Turisti bloccati alle Maldive dopo l’attacco all’Iran: “Più di 4mila euro per rientrare a casa”

L’improvvisa escalation militare in Medio Oriente ha trasformato il sogno delle meritate vacanze in un incubo logistico e finanziario per migliaia di italiani. Con la chiusura degli spazi aerei e la cancellazione dei voli che transitano per gli hub cruciali di Dubai, Abu Dhabi e Doha il rientro in Italia è diventato una corsa a ostacoli dove vince chi ha i riflessi più pronti a prenotare un volo o, molto più spesso, il portafoglio più gonfio. Le informazioni da parte delle compagnie aeree del Golfo passano con i contagocce e ai desk aeroportuali il personale è poco o non preparato. Mentre i turisti si ritrovano a dover imparare o rispolverare l’arte dell’arrangiarsi barcamenandosi tra un’attesa che non si sa quanto durerà oltre che prepararsi a spendere cifre da capogiro per un biglietto one way verso casa.

Il “paradosso” delle Maldive: prigionieri nel paradiso a caro prezzo

Per molti italiani alle Maldive, la notizia dell’attacco all’Iran è arrivata come un fulmine a ciel sereno proprio sulla banchina dell’idrovolante. “Non sapevamo nulla, l’assistenza al molo di Malé ci ha detto solo che non si partiva più,” racconta una turista appena rientrata. La confusione iniziale si è trasformata presto in un iniziale panico: aeroporti blindati con impossibilità di accedere ai terminal per chi aveva voli cancellati e una totale assenza di riprotezione immediata. “Abbiamo cercato qualsiasi via, persino fare il giro al contrario e passare da Singapore, ma era tutto esaurito.”

Aerei fermi a terra all’aeroporto di Dubai

La fortuna, in questo caso, è stata una scelta casuale fatta pochi giorni prima: aver spostato il volo per Abu Dhabi dalla mattina alla sera alle 19 per godersi un ultimo giorno di mare. “Se non avessimo fatto quel cambio, saremmo rimasti bloccati negli Emirati, un contesto molto più difficile in questo momento per organizzare un rientro”. Il prezzo per due giornate extra forzate a Malé? Oltre 4.000 euro extra tra hotel nella capitale (750 euro per due notti), pasti e nuovi biglietti con ITA Airways via Roma. Considerando che al momento della prenotazione della vacanza i biglietti costavano la metà per un’andata e ritorno stiamo parlando di una cifra folle ma che si è resa necessaria sborsare per sfuggire all’incertezza di uno spazio aereo che potrebbe restare chiuso a lungo.

L’appello dallo Sri Lanka: “10mila euro per tornare, ci sentiamo abbandonati”

Se alle Maldive si paga per l’urgenza, in Sri Lanka la situazione rasenta la disperazione. Francesco, bloccato a Colombo con la famiglia e un bambino di tre anni, descrive uno scenario di totale abbandono. Dopo essere stati imbarcati e poi fatti scendere da un volo Etihad, la risposta della compagnia è stata il silenzio. “Dobbiamo arrangiarci da soli. Per riportare a casa 6 persone ci hanno chiesto 10.000 euro passando per Bangkok, con il primo volo disponibile tra una settimana,” spiega Francesco a Fanpage.

Il risentimento non è rivolto solo alle compagnie, ma anche alle istituzioni italiane. Nonostante i contatti con l’Ambasciata, la sensazione è quella di essere “invisibili” perché fuori dalle zone calde del Golfo, seppur impossibilitati a muoversi. “Non chiedo l’aereo militare, ma che ci mettano in condizione di comprare voli a prezzi umani. Non ho 10mila euro e ho un lavoro e dei bambini che devono tornare a scuola.”

Il mondo a parte: 350mila dollari per un jet privato

Mentre le famiglie italiane all’estero contano i risparmi per pagare un hotel di fortuna, esiste una fetta di viaggiatori per cui lo spazio aereo chiuso è solo un problema di “tariffa”. Secondo quanto riportato dal New York Post, la domanda di jet privati è schizzata alle stelle subito dopo l’attacco. Gli ultra-ricchi non aspettano i voli di linea: sono disposti a pagare fino a 350.000 dollari per un volo privato che voli intorno alle zone di conflitto, garantendo una fuga immediata dalle zone del Medio Oriente come l’Arabia Saudita da dove è ancora possibile volare.

Per i pochi che possono permettersi cifre folli i jet privati restano un’opzione per scappare dal Medio Oriente

Le società di charter privati hanno registrato un picco di richieste senza precedenti, con rotte che evitano accuratamente i cieli iraniani e iracheni. Per questa élite, la sicurezza e il tempo non hanno prezzo, ma resta evidente un contrasto stridente con i turisti “comuni” che, negli stessi aeroporti, dormono sulle panchine (o all’esterno dato che non possono neanche entrare) sperando in una mail di riprotezione che potrebbe arrivare fra parecchi giorni.

I prossimi giorni, per chi è ancora bloccato, restano incerti anche perché la situazione geopolitica internazionale non sembra migliorare. Le compagnie aeree come Etihad offrono due opzioni: il rimborso o l’attesa di nuove rotte e riprotezione su altri voli. Tuttavia, ottenere i soldi indietro è un processo burocratico lento e nel frattempo i turisti devono anticipare migliaia di euro di tasca propria. La paura comune è che la situazione peggiori ulteriormente, portando alla chiusura di altri scali e altre zone aeree  trasformando così una vacanza in un debito che potrebbe essere difficile sostenere.

Matteo Carminati

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