Una relazione già complicata rischia di agitarsi ancora di più. Cina e Stati Uniti, i nemici-amici che si studiano e imitano, si odiano e si avvicinano ora hanno fra loro una gigante incombenza. La guerra in Iran sta minacciando la già fragile relazione tra le due super potenze. Dall’altra parte il leader del terzo gigante mondiale, Vladimir Putin, vede diventare realtà la sua visione del mondo basata su potere e interessi sopra al diritto internazionale, con la differenza che lui stesso è escluso da questo nuovo ordine mondiale e privato di influenza.
Washington e Pechino
I due leader avevano in programma un incontro a Pechino dal 31 marzo al 2 aprile. Il presidente americano ha chiesto di posticipare a causa della guerra, ma assicura «non vedo l’ora di stare con lui. Abbiamo una relazione molto buona». La colpa è dunque della guerra. Trump ha infatti anche chiesto a Pechino di dispiegare navi da guerra nello Stretto di Hormuz, per liberarlo dal blocco iraniano. Forse Trump ignora che il greggio continua a transitare verso la Cina attraverso lo stretto. Infatti la risposta di Pechino è stata immediata. Il portavoce del ministro degli esteri cinese, Lin Jian, ha detto solo che il Paese ha chiesto a tutte le parti di interrompere le operazioni militari. È improbabile che Xi decida di rischiare navi, militari o anche solo minare le relazioni con l’Iran, per condividere le sorti della guerra con il “nemico” statunitense.
Il rapporto complicato

La situazione è però complicata proprio a causa del turbolento rapporto con gli Stati Uniti. Pechino vedeva nell’incontro di fine marzo una possibilità per ridurre le pressioni statunitensi e i dazi sulle esportazioni. Oggi però c’è molta più pressione su Washington e Xi Jinping sembra aver chiaro che il tycoon ha bisogno di lui, e non viceversa. Pechino potrebbe avere molto più spazio di manovra nel futuro incontro con Trump se la guerra procede. Inoltre c’è l’incognita Taiwan. Per due settimane dall’inizio della guerra Taipei non ha registrato azioni aeree da parte cinese attorno all’isola. Azioni che vanno avanti quasi ininterrottamente dal 2020. I raid sono poi ricominciati, ma i dubbi sulle cause dell’improbabile tregua restano: si volevano evitare altre tensioni con Trump o la scatola nera dell’intelligence cinese ha in mente altro?
Il leader escluso
Putin è l’attore principale che si trova di colpo escluso dalla recita. Lui che è stato il primo a distruggere l’ordine del diritto internazionale ha ora un avversario che lo sta facendo più di lui. E intanto Mosca perde alleati fondamentali. Prima, a dicembre 2024, Bashar al-Assad, ex presidente siriano ora presumibilmente in esilio in Russia. Poi il colpo a Maduro, principale alleato di Putin nel Sud America e infine l’uccisone di Khamenei, in una parte del mondo che il Cremlino considera il “suo emisfero”. Ora è Mosca a chiedere il ripristino del diritto internazionale e a esigere una condanna delle azioni statunitensi. È come se il progetto di Putin di minare l’ordine mondiale sia stato fatto a pezzi da una distruzione ancora più grande.
Altre incognite

Le incognite non mancano neanche in questo quadro. Una riguarda il caso del nuovo Ayatollah Motjaba Khamenei che si sarebbe rifugiato a Mosca per ricevere cure mediche. Il portavoce del Cremlino Peskov ha risposto duramente cercando di spegnere la diceria («Non commentiamo mai questo genere di notizie»), ma la voce continua a girare. Ci sono poi gli incontri a porte chiuse tra l’inviato americano Witkoff e Putin. Il primo ancora nel febbraio 2025, seguito poi da altri, i cui scopi e contenuti sono rimasti celati. La geopolitica è sempre più un gioco a carte coperte, o un lancio di dadi al buio.