Una battaglia dopo l’altra: il film rivoluzionario che ha dominato gli Oscar

La rivoluzione di Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio) è destinata a fallire. Non lo scopriamo solo sui titoli di coda che lanciano The Revolution Will Not Be Televised di Gil Scott-Heron, il film lo ricorda in ogni sua azione. Parla al telefono in una cabina con la vestaglia scozzese, gli occhiali da sole, un cappellino e un borsone nero. È goffo e strafatto di droghe e alcool. Urla, corre, rincorre, scappa e viene lanciato dal finestrino di un’auto. È disilluso dalla vita ma si comporta ancora come un ragazzino. Il primo conflitto del film è generazionale: quello di un’epoca che invece di cambiare il mondo è collassata su se stessa.

Il perfido generale Lockjaw: l’immagine spietata del potere militare

Paul Thomas Anderson riesce a trasporre un romanzo difficilissimo (Vineland di Thomas Pynchon) adattandolo dagli anni Ottanta reganiani all’America contemporanea. Una battaglia dopo l’altra segue freneticamente i suoi caratteri, li pedina anche grazie alla colonna sonora di Jonny Greenwood, che usa il pianoforte ritmicamente, molto spesso con una sola nota, e accompagna intere sequenze. Le note pulsano, danzano e vibrano con loro, seguono vorticosamente ideali e convinzioni che si scontrano. Le percussioni non sono solo ritmico-musicali ma anche stilistiche e interpretative.

Il perfido Generale Lackjaw interpretato da Sean Penn, che gli è valso l’Oscar al miglior attore non protagonista

Il generale Lockjaw (un coriaceo e xenofobo Sean Penn) ricalca con l’incedere meccanico e impostato lo stesso ritmo incalzante del film. Incarna con la prossemica la fredda disumanità dell’esercito ed è attratto dalla seducente Perfidia Beverly (Teyana Taylor), con cui intrattiene una relazione perversa alle spalle di Bob.
Prima la corteggia con un mazzo di fiori, bussa alla porta di casa ma non riceve risposte. Poi, con la stessa naturalezza con cui si porge un regalo, sfonda la porta di casa con un ariete. Senza esitazioni. Lockjaw non fa alcuna distinzione tra le operazioni militari e le relazioni amorose. Le tratta in ogni caso come un territorio di conquista.

È spavaldo e arrogante, narcisisticamente impettito dall’orgoglio e da piccoli gesti che lo identificano. Prima di essere iniziato al gruppo esclusivo dei “Pionieri del Natale” usa un pettine per sistemarsi i capelli come un pennacchio argenteo, indossa magliette attillate per esibire i muscoli, omette e non ammette a se stesso la relazione con Perfidia. Non è interessato a difendere un prototipo definito dello status quo, vuole solo raggiungere le mire verticistiche del potere. Purché resti ben saldo sul suo scranno.

Le lobby americane come il Daniel Day-Lewis de Il Petroliere:

Il regista americano mischia la satira con la critica sociale. Tutti i caratteri sono fumettistici: Benicio del Toro (che interpreta Sergio St. Carlos) è un maestro di karate con una filosofia distaccata della calma. È la spalla di Bob Ferguson, lo nasconde e aiuta a rintracciare la figlia (Willa) seguita dal generale Lockjaw.

Anche il personaggio di Leonardo DiCaprio ha sequenze ironiche e memorabili: non riesce a ricordare i codici del gruppo rivoluzionario French 75 (di cui era protagonista da giovane, all’inizio del film). Vomita nevroticamente insulti, tenta di recuperare le parole d’ordine dagli scaffali della memoria, impolverati da anni d’uso di marijuana.

Perfidia Beverly (Tayana Taylor) durante una delle esercitazioni rivoluzionarie del gruppo French 75

Già ai tempi del Petroliere (2007) il regista costruiva la sanguinosa scalata capitalista partendo dalla California del XIX secolo. Daniel Day-Lewis scava nei pozzi, affonda le mani nell’oro nero e nel fango. Costruisce il suo impero nelle buche del terreno o dall’alto delle trivelle petrolifere. Il potere americano si trova nelle viscere sporche del sottosuolo o all’apice delle costruzioni. Per Anderson anche le lobby contemporanee, quelle più ristrette ed esclusive che indirizzano il paese, sono sfuggenti e operano in una camera oscura: agiscono nell’ombra, negli scantinati puliti e artificiali dell’alta borghesia o nei grattacieli. Progettano piani razzisti di dominio ed eliminano gli scarti della loro cerchia ristretta senza rumore.

I prescelti non hanno scampo. Sono lì, seduti, fermi nei loro uffici. Eliminati nelle stanze ovattate e soffocati dal silenzio. I suprematisti bianchi hanno semplicemente cambiato veste. Non si ungono di nero riempiendosi i polmoni di fumo, confinano i popoli per istigare e incendiare le masse. Il petrolio è stato sostituito con la somministrazione indistinta dell’odio.

Sergio St. Carlos (Benicio del Toro) nella sequenza della fuga con Bob (Leonardo DiCaprio)

PTA ritrae anche le lande desolate del Texas. Comprime, schiaccia e sforma l’asfalto, lo inquadra con lenti che mostrano le strade come montagne russe degne di un thriller di Hitchcock. Crea forme, spazi e prospettive nuove. Sperimenta linguaggi, usa il cinema e le nuove generazioni per trasmettere un rinnovamento possibile solo con un punto di vista diverso. Suggerisce un nuovo modo di pensare con la cinepresa, che usa come una macchina delle idee. La rivoluzione più grande di Anderson è nelle immagini.

Federico Tondo

Nato a Lecce nel 2003. Mi piace scrivere di cinema. Curo il podcast cinematografico "Extra Butter". Sono cresciuto con Hitchcock, Kubrick, Billy Wilder e la Hollywood classica. Non faccio preferenze tra film di genere e film d'autore, né tra quelli popolari e di nicchia. Esistono solo film belli o meno belli. L'obiettivo: lavorare come critico.

No Comments Yet

Leave a Reply