Addio a Umberto Bossi, l’uomo che ha inventato la Padania

Per più di vent’anni è stato il sovrano di un regno immaginario, la Padania. Ha fondato la Lega Nord e diviso l’Italia in due tra «federalisti» e «statalisti». Umberto Bossi è morto a 84 anni a Varese, nella serata del 19 marzo. Bersani lo ha definito «uno strano personaggio a metà tra Lenin e Tex Willer». Matteo Salvini, che ora guida il partito da lui fondato, lo saluta così: «mi hai cambiato la vita per sempre». Ma «il Senatur» lascia alla politica italiana anche tanti momenti iconici.

Il regno che non c’è

È stato lui ad introdurre nel dibattito politico il termine Padania, territorio che corrisponde alla pianura padana il cui re, Bossi per l’appunto, segnava i confini ogni anno. Lo chiamava il “rito dell’ampolla”. Era il 13 settembre 1996 quando il leader dell’allora Lega Nord sollevava al cielo per la prima volta l’ampolla con l’acqua appena prelevata dalla sorgente del Po, sul Monviso. Forgiata apposta da un vetraio di Murano e custodita da due militanti in camicia verde. Poi il viaggio, dal Piemonte fino a Venezia. Dove l’acqua del “dio Po” è versata dalla Riva degli Schiavoni in occasione della Festa dei Popoli Padani. Un rito, a metà tra la performance teatrale e il pagano, ripetuto religiosamente ogni anno fino al 2003.

Umberto Bossi che raccoglie l’acqua del Po nell’ampolla (foto di Floriana Rullo, Corriere della Sera)
Una canotta ad Arcore
Umberto Bossi e Silvio Berlusconi

Nella vita politica di Umberto Bossi c’è anche il legame con Silvio Berlusconi. A cominciare dalle cene del lunedì, durante le quali anticipavano le riunioni del Consiglio dei ministri. Bossi ad Arcore e a Villa Certosa, la residenza estiva del Cavaliere, si presentava in canottiera. Una semplicità che contrastava con l’eleganza del padrone di casa.

Ma tra i due c’è stato anche un periodo di gelo, subito dopo il primo governo Berlusconi. Quando la Lega Nord esce dalla maggioranza facendo crollare l’esecutivo. «Non faremo mai accordi con il mafioso di Arcore» prometteva allora Bossi, «non andremo mai al governo con la porcilaia fascista». Ci sono voluti diversi anni prima che i due si riavvicinassero.

Ce l’abbiamo duro

Per la Lega delle origini «ce l’abbiamo duro» non era solo un motto. Lo slogan, puramente goliardico, veniva urlato dal suo fondatore durante i comizi degli anni ’90. Serviva a sottolineare la forza della Lega Nord rispetto ai partiti della «Roma ladrona», visti come molli e corrotti. Diventando con il tempo così iconica da finire su magliette e manifesti.

La notte delle scope

La carriera politica di Umberto Bossi finisce il 10 aprile 2012, nei padiglioni della Fiera di Bergamo. Quando è costretto a lasciare il partito che ha fondato per uno scandalo legato a finanziamenti pubblici in cui viene coinvolto il figlio. Il quell’occasione Bossi piange, e lasca la guida della Lega a Roberto Maroni. L’unico che prova a difenderlo «Umberto Bossi non si merita quel che è successo. Non siamo un partito di corrotti. La Lega non è morta e non morirà mai. Dobbiamo fare pulizia, chi sbaglia paga».

Umberto Bossi e Matteo Salvini insieme a Verona nel 2014 (foto di Andrea Bulleri e Valentina Pigliautile)

Dopo un anno dall’addio a prendersi la leadership del partito è un giovane Matteo Salvini. Ma con lui il Senatur non ha mai avuto un buon rapporto. Osservava perplesso il cambiamento della Lega. Da partito che lotta per il federalismo e la Padania a forza politica che ha come cavallo di battagli la lotta all’immigrazione clandestina. Estromesso anche dalla festa di partito, vive Pontida da solo in un angolo. Gli viene anche impedito di salire sul palco. L’ex leader così gira in mezzo agli attivisti con un’aria smarrita, come un comune militante. È il 2017. Da quest’anno Bossi non parteciperà più a Pontida.

Chiara Brunello

Scrivo di cronaca nera, politica interna ed esteri. Ma mi interesso anche di intelligenza artificiale. Tra una lezione e l'altra faccio regia per il podcast Extrabutter.

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