulenza. Le inchieste della Procura di Milano, giunte a snodi processuali decisivi, non sono più sostenibili per l’immagine del Paese. Ipotesi di falso in bilancio con Visibilia (l’accusa ipotizza falsificazioni dei bilanci tra 2016 e 2022 per nascondere perdite di capitale sociale), bancarotta fraudolenta con Ki Group e Bioera (oltre a sospetti di operazioni dolose legate al fallimento di queste società) e indagini per truffa aggravata all’Inps relativa alla gestione della cassa integrazione dei dipendenti di Visibilia durante il periodo Covid-19.

«Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta. Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio», ha argomentato l’ex ministra Santanchè nella lettera indirizzata alla Premier.
Le reazioni dall’opposizione. Arrivata la mozione di sfiducia individuale
Per Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi non sono una risposta sufficiente alla sconfitta delle urne. «Delmastro e Bartolozzi sono capri espiatori di una sconfitta che è tutta di Meloni, deve assumersi la responsabilità politica della campagna referendaria».
Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha affermato che «Le dimissioni di Delmastro erano assolutamente necessarie e per questo il M5S aveva presentato nei giorni scorsi una mozione di revoca. Il danno arrecato al prestigio della massima Istituzione di governo è stato pesantissimo».
Sferzante anche Matteo Renzi: «Una leader si dimette, un’influencer fa dimettere i sottosegretari. Come può essere credibile una premier che vorrebbe parlare al mondo se non riesce a farsi ascoltare nemmeno da Santanchè o da La Russa?».
Meloni sì è svegliata all’improvviso e ora chiede le dimissioni di molti Fratelli d’Italia. Ma come può essere credibile una premier che vorrebbe parlare al mondo se non riesce a farsi ascoltare nemmeno da Santanchè o da La Russa? Quando si perde un referendum costituzionale in…
— Matteo Renzi (@matteorenzi) March 24, 2026
Sulla stessa linea tagliente Pier Luigi Bersani, intervistato a Otto e mezzo su La7: «Meloni non se la cava così perché questo referendum non è acqua fresca, è destinato ad avere influssi sul destino del Paese. Dignità vorrebbe che andasse a casa, io mi sarei dimesso. Se deve essere il centrosinistra a chiedere le dimissioni, no grazie; questi giochini le danno solo respiro. Lasciamola nel suo brodo, che verifichi da sola che livello di dignità ha».
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Da Palazzo Madama, all’inizio della seduta di oggi 25 marzo il capogruppo del Movimento 5 Stelle Luca Pirondini aveva chiesto di poter discutere la mozione di sfiducia individuale a Santanchè. La questione era stata calendarizzata alla Camera dei deputati per lunedì 30 marzo.
Il cigno nero: il referendum costituzionale per la riforma della magistratura
Il ‘mercoledì nero’ di via Arenula è iniziato diverse ore prima. Il “No” al 53,7% sul referendum magistratura è stato un segnale di scollamento emotivo, il “Vietnam” di una coalizione che aveva puntato tutto sulla riforma Nordio per cementare il rapporto con l’elettorato garantista.
Il dato più preoccupante per Meloni non è la sconfitta in sé, ma la sua distribuzione geografica e demografica delle preferenze di voto: il governo ha perso nelle periferie, tra i giovani e nelle roccaforti del Nord.

Il referendum ha agito come un detonatore, trasformando il malcontento in un’istanza politica organizzata. Un risveglio dell’elettorato che ha portato migliaia di cittadini che mancavano l’appuntamento alle urne da anni a rispolverare le tessere elettorali ed esprimersi.
La crisi che stiamo osservando è una crisi di senso più che di meri numeri. Il Governo Meloni pare aver esaurito la spinta propulsiva della novità. La capacità della premier di “sacrificare i suoi” per salvare l’istituzione sarà il test definitivo sulla sua statura di leader europea.

In una nota ufficiale di Palazzo Chigi del 24 marzo, Giorgia Meloni, «esprime apprezzamento per la scelta di Andrea Delmastro e di Giusi Bartolozzi di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione».
Al netto del mini-rimescolamento nell’esecutivo, la linea sembrerebbe restare quella della continuità. Da Palazzo Chigi filtrano segnali chiari: nessun passaggio parlamentare straordinario, nessun voto di fiducia e nessun contatto istituzionale con il Quirinale.
Quali scenari si aprono
Meloni è consapevole che per salvare la legislatura deve eliminare i punti di debolezza prima che l’opposizione – rinvigorita dal successo referendario – riesca a coagularsi in una mozione di sfiducia capace di attrarre i voti dei franchi tiratori nascosti tra i banchi della maggioranza. Al momento, la caduta del Governo è improbabile per un motivo piuttosto intuibile: nessuno nella maggioranza ha interesse ad andare al voto ora, con questi sondaggi. Tuttavia, la natura dell’esecutivo è mutata per sempre. Diversi sono gli scenari che potrebbero aprirsi nelle prossime ore.
- Il grande rimpasto. Meloni procede a una sostituzione di ministri (Turismo e Giustizia al momento) aprendo un “Meloni-bis” più tecnico, meno ideologico, votato alla protezione del Piano nazionale di ripresa e resilienza entro la scadenza di giugno.
- La guerra di logoramento. La Premier resiste senza rimpasti, cercando di arrivare alla legge di bilancio ma con una coalizione in cui Lega e Forza Italia votano ogni provvedimento con il bilancino, pronti a staccare la spina alla prima occasione utile.
- La crisi al buio e l’orizzonte elettorale. Un incidente parlamentare su un decreto chiave porta alle dimissioni di Meloni e all’intervento del Quirinale per un governo di transizione fino a fine legislazione.
Giorgia Meloni si trova davanti a un bivio. Arroccarsi nella “fede dei pochi”, rischiando l’isolamento istituzionale, o procedere a una profonda revisione della squadra e del programma, cedendo spazio agli alleati per salvare la legislatura.
I vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani sosterranno la linea Meloni o useranno il caso Santanchè per alzare la posta nel rimpasto?