Il primo esito della guerra in Iran e dell’escalation nel Medio Oriente non si è fatto attendere. Sono saliti il prezzo del petrolio del gas naturale liquefatto, il cosiddetto GNL. Il motivo? Il traffico marittimo nel Golfo Persico, in cui passa la maggior parte del greggio e del gas, si è semiparalizzato. Tre petroliere al largo di Oman e Emirati Arabi sono state attaccate. A pesare è soprattutto la situazione di stallo dello stretto di Hormuz, un piccolo corridoio marittimo che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran. Da lì passa oltre un quinto del petrolio trasportato via mare nel mondo e più del 30% del GNL, quasi tutto del Qatar. Petrolio e gas insieme, in un unico corridoio lungo circa 39 chilometri e largo tra i 50 ei 33 chilometri.

«Stonks»: aumentano i prezzi
La prospettiva che il commercio di energia possa subire interruzioni a causa della guerra ha già fatto aumentare il prezzo del petrolio. Lunedì mattina 2 marzo la quotazione WTI, quella di riferimento per il mercato statunitense, è già aumentata di cinque dollari rispetto a venerdì. Da 67 a 72 dollari al barile, con un incremento di quasi l’8%. Lo stesso vale per il Brent, la quotazione di riferimento per i Paesi europei, che è aumentata da quasi il 7% fino a 77 dollari al barile. La stessa sorte è toccata al gas che è già aumentato del 23%, a 39 euro al megawattora.
Chi viene danneggiato
Oltre l’80% dei barili che transitano sono diretti verso l’Asia. La Cina è il Paese più vulnerabile. Quasi la metà delle sue importazioni di greggio arriva attraverso Hormuz, e il 90% del petrolio iraniano finisce nelle raffinerie cinesi. Non a caso Pechino ha già chiesto la fine delle operazioni militari. Giappone e Corea del Sud dipendono dallo Stretto rispettivamente per il 75% e il 60% delle loro importazioni. Ma anche l’Europa dipende dal GNL del Qatar, lo stesso gas che dopo la crisi russa aveva aiutato a tenere accesi i riscaldamenti nel 2022.
Rotte alternative
Esistono due oleodotti che bypassano lo stretto di Hormuz. L’Arabia Saudita ha la Petroline verso il Mar Rosso, gli Emirati un collegamento verso Fujairah nel Golfo dell’Oman.

Messi insieme possono spostare circa 2,6 milioni di barili al giorno. Hormuz normalmente ne movimenta 20 milioni. I bypass coprono meno di un ottavo del volume. E per il GNL del Qatar non esiste nessuna alternativa. Il gas o passa via mare o non passa.
Un piano B ma non per tutti
Un piano B alle importazioni arabe esiste. I Paesi possono attingere alle riserve strategiche, scorte di emergenza accumulate proprio per crisi come questa. Gli USA hanno la riserva di petrolio più grande al mondo, circa 411 milioni di barili. I Paesi IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, sono obbligati a mantenere scorte per almeno 90 giorni di importazioni nette. Il rilascio però è storicamente lento e politicamente complicato. Soprattutto per l’LNG non esiste nessuna riserva strategica equivalente. Il gas o passa attraverso Hormuz o non arriva.