Carburante alle stelle, rotte chiuse: la guerra in Iran mette in crisi i cieli europei

Dipendenza dalle importazioni di carburante. Rotte bloccate verso l’Asia. E una salute finanziaria non proprio ottimale per tutte le compagnie. La guerra in Iran è solo l’ultimo tassello del domino, ma è quello che potrebbe far cadere tutta la costruzione. Il conflitto in Medio Oriente ha trasformato in poche settimane quello che era un settore in ripresa in un’industria sotto assedio. Una situazione che ha sorpreso anche analisti esperti che hanno definito la situazione come totalmente inaspettata e un caos totale.

Prezzi del petrolio in aumento

Come ci si poteva aspettare il conflitto in una zona ricca di materie prime non poteva fare altro che aumentare il prezzo alle stelle. E così è successo, almeno in un primo momento. Spinto dalle incertezze della guerra e dalla speculazione finanziaria, il petrolio ha raggiunto valori che non si vedevano da diverso tempo, per poi riposizionarsi intorno ai 100 dollari al barile. Il cherosene è quindi passato da circa 830 dollari alla tonnellata a oltre 1500. Tipicamente il carburante viaggiava sullo stesso prezzo al barile del petrolio, oggi è costantemente ad un livello superiore.

petrolio russia ucraina
Raffineria di petrolio

L’aspetto meno conosciuto e più pericoloso, specialmente per il settore aeronautico, risiede nel fatto che il cherosene viene in larga parte prodotto nelle stesse regioni del Golfo interessate dagli attacchi iraniani. Come aveva evidenziato la Iata (International Air Transport Association), alla fine del 2025, l’Europa ha fatto segnare un record negativo nella produzione di jet fuel. Le raffinerie nel Vecchio Continente non producevano così poco cherosene dal 2009, anno della crisi finanziaria. Gli aeroporti si sono trovati, così, a dipendere strutturalmente dalle importazioni.

Una mancanza motivata anche dall’economia. Le raffinerie non sono incentivate a produrre jet fuel, perché meno redditizio rispetto ad altri carburanti. Anche le norme ambientali hanno imposto un uso maggiore dei biocarburanti, di circa cinque volte più costosi. Attraverso lo stretto di Hormuz transita la metà delle importazioni europee di cherosene e il solo impianto di Al-Zour in Kuwait è responsabile della produzione del 10% del jet fuel europeo.

La difesa delle compagnie aeree

Una delle poche difese a disposizione delle compagnie aeree dalla fluttuazione dei prezzi del petrolio è il fuel hedging: un acquisto anticipato di carburante a prezzi bloccati. Le compagnie più coperte risultano essere Virgin Australia (85%), Air New Zealand (83%), Ryanair (80%) e Lufthansa (75%). Ryanair in particolare ha acquistato l’80% del fabbisogno per il periodo aprile 2026-marzo 2027 a soli 67 dollari al barile, rendendola relativamente protetta nel breve termine.

Non tutte le società si sono mosse in questa direzione. Wizz Air, per esempio, ha già annunciato che perdite potenziali di 250 milioni per il prossimo anno finanziario e le sue azioni sono scese di quasi il 25% in borsa. Per le compagnie americane il futuro è ancora più incerto. Generalmente non ricorrono all’hedging e l’impatto potrebbe essere significativo, almeno nel breve termine. Specialmente se si dovessero muovere nella stessa direzione di Scandinavian Airlines. SAS è stata tra le prime società ad aumentare i prezzi dei biglietti.

Il problema delle rotte
Rotte aeree per l’Asia

Il problema non è solo il costo, ma la possibilità stessa di volare. Con il corridoio siberiano chiuso alle compagnie occidentali da febbraio 2022 — da quando la Russia ha invaso l’Ucraina — le compagnie europee avevano già perso la rotta più diretta verso l’Asia, allungando i voli anche di quattro ore. Oggi la situazione è peggiorata ulteriormente. Il corridoio meridionale, sopra Egitto, Arabia Saudita e Mar Rosso, è sconsigliato per il rischio di abbattimento accidentale. Quello centrale, che sorvola Iraq e Golfo Persico, è di fatto vietato. Rimane percorribile solo il corridoio settentrionale che attraversa Turchia, Caucaso, Mar Caspio, Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan. Un’alternativa non priva di rischi. Sono diversi giorni che Afghanistan e Pakistan si trovano in una situazione di conflitto. Se anche questo corridoio dovesse chiudersi l’unica alternativa sarebbe circumnavigare il globo passando sopra Groenlandia, Canada e Pacifico. Un percorso impraticabile per la maggior parte delle compagnie e che allungherebbe i voli in modo insostenibile e richiederebbe scali tecnici in Nord America.

Andrea Pagani

Laureato in Storia, ma con la passione del giornalismo sin da bambino. Con il vizio per gli esteri, dopo l'esperienza di stage al Fatto Quotidiano, ho deciso di sfidare la mia allergia alla matematica approfondendo l'economia, convinto che sia la chiave per capire dove va il mondo.

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