Cuba stretta nelle mani di Trump: l’isola tra proteste cittadine e l’aiuto europeo

Uno scontro fatto di frasi lapidarie. «Avrò l’onore di prendere Cuba». «Qualsiasi aggressore dovrà scontrarsi con una inespugnabile resistenza». Sono le parole con cui, rispettivamente, Donald Trump e del leader Miguel Díaz-Canel hanno commentato la situazione in cui è precipitata l’isola da gennaio, dopo il blocco petrolifero imposto dagli Stati Uniti. E in mezzo a questa opposizione c’è il popolo, ormai stremato.

Tra collasso e speranze future

Tra continui blackout, mancanze alimentari e crisi energetica, Cuba potrebbe essere prossima alla rovina definitiva e Trump è pronto a trasformarla in un Venezuela 2.0. Proprio in questi giorni il Paese è stato colpito dall’ennesimo apagon nazionale, ovvero l’interruzione di energia elettrica. Il terzo negli ultimi quattro mesi, causato dal drastico deterioramento della rete elettrica e dallo stop del greggio imposto dal tycoon. Basandosi sull’assunto che l’isola non può farcela da sola economicamente e che ha «un sistema politico incapace di risanarla, è necessario un cambiamento radicale» ha dichiarato Marco Rubio, segretario di Stato degli Usa di origine cubane e fermo oppositore del regime comunista dell’Avana. Una provocazione a cui ha risposto prontamente Diaz-Canel: «Di fronte allo scenario peggiore, Cuba ha una garanzia». La volontà del popolo di non crollare e piegarsi al comando statunitense.

Tra le strade
Miguel Díaz-Canel, presidente di Cuba

Secondo la Casa Bianca, Cuba «sarebbe prossima al collasso» e di fatto le condizioni di vita nell’isola peggiorano di giorno in giorno. Non solo la popolazione è colpita da blackout, ma gli ospedali non riescono a offrire le cure adeguate, i mezzi pubblici sono bloccati a causa della mancanza di carburante e i beni alimentari non arrivano in tutte le zone del Paese. Questi aspetti hanno suscitato proteste spontanee per strada, caratterizzate dai cacerolazones notturni, ovvero padelle sbattute sugli usci di casa. «Quasi ogni giorno, gli Stati Uniti minacciano pubblicamente Cuba con il rovesciamento forzato del suo ordine costituzionale. – ha denunciato Diaz-Canel – Usano un pretesto ripugnante: le dure restrizioni imposte a un’economia indebolita che hanno attaccato e cercato di isolare per oltre sei decenni».

La storia tra Paesi

Le relazioni tra Stati Uniti e Cuba navigano in acque turbolenti dal 1959, quando Fidel Castro rovesciò la dittatura del generale Fulgencio Batista, sostenuto invece da Washington. Una svolta comunista per l’isola a cui la Casa Bianca ha risposto con un embargo commerciale quasi totale. Era l’inizio dei primi esodi dei cubani verso la Florida, a cui seguì l’invasione fallimentare statunitense della Baia dei Porci e la crisi dei missili nel 1962. Si andò avanti tra riavvicinamenti e brusche chiusure nei decenni successivi, fino al 1991 con la caduta dell’Urss e l’aumento delle pressioni da parte degli Stati Uniti per imporre un cambiamento di regime con le sanzioni.

Trump vuole prendersi Cuba

Solo con Barack Obama nel 2014 le relazioni tra i due Paesi hanno fatto un passo decisivo con il riavvicinamento tra il leader statunitense e Raúl Castro all’Avana. Una linea in parte seguita anche dall’amministrazione di Joe Biden con l’allentamento di alcune restrizioni e la rimozione di Cuba dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo. In questo modo, per il Paese si apriva la strada a nuovi investimenti di imprese statunitensi sull’isola. Ma Trump interruppe ogni tentativo di pacificazione, annullando tutti i passi compiuti.

Cuba come il Venezuela

L’obiettivo di Trump, infatti, è avvalersi della debolezza interna dell’isola per schiacciarla e costringerla a chiedere l’intervento di Washington. Secondo indiscrezioni del New York Times, il tycoon sarebbe disponibile a un accordo con il regime comunista ipotizzando di applicare il «modello Caracas». Con il blitz in Venezuela dello scorso 3 gennaio, Trump ha posto fine al regime di Nicolas Maduro, lasciando intatta la struttura governativa e ponendo a capo la presidente ad interim Delcy Rodriguez. Una leader adatta secondo Washington e perfetta per creare uno Stato cuscinetto nel Sud America a sua disposizione. E The Donald vuole fare lo stesso con Cuba: intervenire per destituire il presidente Diaz-Canel, mantenendo uguale la base politica, ma scegliendo la guida del Paese.

Gli aiuti esterni

Gli alleati storici di Cuba, ovvero Messico, Venezuela e Russia, l’hanno abbandonata a causa delle minacce di Trump di imporre sanzioni se avessero inviato delle scorte di petrolio. Ma l’isola vede un doppio spiraglio di luce. Innanzitutto, Vladimir Putin ha sfidato apertamente la Casa Bianca. Se prima aveva accettato l’assedio statunitense, ora ha spedito verso l’isola due petroliere cariche di greggio. Un aiuto che, seppur minimo, è necessario per L’Avana. L’ultimo carico di petrolio era stato spedito dal Messico due mesi fa e avevano soddisfatto le esigenze energetiche per una decina di giorni.

Il convoglio internazionale Nuestra América

A sostenere Cuba è poi intervenuto il convoglio internazionale Nuestra América. Partendo da Milano, prevede di consegnare 20 tonnellate di cibo e medicinali. Un centinaio di operatori sociali e volontari di 19 Paesi uniti per contrastare gli effetti della pressione economica statunitense. L’iniziativa ricalca la Sumud Flotilla che tentò di arrivare a Gaza ed è stata promossa da Aiec (Agenzia per interscambio economico culturale con Cuba) che fa parte della campagna Let Cuba Breathe.

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

No Comments Yet

Leave a Reply