CUBA E LA “PRESA DI CONTROLLO AMICHEVOLE” DI TRUMP: COME IL PAESE TENTA DI NON CROLLARE

Dal rivendicare il Nobel per la Pace a scatenare un’altra guerra il passo è breve. Donald Trump, insieme al governo israeliano, ha attaccato l’Iran sabato 28 febbraio. Un’altra pedina nelle mani del tycoon, che dall’inizio del 2026 ha colpito due dei suoi target: prima della Repubblica islamica, il Venezuela. E mentre le bombe stanno ancora colpendo, si ipotizza un possibile terzo obiettivo: Cuba.

Friendly takeover

Nelle scorse settimane Trump non ha negato la sua ambizione di annettere L’Avana agli Stati Uniti. Il suo intento è portare alla capitolazione del governo comunista che governa da 67 anni e al contempo rafforzare la leadership statunitense nello sfruttamento delle risorse e nel commercio. Un obiettivo in linea con la Dottrina Monroe di metà ‘800, rilanciata ora come “Donroe” per The Donald, che mira a creare una zona di influenza americana nell’emisfero occidentale. E se gli esempi recenti hanno mostrato una caduta forzata con un intervento diretto, per Cuba Trump ha lanciato l’ipotesi di una «presa di controllo amichevole». Senza però chiarire cosa intenda. Secondo Washington l’isola sarebbe uno «Stato fallito» schiacciato da una crisi energetica, economica e umanitaria, quindi prossimo al crollo sotto il proprio peso per mancanza di risorse interne e di appoggi esterni.

Cuba si trova ora in crisi energetica, economica e umanitaria

Il governo di Washington ha parlato di un possibile cambio ai vertici, evitando il caos completo. L’idea è rendere Cuba un Venezuela 2.0: rimuovere il leader attuale, lasciando l’apparato burocratico funzionante e le istituzioni statali in vita. In questo modo, gli Stati Uniti eviterebbero conflitti prolungati. Ma a impedire il loro obiettivo c’è da una parte la debole leadership politica e dall’altra la reazione di una popolazione stremata che rifiuta di diventare un Paese sottomesso a Trump.

Dall’interno

Le condizioni di Cuba sono preoccupanti da anni a causa della recessione economica, dell’iperinflazione e della migrazione al 20% della popolazione. Ma i rischi per il suo futuro sono aumentati esponenzialmente con la strozzatura imposta da Trump. Con una mossa il tycoon ha inasprito l’embargo economico, commerciale e finanziario sull’isola, iniziato nel 1962. Non solo ha imposto un blocco alla produzione del petrolio, ma ha anche minacciato i principali partner di L’Avana di imporre dazi doganali in caso di rifornimento di greggio. Così Cuba ha visto evaporare uno dopo l’altro l’aiuto di Russia, Messico e Venezuela. L’isola produce 40 mila barili di petrolio al giorno, ma il suo fabbisogno per provvedere a energia, elettricità e trasporti è di circa 110 mila barili. Proprio per questo le importazioni del combustibile sono fondamentali.

Dagli ospedali ai trasporti

La crisi energetica è diventata in breve tempo umanitaria. I servizi sanitari sono altamente compromessi: negli ospedali non si possono garantire le cure per i soggetti più vulnerabili, mancano le medicine e ci sono limitazioni per l’assistenza d’emergenza e per le terapie intensive. A ciò si aggiunge un’insicurezza alimentare. La minaccia è concreta: riduzione della produzione, aumento dei prezzi, limitazioni nella distribuzione e difficoltà di far arrivare le risorse nelle zone più periferiche. La mancanza di petrolio ricade direttamente anche sul settore dei trasporti e dell’istruzione. Le corse dei mezzi pubblici sono diminuite, le macchine personali sono praticamente inutilizzabili e anche le ambulanze hanno difficoltà a reperire il greggio per muoversi in caso di emergenza. Scuole e università, inoltre, non riescono a dare una continuità nella didattica.

La grande crisi umanitaria a Cuba
Il rispetto del Diritto internazionale

Il “friendly takeover” di cui ha parlato Trump, però, non dà certezze per Cuba. Il negoziato potrebbe portare a una destabilizzazione interna, a nuove ondate migratorie verso gli Stati Uniti e una mancanza di successione politica. Nonché conseguenze sociali e umanitarie irreversibili. Ad oggi, L’Avana può contare su undici organizzazioni della società civile internazionale che operano a sostegno dello sviluppo locale secondo i criteri di umanità, neutralità e indipendenza. Di fronte ai recenti sviluppi nell’isola, le organizzazioni hanno fatto un richiamo ai governi e alla comunità internazionale per richiedere il rispetto del Diritto Internazionale. Lo scopo è denunciare la crisi umanitaria in cui la popolazione è sprofondata a causa della carenza di carburante, sottolineando la necessità di proteggere i civili cubani e salvaguardare la loro vita.

L’Avana e Washington nel tempo

Cuba resta così ancora un Paese difficile con cui trattare per gli Stati Uniti. Già dagli anni della Guerra Fredda L’Avana era diventata un avamposto sovietico in area occidentale, minacciando la supremazia statunitense. E proprio da metà Novecento i presidenti americani hanno tentato di intervenire nell’isola. I rapporti tra i due Stati si sono rotti con l’operazione della Baia dei Porci guidata da John F. Kennedy che hanno reso Cuba apertamente comunista. Da lì è iniziato l’embargo, ma anche le sanzioni sotto Ronald Reagan e George H. W. Bush. Uno spiraglio di luce c’è stato con l’amministrazione Obama, ma poi con i due mandati di Trump si è tornati a un irrigidimento politico. Se Cuba continua a resistere, Washington continua a scommettere sul declino totale dell’isola nella speranza di realizzare la soluzione amichevole di Trump.

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

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