Il presidente americano Donald Trump, il 21 marzo, aveva lanciato un ultimatum di 48 ore all’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz, minacciando di colpire le infrastrutture energetiche civili e le centrali nucleari della Repubblica Islamica. Il 23 marzo, poche ore prima che scadesse il tempo, il tycoon ha bloccato tutto, aprendo i negoziati con Teheran su 15 punti. Il punto cruciale delle trattative è la rinuncia dell’Iran all’arma atomica. Si attende un accordo, intanto gli attacchi sono stati sospesi per cinque giorni.
AL VIA I NEGOZIATI
A meno di 24 ore dalla fine dell’ultimatum, Trump ha bloccato tutto e la diplomazia americana ha ripreso a lavorare. In un’intervista a Fox, il presidente ha dichiarato che un’intesa potrebbe arrivare entro cinque giorni. Secondo Anxios, Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero stilato dei punti da proporre all’Iran. Tra questi: il blocco del programma missilistico del Paese per cinque anni; nessun arricchimento dell’uranio; lo smantellamento dei laboratori nucleari; limiti al ripristino delle centrifughe; decidere un tetto massimo per gli armamenti. Per concludere con la fine dei finanziamenti a gruppi come Hezbollah, Houti e Hamas.
Dall’altro lato, Teheran ha già comunicato, tramite l’agenzia stampa Tasnim, sei richieste per porre fine alla guerra con Israele e Stati Uniti. Tra questi: l’instaurazione di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz oltre alla ridefinizione delle regole dello snodo; la garanzia che la guerra non avverrà di nuovo in futuro; la chiusura di tutte le basi americane in Medioriente; un risarcimento economico da parte dei “nemici” dell’Iran per i danni subiti durante il conflitto; la fine delle ostilità estere nei confronti del Paese, compresi i gruppi affiliati come Hezbollah. E ancora, la persecuzione dei giornalisti e dei media anti-iraniani, con consecutiva estradizione per i crimini commessi.
Bisogna attendere ulteriori aggiornamenti sui negoziati per capire se siamo davvero vicini ad una tregua e su quali punti Iran, Stati Uniti e Israele sono riusciti ad essere d’accordo.
LA STARTEGIA AMERICANA
Nei giorni scorsi Trump aveva intimato all’Iran di riaprire lo Stretto, cruciale snodo economico globale. Al momento solo le navi dei paesi considerati «non ostili», come la Cina e l’India, possono sperare di attraversarlo. Ma in caso di attacco Usa alle centrali nucleari, il blocco del canale sarebbe stato totale «finché le infrastrutture iraniane non saranno ricostruite». Così aveva dichiarato il comando operativo militare congiunto Khatam Al-Anbiya. La minaccia era concreta: finora i pasdaran hanno risposto ad ogni colpo sparato dagli americani e gli israeliani, prendendo di mira obiettivi speculari. Come nel caso dell’attacco a Dimona, città vicina alla centrale nucleare israeliana, dopo che i nemici avevano attaccato l’impianto iraniano di Natanz.

Gli Stati Uniti si trovavano davanti ad una scelta difficile. Decidere se dar seguito alle minacce del tycoon, oppure lasciarle cadere, rischiando però di danneggiare la propria credibilità e la capacità di deterrenza americana. Secondo il politologo statunitense Robert A. Pape, il Washington si trovava nella “Trappola dell’escalation”. Secondo cui i successi tattici come la distruzione di siti militari aumentano le aspettative di essere vicini alla caduta della Repubblica Islamica o ad una sua resa. Con un conseguente aumento degli Usa pur di raggiungere l’obiettivo. Senza considerare che l’aumento dei bombardamenti non significava automaticamente che la resa dell’Iran, ma solo che la guerra scatenata in nome della pace sarebbe diventata sempre più cruenta.