«I missili esplodono sopra le nostre teste». Dal Libano a Dubai, le voci di chi vive sotto i bombardamenti

Libano, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Cipro. Gli attacchi missilistici si stanno estendendo sempre di più in tutto il Medio Oriente. Dopo l’escalation seguita alla morte dell’ayatollah Ali Khamenei, il conflitto si è allargato rapidamente coinvolgendo non solo Iran e Israele, ma anche Paesi del Golfo. In uno scenario dominato dalle strategie delle grandi potenze, tra interessi energetici, controllo delle rotte e rivalità politiche e religiose, a pagare il prezzo più alto restano sempre loro: i civili. Per alcuni è la prima volta che vedono il cielo illuminarsi di missili. Per altri, purtroppo, è ormai una tragica abitudine. Non solo residenti: anche turisti, lavoratori e connazionali all’estero si sono ritrovati improvvisamente nel mezzo dei bombardamenti. Li abbiamo ascoltati per capire come stanno vivendo queste ore, tra paura, disinformazione e il rischio che la situazione possa peggiorare.

Ricardo, 24 anni, nato e cresciuto in Libano è ora in Erasmus in Francia

Quando ho saputo dei bombardamenti in Libano, ho chiamato i miei genitori per sapere come stessero. Mi hanno detto che andava tutto bene e sono tornato a fare la mia vita. Ormai noi libanesi abbiamo smesso di avere paura, perché non abbiamo più l’energia per farlo. Non vediamo più la guerra come tale, ma come un fatto normale. E questo è malato. Io sono nato nel 2002 e ho vissuto sotto i bombardamenti per tutta la mia vita. Non è normale pensare che questa sia la normalità. Una volta è caduto il controsoffitto in casa mia e mia madre è quasi morta. Non sono obbligato a vederla piangere e a sentirla urlare per un’esplosione, o a dirle di stare sotto il tavolo mentre cerco di chiamare mio padre e mio fratello. Non sono obbligato a fare gli esami all’università mentre accanto cadono i missili. Nessuno dovrebbe vivere così. Il popolo libanese è traumatizzato, ma nonostante tutto continua a sperare in tempi migliori.

L’attacco israeliano contro la sede dell’emittente libanese Al Manar, legata a Hezbollah. Beirut, 3 marzo 2026

Capita di pensare di lasciare il Libano, ma non si può. Servono tanti soldi e i permessi sono difficili da ottenere, quindi uno ci ripensa. Anche perché la gente adora la propria terra e la propria cultura, quindi vorrebbe restarci. Non credo in una pace prossima, ma sarebbe bello se ci fosse una pausa. Vorrei un futuro tranquillo. Poter vivere. Avere una casetta, un lavoro, i soldi al sicuro: cose normali, insomma. Che al momento non ho. Infatti, la prima cosa che mio padre mi ha detto è stata: «Ricardo preleva i soldi dalla banca», perché c’è il rischio che ci venga congelato il conto è molto alto. È già successo. Si continua ad andare avanti, perché sappiamo che il ciclo d’odio non finirà. Siamo stanchi. Non diamo valore alla nostra vita perché siamo troppo abituati alla guerra.

Anna, 20 anni di San Colombano, ora a Dubai

Siamo arrivati venerdì in serata e sembrava tutto tranquillo. I problemi sono iniziati sabato, mentre eravamo in spiaggia. Abbiamo sentito dei boati e visto piccole esplosioni in cielo. Nessuno capiva cosa stesse succedendo e nessuno è scappato. Sapevamo dell’attacco all’Iran, ma non immaginavamo potesse esserci qualcosa anche a Dubai. In quei momenti un po’ di panico ha iniziato a farsi sentire. Nonostante la tensione, la vita in città, almeno nelle prime ore, non si è fermata del tutto. Siamo usciti a cena e abbiamo cercato di fare le nostre cose, ma già quella sera molti locali erano chiusi e c’era poca gente in giro. L’atmosfera era strana e durante la serata abbiamo visto diversi aerei, probabilmente militari, sorvolare la zona.

Il messaggio inviato dal governo emiratino ai residenti e ai turisti presenti a Dubai

Sabato poi è stato il giorno più critico: era circa l’una quando il telefono ha iniziato a vibrare: un messaggio di allerta delle forze emiratine ci invitava a stare lontani da finestre, porte e armadi per un allarme missili. Abbiamo fatto venti piani di scale a piedi per raggiungere la reception, dove c’erano altri ospiti dell’hotel. Lì è scoppiato il panico, perché non capivamo cosa stesse succedendo e abbiamo deciso di preparare delle borse di emergenza con documenti e contanti, nel caso fosse stato necessario lasciare l’albergo in fretta. Dopo le prime ore di tensione, tuttavia, la situazione è progressivamente rientrata. Dubai è una città sicura e la situazione è stata gestita molto bene. Non bisogna immaginarsi scene come durante il Covid, con la gente che corre nei supermercati, la città non si è mai fermata davvero. Ieri, ad esempio, il figlio dello sceicco era al mall, davanti a tutti. Una figura così importante, che potrebbe essere un obiettivo, si muove tranquillamente. Questo inevitabilmente tranquillizza anche noi. Noi siamo abbastanza tranquilli, dobbiamo solo capire come tornare a casa.

Benedetta, 28 anni, originaria di Lecce vive a Dubai da cinque anni
Dubai, la foto scattata dopo l’esplosione avvenuta sabato 28 febbraio alle 16:40

Alle 16:40 di sabato è iniziato tutto. Dopo delle piccole esplosioni avvenute verso mezzogiorno, io e mia sorella Caterina eravamo in camera e guardavamo il cielo: ogni volta che un missile veniva intercettato, si creavano piccole nuvole di fumo. Poi un detrito è caduto vicino al nostro palazzo. Abbiamo sentito un boato fortissimo, visto il fuoco e subito dopo il fumo. Ho avuto un attacco di panico. Speravamo fosse finita, ma non è stato così. La notte, l’allarme sul telefono ha iniziato a suonare. Il governo emiratino ci diceva di metterci al sicuro. Siamo scese nella hall del palazzo, dove c’erano anche gli altri residenti. C’è stata una forte esplosione. Le persone si sono fiondate verso gli ascensori. Anch’io. Mentre mia sorella si è nascosta dietro a un grande schermo. Stava avendo un attacco di panico. In quel momento la paura è scomparsa: dovevo proteggerla. Mi è venuto da sorridere. Non ero felice, ma ho pensato che fosse arrivata la nostra ora.

Alle 4 del mattino siamo tornate in stanza. Era come se rifiutassi la realtà. Vivo a Dubai da cinque anni, ho la mia vita, i miei amici e il mio lavoro qui. Non posso immaginare di dover lasciare tutto. Domenica, però, siamo andati via. Prima a Ras al Khema e poi a Oman. Lì, solo tramite Instagram abbiamo scoperto che la Farnesina stesse organizzando charter per l’Italia. Prima nessuno ci aveva avvertiti. Così, abbiamo preso il primo volo per Roma. Solo ieri ho realizzato di essere tornata. Dopo giorni passati sempre allerta, in cui ogni rumore mi faceva spaventare. Ora inizio a rilassarmi. Ma non sono felice. Mi fa arrabbiare chi minimizza sui social. Perché far trasparire la tranquillità? È vero, la città è protetta, ma non è sicura. I missili esplodono sopra le nostre teste.

Alyssa Cosma

Ho deciso di diventare una giornalista quando avevo sette anni e guardavo tutti i programmi di informazione per seguire il caso Scazzi. Scrivo di cronaca e ho una grande passione per il giornalismo d'inchiesta. Mi interessa approfondire temi di attualità, esteri e politica interna. Ho collaborato con Diario del giorno, il programma di approfondimento del TG4.

No Comments Yet

Leave a Reply